27 October, 2021
Home / Libri  / Cinque titoli per l’estate

Cinque titoli per l’estate

Leggere d’estate, viaggiare tra i libri, viaggiare con i libri: ecco cinque autori che non compariranno in cima alle classifiche, ma fidatevi, sono dei fuori classe, non c’è classifica che potrebbe

Cominciamo con John Williams, che molti conoscono per il romanzo Stoner (Fazi, 2019). Scrittore statunitense (1922-1994), riscoperto dopo la sua morte, ci lascia un capolavoro come Butcher’s Crossing, pubblicato nel 1960 e ora tradotto in Italia da Stefano Tummolini (Fazi, 2020). Una storia ambientata nella frontiera selvaggia del West, un viaggio nel cuore di tenebra dell’Occidente: siamo nel 1873, la Frontiera sta per giungere a capolinea, la ferrovia incalza. Un giovane, Will Andrews, arriva a Butcher’s Crossing, sperduto villaggio del Kansas. Will si è lasciato alle spalle gli studi e l’elegante città di Boston per conoscere la natura selvaggia. Si aggrega a un cacciatore di bisonti in una spedizione che lo porterà a scoprire che il sogno faustiano di dominio della natura (fondamento della cultura americana) è destinato a trasformarsi in un incubo. C’è qualcosa di magnifico e terribile, di demoniaco e sublime che vibra in ogni pagina di questo romanzo di formazione, una maledizione biblica che grava non solo sui personaggi – indimenticabili, oltre al giovane protagonista, il cacciatore di bisonti Miller, ossessivo e tirannico, e lo scuoiatore Schneider, professionale e rancoroso – ma su tutta l’umanità. “Per un istante Andrews scrutò il cielo sopra alle montagne meridionali, credendo di aver sentito il rumore di un tuono. Ma quel rombo continuava a scuotere la terra. Dritto davanti a lui, in lontananza, si alzò una vaga nuvola di polvere… Poi, all’improvviso, fuori dall’ombra, in quella parte della valle ancora inondata dal sole, emersero i bisonti. Correvano verso di lui a velocità incredibile, non in fila ma scartando e deviando in continuazione… come se l’intera mandria fosse un unico animale, con una mente sola e una singola volontà.”

Robert Macfarlane non finisce di stupirmi: è giovane (del 1976), scrittore, critico letterario, insegna a Cambridge ed è anche uno straordinario camminatore ed esploratore. Oltretutto, ha uno stile limpido ed efficace come pochi altri. Di lui è appena uscito da Einaudi Underland. Un viaggio nel tempo profondo (2020, trad. D. Sacchi), in cui visita i sotterranei del mondo, “un viaggio nelle oscure profondità del pianeta, tra storia, mito e letteratura”: caverne, grotte, fogne cittadine, fiumi sotterranei, ricoveri e sepolture da cui riemergere con la consapevolezza che “solo attraverso la conoscenza di ciò che è stato sarà possibile orientarsi negli abissi ignoti di ciò che verrà”. Non è questo però (perlomeno, non solo) il mio consiglio di lettura, bensì un libro uscito precedentemente, Luoghi selvaggi. (Einaudi 2011, trad. D. Sacchi). Macfarlane visita a piedi isole, vette, brughiere e foreste per riprendere contatto col mondo naturale: “Ci siamo assuefatti a un’idea eretica di estraneità, a una credenza umanistica nell’eccezionalità dell’uomo,” e dimentichiamo così che la nostra mente viene plasmata, oltre che dai caratteri genetici ereditati e dalle ideologie assimilate, “anche dall’esperienza corporea di stare nel mondo, nei suoi spazi, nelle sue strutture, nei suoi suoni, odori, ritmi. Tra le forme fisiche del mondo che ci circonda e la configurazione del mondo interno della nostra immaginazione è in atto uno scambio costante che ci modella in modo straordinario.” Messo da parte Faust, Macfarlane ci invita a un atteggiamento più umile, e ci porta a riconoscere che il selvaggio è quello della stessa vita naturale, la pura forza dell’esistenza organica in atto, vigorosa e caotica. “La gramigna che spunta dalla crepa di un selciato, la radice che lacera impudente un guscio d’asfalto erano espressioni della natura selvaggia quanto l’onda o la tempesta di fuoco.”

