All’Università di Zara, Ezio Gavazzeni, intervistato dal giornalista Valerio Di Donato, racconta l’inchiesta sui «cecchini del weekend»: ricchi occidentali che avrebbero pagato per sparare sui civili durante la guerra in Bosnia. Testimonianze note già negli anni Novanta, sulle quali soltanto ora si muove la giustizia.
Pagavano per uccidere. Non per combattere una guerra o difendere una causa. Pagavano per prendere la mira contro un essere umano, premere il grilletto e vederlo cadere. Preferibilmente una giovane donna, meglio ancora un bambino. E, terminata la macabra escursione, tornavano alle proprie case, alle famiglie, agli affari, alla rispettabilità della loro esistenza quotidiana.
Erano i cosiddetti «cecchini del weekend», facoltosi cittadini europei, fra i quali numerosi italiani, che durante l’assedio di Sarajevo, e anche in altre zone di guerra della Bosnia, fra il 1992 e il 1996, avrebbero raggiunto le postazioni dei tiratori serbo-bosniaci per partecipare a battute di caccia all’uomo. Non mercenari pagati per combattere, ma clienti che pagavano per ammazzare.
Di questa pagina oscura della guerra nell’ex Jugoslavia si è parlato lunedì 12 ottobre, all’Università di Zara, durante un incontro promosso dalla Comunità degli Italiani «Girolamo Luxardo», presieduta da Šenol Selimović.
Protagonista, in videoconferenza a causa di un’indisposizione, Ezio Gavazzeni, autore del libro-inchiesta I cecchini del weekend (PaperFirst, 2026).
A moderare l’incontro, con traduzione simultanea, Valerio Di Donato, direttore del IL DIARIO online e conoscitore delle vicende balcaniche, che già nell’aprile scorso aveva dedicato alla questione un approfondimento pubblicato su “La voce del Popolo di Fiume” e ripreso dal Diario.
Erano presenti Adriana Grubelić, rappresentante consolare dell’Ambasciata italiana, Ana Bukvić, responsabile del Dipartimento di Italianistica dell’Università di Zara, ed esponenti della cultura cittadina. L’iniziativa ha richiamato l’attenzione della televisione croata e della stampa locale.
Zara è stata la prima città dell’ex Jugoslavia a ospitare una presentazione di questo genere, dopo l’annullamento di un analogo appuntamento a Fiume e il rinvio di quello previsto a Sarajevo, in un clima ancora segnato dalle difficili relazioni fra le comunità nazionali. Una città che porta nella propria storia le ferite di quelle contrapposizioni ha scelto di dare spazio a testimonianze scomode.
L’orrore aveva un tariffario. Il racconto di Gavazzeni, sollecitato dalle domande di Di Donato, ha restituito i contorni di un’organizzazione che avrebbe trasformato l’assedio di Sarajevo in un commercio della morte.
Le vittime erano persone costrette a uscire per procurarsi acqua, cibo, medicinali. Uomini e donne che attraversavano una strada, anziani in cerca di riparo, bambini che accompagnavano le madri. Dall’altra parte del mirino, secondo le testimonianze, visitatori arrivati dall’Europa occidentale.
Le cifre riferite da Gavazzeni sono impressionanti: fino a cento milioni di lire dell’epoca per colpire un bambino o una giovane donna, somme inferiori per gli adulti, una ventina di milioni per gli anziani. Un imprenditore avrebbe pagato complessivamente 340 milioni per una spedizione.
Non sappiamo quanto di questo tariffario troverà conferma giudiziaria. Ma la logica che emerge è agghiacciante: il prezzo sarebbe stato commisurato anche al dolore provocato. Un bambino valeva di più perché la sua uccisione avrebbe devastato una famiglia. L’orrore trasformato in contabilità.
Anche il trofeo era previsto. Non potendo avvicinarsi alle vittime, colpite da centinaia di metri, i cacciatori avrebbero conservato i bossoli dei proiettili esplosi, contrassegnati con colori diversi secondo la categoria della persona presa di mira. Una macabra certificazione dell’impresa e, secondo alcune testimonianze, uno strumento per regolare il pagamento.
Chi erano questi individui? Fra i presunti partecipanti figurerebbero imprenditori, professionisti, appassionati di armi, frequentatori di poligoni di tiro e amanti dei safari. Persone apparentemente integrate, capaci di condurre una doppia esistenza: rispettabili cittadini durante la settimana, cacciatori di esseri umani nei giorni di vacanza.
La guerra non avrebbe prodotto quei mostri: avrebbe semplicemente offerto loro l’occasione di manifestarsi.
