1-Lei è diplomato ISEF. Cosa l’ha spinta a studiare e a specializzarsi poi in Psicologia?

“Giocavo a calcio nelle giovanili della squadra della mia città ed ero aggregato alla prima squadra, che militava in serie C al tempo. Deluso dall’ambiente sportivo dopo un importante infortunio patito, faccio il concorso ISEF, lo passo nel 1977 ed entro subito nel mondo della scuola. Alla fine del percorso ISEF vengo invitato da uno dei miei insegnanti a svolgere un corso di psicomotricità col prof. Lapierre: accetto l’invito, faccio il corso e mi innamoro della disciplina. Al tempo questa era una disciplina sperimentale, poiché vi era una carenza del contesto psicologico e della psicologia dell’età evolutiva. Così decido di iscrivermi a Psicologia e mi laureo, diventando così insegnante e laureato in psicologia: da lì inizia il mio impegno professionale per la divulgazione della psicomotricità, in Italia ed all’Estero. La mia radice antica mi ha forse portato laddove doveva portarmi, non tanto nel mondo sportivo ma nel mondo del movimento che fa psicologia e della psicologia che fa movimento.”

2-Cosa ci racconta della Psicomotricità? Come si diventa psicomotricisti?

La psicomotricità nasce come proposta di intervento nell’età evolutiva: il bambino comunica attraverso il corpo e si sviluppa mediante esso; nel gioco realizza quell’attività seria che lo allena alla vita. La psicomotricità relazionale è una disciplina che ad oggi è inserita nei programmi ministeriali, ossia nel progetto pedagogico educativo a scuola, in tutta l’età evolutiva, fino anche all’adolescenza. E’ un’attività che nasce all’interno della sperimentazione nell’età evolutiva, sia in ambito pedagogico che clinico, ma ci si è accorti che, variando la metodologia, si può applicare a tutte le età.

E’ attraverso il corpo che noi da bambini strutturiamo la nostra psiche e questa psiche poi ci guida in tutte le tappe dello sviluppo; quando si parla di integrazione corpo e mente si cerca di ricongiungere l’esperienza fatta nell’età evolutiva con l’esperienza che si è parallelamente sviluppata in ambito di processi cognitivi e sociali. La base di partenza è stata l’esperienza attraverso il corpo ed il movimento, e rimane quindi una dimensione esperienziale, comunicativa e relazionale, che caratterizza il ciclo di vita; noi comunichiamo più attraverso il corpo che con la parola, o comunque la comunicazione non verbale è più veritiera dato che “il corpo non mente”. Per diventare psicomotricisti vi è un percorso di formazione triennale; è una formazione basata su di un’esperienza personale di corpo, gioco, comunicazione non verbale, accompagnata da una formazione didattica e teorica. E’ un corso extrauniversitario, la cui formazione, ad ora, è demandata solo a corsi organizzati e gestiti da istituti privati: l’Istituto Italiano di Psicologia della Relazione (IIPR), ente che ho fondato nel 1988 e presiedo, organizza corsi di formazione psicomotoria. Dal 1999 poi l’Università di Padova organizza il corso di laurea in “terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva”, dove insegno da allora. A partire dal 2013 la legge riconosce lo psicomotricista come professione socio-educativa, che si differenzia da quella del terapista, che è invece una professione sanitaria.”

3-Ritiene che un continuo lavoro introspettivo e riflessivo sia fondamentale quando si svolge una professione in ambito educativo e/o di cura?

“Assolutamente sì. Nelle formazioni sanitarie, soprattutto quelle cliniche (psicoterapie ad esempio), c’è sempre una parte di analisi personale, che necessita di supervisione e di formazione continua perché essere riflessivi significa interrogarsi continuamente sulle istanze, personali ed esterne, e quindi essere disponibili ad evolvere, evitando di ricadere in stereotipi culturali ed educativi; ogni teoria che noi applichiamo è frutto di un percorso di ricerca e sperimentazione, e non deve imporsi alla pratica ma esserne la conseguenza. Una mente riflessiva è una mente disponibile ad evolvere, e sicuramente produce una dimensione relazionale più generativa.”

4-Un tempo “andare dallo psicologo” veniva comunemente considerata come ammissione implicita di “problemi/malattie mentali”: deve ancora combattere contro questo pregiudizio?

“Se anni fa esisteva questo pregiudizio, ritengo che, almeno in parte, esso si sia affievolito nel tempo. Oggi lo psicologo viene visto come un supporto per poter vivere meglio e comprendere di più noi stessi e le dinamiche che ci circondano; le generazioni dei 20-30enni vedono lo psicologo come una risorsa; anche la figura dello psicomotricista fa ormai parte di una cultura pedagogica riconosciuta, almeno nel Triveneto.”

5-Il primo lockdown, improvviso e totale, ha rivoluzionato tutto. Cosa è successo a lei, professionalmente parlando, e ai suoi collaboratori psicomotricisti relazionali dopo il DPCM dell’8 marzo?