Musa ispiratrice di Macfarlane è Nan Sheperd, scrittrice e poeta scozzese (1883 – 1981). La montagna vivente (Ponte alle grazie 2018, trad. C.  Capararo) è un libro che non esito a definire imperdibile, un capolavoro che lascia a occhi aperti. Si tratta di un viaggio tra le più antiche montagne della Scozia, i monti Cairngorm, ma è riduttivo definirlo letteratura alpinistica: è libro poetico, filosofico, sapienziale, un resoconto quasi animistico di come mente e montagna interagiscano. Nato dalle escursioni compiute dalla Sheperd durante molti anni, lungo i rilievi dei Cairgorm, sorta di pellegrinaggio laico, ci mostra come la vita dei sensi, in montagna, sia vissuta in modi così puri che si potrebbe dire che è il corpo stesso a pensare. Tra le caratteristiche distintive della prosa di Sheperd, la precisione descrittiva come forma di lirismo, l’attenzione come dedizione, il rigore come tributo. “Perché alcuni massi di pietra, tagliati in forme violente e tormentate, debbano tranquillizzare tanto profondamente la mente io non lo so. Forse l’occhio impone il proprio ritmo a ciò che è solo confusione: c’è bisogno di un atto creativo per vedere in questo ammasso di roccia qualcosa di più che spuntoni e pinnacoli, per vederci bellezza. […] È qualcosa di strappato al non essere, da quell’ombra che si insinua continuamente su di noi e che può essere tenuta lontana con un continuo atto creativo.”

Patrick Leigh Fermor (1915 – 2011) è forse il capostipite della dinastia dei moderni viaggiatori quali Bruce Chatwin, Werner Herzog, Nicolas Bouvier. Tempo di regali (Adelphi 2009, trad. G. Luciani) e Fra i boschi e l’acqua (Adelphi 2013, trad. A. Bottini e J. Colucci) rappresentano un dittico nato da un viaggio compiuto a piedi dall’autore a 18 anni. Partito nel dicembre del 1933 dall’Inghilterra, approda in Olanda, dove inizia un percorso che lo porterà fino a Istanbul. Ritornerà a casa quattro anni dopo, nel 1937. Cambiare panorama, abbandonare Londra e l’Inghilterra e andare in giro per l’Europa come un vagabondo, come un pellegrino, un chierico vagante: questo il programma del giovane Fermor. “Mi sarei spostato a piedi, avrei dormito coperto da mucchi di fieno d’estate, cercando rifugio nei granai quando pioveva o nevicava, e avrei frequentato solo gente di campagna o vagabondi. […] Una nuova vita! Libertà! Qualcosa di cui scrivere!” In realtà, avrà anche la possibilità di trovare ripari più comodi, ogni tanto. Camminare a fianco di Patrick Leigh Fermor significa anche attraversare un Europa che non esiste più, le cui variegate culture furono sconvolte dalla tempesta della seconda guerra mondiale e ciò che ne restava, ingoiato dall’omologazione neocapitalista.

Non potevo chiudere senza il nostro viaggiatore incantato, Giovanni Comisso (1895 – 1969). La cultura italiana, spesso provinciale,  dimentica di avere un narratore di eccezione in Comisso, artista di razza, vorace di avventure, goloso di vita che ha inseguito le sue chimere calzando “suole di vento”, come Arthur Rimbaud. La nave di Teseo ha ripubblicato nel 2020 uno dei suoi capolavori, Gente di mare, libro che uscì nel 1928 e fruttò al giovane scrittore trevigiano il premio Bagutta. Di ritorno dall’avventura di Fiume, Comisso, non ancora ventiseienne, coglie al volo l’opportunità di vivere a bordo del Gioiello, un veliero che faceva sponda tra Chioggia e le coste del Quarnaro e dalmate. Per lunghe estati, si abbandonerà “al vento dell’Adriatico”, condividendo con i marinai avventure e fatiche, emozioni e paesaggi. Eugenio Montale definì Comisso “un narratore di momenti, affidato come un sughero alla corrente che viene e va, scrittore che rifiuta ogni altro senso, ogni altra grazia che non sian quelle che gli fornisce giorno per giorno la giostra dei sensi.” La scrittura di Comisso è illuminata da una disponibilità alla stupefazione che ha pochi eguali nella nostra letteratura, rivelando una capacità di godimento pieno del presente e uno sguardo libero e curioso, senza prevenzioni, attento ai corpi, ai colori, ai sapori e agli odori. “Si mangiò nella penombra della sera. Un alberello appariva contro l’ultima luce su da una punta di rocce all’apertura della rada, netto e fermo nel tormento creatogli dai venti. Non mi ricordavo più del mondo lasciato al di là del mare. Quella rada sconosciuta, inaspettata e perfetta, mi confermava una felicità che non provavo da tempo.”