Dopo la vetrina internazionale della Mostra del Cinema di Venezia e le risonanze della Festa del Cinema di Roma, la nuova stagione cinematografica si è aperta con una vitalità inaspettata. Si dice da anni, ormai quasi per abitudine che il cinema italiano versi in una crisi irreversibile. Eppure, puntuale come un paradosso, il nostro cinema sa risorgere attraverso opere capaci di scuotere il pubblico e riaccendere il dibattito. L’esempio lampante di questa vitalità è l’ultimo lavoro di Giovanni Veronesi, Dio ride, un film che affronta con coraggio e sensibilità le corde più intime della nostra cultura.
Il dualismo della fede: tra oscurantismo e speranza
Al centro dell’opera di Veronesi non c’è solo una narrazione cinematografica, ma una vera e propria parabola etica ed esistenziale. Il film mette in scena con rara efficacia il profondo dualismo che da sempre attraversa la storia delle religioni e delle comunità umane: da un lato una Chiesa rigida, dogmatica, oscurantista e bigotta; dall’altro una spiritualità viva, aperta al sorriso, all’accoglienza e alla speranza. Questo scontro non è un semplice pretesto di trama, ma assurge a metafora universale. La contrapposizione tra una fede della paura e una fede della gioia incarna la lotta eterna tra il bene e il male e tra il giusto e l’ingiusto. L’oscurantismo chiude i portoni, giudica e condanna; il sorriso della speranza abbatte i muri, perdona e unisce. Veronesi ci ricorda che il sacro non risiede nel rigore punitivo o nella forma immobile, ma nella capacità di scorgere l’umorismo perfino nei momenti di massima oscurità.
Cosa ci può salvare in un tempo di muri e di ideologie?
La riflessione proposta da DIO RIDE risuona con drammatica urgenza nel nostro presente. Viviamo in un’epoca frammentata, dominata dal ritorno dei fondamentalismi, dalle guerre di religione, dalle polarizzazioni ideologiche e dall’incapacità sistemica di ascoltare l’altro. Di fronte a un panorama globale così conflittuale, la domanda sorge spontanea: cosa ci può salvare davvero? La risposta che il film suggerisce, e che il grande cinema sa spesso anticipare, non sta nelle ricette preconfezionate né nell’irrigidimento delle proprie certezze, bensì nella speranza di giustizia.
La riscoperta della compassione e del sorriso: ridere non significa sminuire il dolore, ma spogliarlo del suo potere assolutizzante. Un Dio che ride è un Dio che non incute terrore, ma che invita alla leggerezza calviniana, quella capacità di planare sulle cose dall’alto senza avere macigni sul cuore.
L’ascolto oltre il dogma: ciò che ci salva è la disponibilità a mettere in discussione le nostre gabbie ideologiche. La bellezza, l’arte e la capacità di provare empatia verso chi è diverso da noi sono gli unici antidoti all’odio sistemico.
L’umanità condivisa: nel momento in cui riconosciamo nell’altro non un nemico da convertire o abbattere, ma un compagno di viaggio con le nostre stesse fragilità e paure, disarmiamo la violenza dell’oscurantismo.
La rinascita della commedia umana
Il merito di Giovanni Veronesi e del cinema italiano d’autore che resiste sta proprio qui: nell’aver ripreso la grande tradizione della commedia umana e drammatica, capace, nello stesso istante, di far ridere e di pensare. In un mondo che alza barricate e rispolvera i dogmi del passato, l’arte ci ricorda che la salvezza non risiede nella forza bruta o nel giudizio inflessibile, ma nella capacità di guardare il mondo con bontà, meraviglia e, soprattutto, con un pizzico di profonda, salvifica ironia.
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