“Il COVID-19 è stato un trauma, un’esperienza nonsenso, successa repentinamente e ha scombussolato il nostro modo di vedere il reale; il COVID era un pericolo indeterminato, che ha destabilizzato tutto e tutti, chi più e chi meno, alle fondamenta della struttura psichica. Per gli psicomotricisti è stato un trauma nel trauma, dato che nel nostro lavoro la relazione corporea con l’altro è fondamentale. A livello di colloqui psicologici, invece, è stato difficile con i nuovi pazienti, dato che le sedute si potevano svolgere solo per via telematica; con i pazienti già acquisiti invece è stato più semplice e meno impattante.”

6Quello che abbiamo vissuto, per ragioni diverse e in misura diversa da persona a persona, ha segnato la nostra pelle con profonde cicatrici; per la sua esperienza professionale, cos’è cambiato all’interno delle famiglie da un anno a questa parte e quali problematiche in particolare ha dovuto affrontare con i suoi pazienti?

“Ritengo che dobbiamo ancora pagare il prezzo alla pandemia dal punto di vista psichico; essa sta comunque incidendo sulla psiche di ognuno di noi, in modo diverso e dipendente dalle fasce d’età, ma anche dalle famiglie e da come esse hanno reagito o si sono interfacciate alla problematica. Ancora non sappiamo i reali problemi causati dalla pandemia; ad esempio, se gli adulti vedono la mascherina come una contingenza, un bambino di 2 anni internalizza questa immagine come normale, non solo come contingenza. Leggevo dei dati forniti dal primario del Bambin Gesù di Roma sui disturbi neuropsichiatrici: se ne rileva un aumento del 30% e si arriva ad un aumento del 130% per i ricoveri psichiatrici. Ecco, questi dati possono dare una misura del trauma e di come gli effetti a medio e lungo termine siano tutti da verificare. Credo che il Recovery Plan si dovrebbe occupare anche di questo.”

7-Come possiamo aiutare i nostri figli e/o i nostri studenti a rielaborare le molte fatiche emotive e relazionali che vivono ormai da più di un anno?

“Parto dalla considerazione che la presenza di professionisti nelle scuole, che contengano questa sofferenza e richiesta di aiuto, resa possibile grazie ai fondi emergenziali stanziati dal governo, sia molto opportuna. Credo anche che sia opportuna una riforma scolastica che inserisca delle figure intermedie (ad esempio lo psicopedagogista o lo psicologo scolastico) permanentemente nel contesto scolastico. Vi era già in precedenza un disagio diffuso, e credo che ormai il modello scolastico attuale sia superato: nel Nord Europa queste figure sono inserite da tempo nelle scuole in maniera organica. Le risorse stanziate quindi sono utili ma non devono essere estemporanee. Tornando ai figli, dipende da come la struttura familiare ha reagito al disagio: i genitori educano con la loro testimonianza e con la loro rassicurazione; anche in tempi di restrizioni a livello di relazioni è importante mantenere al meglio i modi di organizzare la famiglia che vi erano in precedenza. Nell’età evolutiva abbiamo assistito a una regressione nelle sue due declinazioni: l’ipoattività o l’iperattività, chiusura o estrema apertura verso la struttura d’ordine che c’era prima.”

8-Per concludere: io sono un insegnante di scuola superiore e so che lei è anche docente universitario, perciò le chiedo qual è la sua opinione sulla didattica a distanza.

“Il mezzo tecnologico è stato utilizzato in emergenza ed è quindi stato utile, tuttavia ritengo che il rapporto educativo non possa prescindere da una relazione diretta. Anche le neuroscienze hanno dimostrato come non si apprende ripetendo un concetto ma “animandolo” dal punto di vista corporeo, motorio, emotivo ed affettivo. L’apprendimento, direbbe Recalcati, è un’esperienza “erotica”, e la trasmissione di interesse e motivazione e di desiderio avviene attraverso una relazione vis a vis o gestuale tra docente e studente. La Didattica a Distanza doveva permettere di mantenere una relazione con gli studenti, ma anche di comprendere ed interpretare il contesto ed il disagio in cui essi si trovavano, mentre è stata confusa con la didattica in presenza e ha portato anche ad esagerazioni e degenerazioni (penso ad esempio al recente bendaggio di uno studente affinché evitasse di leggere possibili appunti). Aggiungo che, se questo strumento deve essere usato, deve essere normato: si sottovaluta il fatto che si fa entrare in casa, nella nostra area “comfort”, chi è a contatto con noi, mentre questi due ambiti, lavorativo e personale, dovrebbero essere distinti. Da ultimo, ritengo che la relazione sia il motore di qualsiasi apprendimento.”

(con la collaborazione di Irene Scattolin, ex allieva del Dr. Vecchiato)

Federico Faggian
Nato a Treviso il 02-06-1981. Laureato in Lingue a Ca’ Foscari, specializzato alla SSIS Veneto. Insegnante di spagnolo in una scuola superiore di Treviso. E’ stato presidente del quartiere Ovest-Ghetto e collaboratore de L’Eco di Mogliano; è consigliere di un’importante realtà associativa locale, il CRCS Ovest-Ghetto. Impegnato da molti anni in città nel mondo dello sport, dell’associazionismo volontario e della cultura.

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