27 October, 2021
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La scuola al tempo della pandemia (prima parte)

La pandemia ha senza dubbio stravolto la vita di tutte le persone sul pianeta e si è innestata come nuova realtà con cui è purtroppo necessario convivere, almeno fino a quando

La pandemia ha senza dubbio stravolto la vita di tutte le persone sul pianeta e si è innestata come nuova realtà con cui è purtroppo necessario convivere, almeno fino a quando non sarà somministrato il vaccino alla grandissima maggioranza della popolazione. Ciò ha ovviamente cambiato tutte le dinamiche sociali, ha rivoluzionato i rapporti personali, lavorativi, il modo stesso di lavorare ed anche di studiare.

Come insegnante, posso dire che senza ombra di dubbio che la scuola è uno degli ambiti che ha subito una profondissima trasformazione: tanto gli studenti come gli insegnanti si sono dovuti “incontrare” per tre mesi e mezzo circa in comunità virtuali, dove fosse possibile comunicare e fare quella che ormai è conosciuta con l’acronimo “DDI” (Didattica Digitale Integrata). Ciò è stato possibile per le superiori, in parte per le medie, ma immagino che alle elementari la cosa sia stata molto più difficile, quasi impossibile alla scuola materna, impossibile all’asilo. Come ovvio, data l’età degli attori coinvolti, gli unici che sono riusciti almeno a “salvarsi” sono stati quindi gli studenti delle superiori e in parte quelli delle medie, mentre gli altri studenti si sono visti molto penalizzati.

Con questo non intendo certo puntare il dito contro nessuno, perché le misure attuate sono state prese per ovvie ragioni di salute pubblica: senza dubbio però anche il mondo della scuola ha affrontato un periodo iniziale di “sospensione”. Il limbo è iniziato dopo la chiusura a partire dal 24/2/2020, poiché tutti gli attori coinvolti speravano di poter tornare a scuola e lavoravano per programmare le attività al rientro; ogni speranza è stata tuttavia cancellata dal DPCM dell’8/3/2020 che, di fatto, ha messo in lockdown il paese intero.

Da lì in poi, ciascuno ha fatto quello che ha potuto, sulla base delle indicazioni pervenute dal livello nazionale e dai propri dirigenti, ma anche in base alle proprie situazioni familiari. Da un giorno all’altro, infatti, molte persone si sono trovate dall’essere fuori tutto il giorno allo stare perennemente a casa, spesso con i figli che hanno compiuto lo stesso spostamento dall’esterno all’interno.

Lasciando per un momento da parte l’impatto psichico che tutto ciò ha avuto su tutti gli attori coinvolti, si deve considerare come l’apprendimento sia diventato non solo un modo per imparare nuovi contenuti, ma anche un modo per fuggire dalla solitudine dell’isolamento.

Ho sentito spesso piovere critiche sui docenti che, a detta di alcuni, non hanno lavorato abbastanza; a queste persone posso dire che i casi sono molti e vari, e ci sarà sicuramente stato chi non è riuscito ad organizzarsi in quella situazione emergenziale, ma la stragrande maggioranza ha lavorato molto più di prima, spesso in modalità h24 e senza disconnessione garantita. Si è dovuta insomma ricostruire una didattica il più efficace possibile ma, soprattutto, una relazione con i ragazzi, che non poteva essere più in presenza ma era in modalità video. Per noi docenti è stato necessario ricalibrare il percorso, approfondire l’utilizzo di alcuni software didattici, potenziare l’utilizzo delle e-mail, riadattare le verifiche, trovare la modalità di farle e pensare se farle, dato che la possibilità che i ragazzi copiassero era molto alta, interrogarli a distanza, insegnare loro a tenere il microfono spento e ad aspettare i turni di parola: insomma una nuova auto-istruzione per noi e una nuova educazione civica per gli allievi, che hanno dovuto completamente cambiare il loro modo di pensare alla scuola. E, dopo tre mesi dietro uno schermo, gli Esami di Stato in presenza sono stati un piccolo ritorno alla normalità. (Continua)