L’articolo 11 del “Regolamento Europeo sul Ripristino della Natura” è chiaro: “rafforzare la biodiversità degli ecosistemi agricoli tenendo conto della necessità di garantire la produzione agricola sostenibile nell’Unione”. Poi, ancora: “gli Stati membri mettono in atto misure volte a conseguire un aumento dello stock di carbonio organico nei terreni minerali coltivati”. Leggendolo, speranzosi, ci si immagina un “processo virtuoso” che soppianti gradualmente il modello di “agricoltura intensiva industriale” per arrivare ad “un’agricoltura contadina” su piccola scala, senza uso di pesticidi e a chilometri zero.
E invece scopriamo che sul suolo agricolo incombe una nuova minaccia: la frenesia energetica rinnovabilista di tipo industriale, sponsorizzata anche dai vertici di Legambiente. Scopriamo che le imprese energetiche stanno comprando i terreni agricoli ad un prezzo superiore rispetto al loro valore agricolo, contando sulle difficoltà delle aziende agricole per i prezzi imposti dalla grande distribuzione e per le conseguenze sui raccolti degli effetti dei cambiamenti climatici. Le rinnovabili su suolo agricolo si stanno rivelando per le imprese energetiche un business senza rischi: un’occasione molto ghiotta per facili profitti. A partire dagli aiuti di Stato.
L’importo complessivo degli aiuti di Stato autorizzati dalla Commissione Europea per il Decreto FER del 4 giugno 2024 è di 35 miliardi e sarà finanziato mediante prelievo dalle bollette elettriche dei consumatori finali. Viene stabilito un prezzo garantito per l’energia elettrica prodotta dall’impianto rinnovabile e per 20 anni si applica il meccanismo dei contratti a due vie: se il prezzo di mercato è inferiore alla tariffa garantita il GSE paga la differenza al produttore per integrarne i ricavi, mentre se il prezzo di mercato è superiore alla tariffa garantita il produttore restituisce la differenza. Quindi, i terreni fertili, immagazzinatori di CO2 e spazi di biodiversità e di sovranità alimentare, perdono la loro “vocazione naturale”. La loro missione è produrre energia e garantire rendite finanziarie a lungo termine a degli speculatori.
La “speculazione finanziaria ed energetica” per la pannellizzazione fotovoltaica della terra agricola è evidentissima ed è accompagnata da un consenso drogato e frenetico, irrazionalmente compulsivo: qualsiasi modo di produrre energia va bene, purché gli stili di vita e di consumo e il tran-tran produttivo non subiscano contraccolpi. Manca, anche da parte del mondo ambientalista, una profonda e non superficiale riflessione sul rischio di ridurre la transizione ecologica ad una transizione energetica di tipo tecnocratico.
E le alternative all’inganno del fotovoltaico su suolo agricolo ci sono e riguardano il “dove” collocare i pannelli e il “come” sottrarre alla speculazione il mercato delle rinnovabili rendendo più democratica e partecipata la produzione e la gestione dell’energia. Sono due alternative applicabili in modo sinergico. La prima: riguarda il “dove” collocare i pannelli fotovoltaici. Dai dati del Report n.37/2023 di ISPRA emerge che è possibile installare pannelli fotovoltaici su parte (tra i 700 e i 900 chilometri quadrati) dei 3500 chilometri quadrati dei tetti degli edifici che in grado di produrre tra i 66 e gli 86 GW. (L’I.S.P.R.A. ha stimato anche Comune per Comune l’energia producibile dai tetti fotovoltaici). Tale quantitativo di GW si aggiungerebbe a quello producibile dai pannelli fotovoltaici installabili su aree dismesse, aree da bonificare, piazzali, parcheggi, in corrispondenza di infrastrutture stradali, autostradali, ferroviarie e su altre aree impermeabilizzate. La seconda alternativa riguarda il “come” rendere democratica e partecipata la produzione di energia rinnovabile. Le C.E.R. le Comunità Energetiche Rinnovabili sono formate da gruppi di cittadini, imprese, enti locali e altre organizzazioni che, utilizzando le superfici artificializzate dove vivono, lavorano e fanno comunità, si associano per produrre, gestire e condividere l’energia da fonti rinnovabili. Sono due alternative in cui il “dove” e il “come” si integrano vicendevolmente e il costo delle bollette con cui si finanziano gli aiuti di Stato alle rinnovabili avrebbero un ritorno sociale ed ecologico.
C’è poi da chiedersi perché il governo, per azzerare il costo dell’installazione del fotovoltaico sulle superfici gia artificializzate, non vara un “superbonus energetico”. Se il “super bonus edilizio” che prevedeva la detrazione fiscale del 110%, anche se si installava una caldaia a condensazione a metano o si metteva una vasca Jacuzzi nel bagno di casa, perché non può esserci un “superbonus energetico” con la medesima detrazione fiscale?
I fondi vanno trovati perché l’installazione di pannelli su tetti, piazzali, parcheggi ecc. contribuisce a risolvere un’emergenza climatica senza creare nuove e diverse emergenze per l’eventuale perdita dei servizi ecosistemici del suolo agricolo: cibo, assorbimento acqua meteorica, impollinatori, biodiversità, stoccaggio CO2, identità, paesaggio e storia dei luoghi, ecc.
Mi aspetto che ambientalisti, Verdi e i vertici di Legambiente scelgano di battersi per la sovranità energetica senza penalizzare la sovranità alimentare e a danno di una “risorsa non rinnovabile” come la terra, nostra Madre Terra.
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