I testimoni che nessuno voleva credere. Dietro le spedizioni, secondo le ricostruzioni raccolte da Gavazzeni, operava una rete di intermediari e agenzie in grado di assicurare trasporti, contatti con le formazioni armate e accesso alle postazioni di tiro. Trieste avrebbe rappresentato uno degli snodi principali. Altre rotte avrebbero interessato Budapest e Timișoara, con trasferimenti verso Pale e le postazioni dei cecchini serbo-bosniaci. Il fenomeno avrebbe interessato anche Mostar.
Ma fra gli aspetti più significativi emersi a Zara c’è la vicenda di una donna che gestiva una struttura ricettiva a Trieste e che avrebbe ospitato diversi gruppi di questi viaggiatori. Aveva raccolto indizi inquietanti, ma quando ne parlava incontrava scetticismo. Persino i familiari la consideravano una visionaria. Per anni rimase con i propri sospetti, finché la lettura di un articolo sul Piccolo di Trieste le diede il coraggio di farsi avanti. La sua testimonianza sarebbe stata poi verbalizzata in Procura.
Non è un caso isolato. Gavazzeni ha ricordato anche la testimonianza resa agli inquirenti da un sacerdote dei Beati Costruttori di Pace e quella di Thomas Gast, un francese che aveva prestato servizio nella Legione straniera durante la guerra in Bosnia. Gast ha riferito che la presenza di turisti venuti a sparare era conosciuta anche fra i militari.
Una ventina di testimoni, secondo quanto riferito a Zara, hanno preferito ricorrere a pseudonimi per ragioni di sicurezza. Altri hanno trovato soltanto molti anni dopo la determinazione a raccontare. Di fronte a un orrore così inconcepibile, qualcuno aveva finito per dubitare persino delle proprie percezioni. Soltanto quando le voci hanno cominciato a incrociarsi, confermandosi a vicenda, il silenzio ha iniziato a incrinarsi.
C’è qualcosa di profondamente inquietante in questa solitudine dei testimoni: sapere, o sospettare, e non trovare nessuno disposto a credere.
Si sapeva già. Perché nessuno intervenne?
Non siamo di fronte a una scoperta del 2026.
Già nel marzo 1995 il Corriere della Sera e La Stampa avevano pubblicato notizie sulle spedizioni di stranieri che raggiungevano la Bosnia per sparare sui civili.
Nel 2001 lo storico Jože Pirjevec, nel suo Le guerre jugoslave, ricordava le voci secondo cui le migliori postazioni dei cecchini venivano affittate a ricchi cacciatori occidentali desiderosi di aggiungere vittime umane ai propri trofei. Ne aveva scritto anche Luca Leone, nel suo I bastardi di Sarajevo, pubblicato nel 2014.
Nel 2022 il regista sloveno Miran Zupanič aveva realizzato il documentario Sarajevo Safari, riportando all’attenzione pubblica testimonianze dirette, fra cui quella dell’ex agente dell’intelligence bosniaca Edin Subašić. Proprio quel documentario aveva spinto Gavazzeni ad approfondire le ricerche, fino alla presentazione di un esposto alla magistratura italiana.
Perché testimonianze così gravi, conosciute da decenni, non hanno prodotto prima un accertamento giudiziario sistematico?
Un capitolo delicato riguarda i servizi segreti italiani. Secondo la ricostruzione di Gavazzeni, già nel 1994 l’intelligence militare bosniaca aveva segnalato al Sismi la presenza di cittadini italiani coinvolti nelle spedizioni. La risposta successivamente trasmessa avrebbe assicurato che il traffico era stato individuato e interrotto. Ma altre testimonianze indicherebbero che le spedizioni continuarono.
Che cosa sapevano realmente i nostri apparati? Quali verifiche furono compiute? Vi furono sottovalutazioni, reticenze, complicità?
Il silenzio non ebbe una sola origine. Ci furono le segnalazioni istituzionali rimaste senza conseguenze giudiziarie conosciute, le notizie giornalistiche dimenticate, ma anche la solitudine dei testimoni. È comprensibile che una persona comune, davanti a fatti tanto mostruosi, tema di aver frainteso o di essere giudicata inattendibile. Meno comprensibile è che, quando quelle testimonianze cominciarono a moltiplicarsi, nessuno riuscisse a raccoglierle in un’indagine organica.
Dopo trent’anni si muove la giustizia. La vicenda ha finalmente assunto una dimensione giudiziaria. Un impulso determinante è venuto dalle ricerche di Gavazzeni e dall’esposto presentato nel gennaio 2025, prima ancora dell’uscita del libro.
L’inchiesta della Procura di Milano, coordinata dal pubblico ministero Alessandro Gobbis sotto la direzione del procuratore Marcello Viola, procede per ipotesi di omicidio volontario aggravato. Alle iniziative di Gavazzeni hanno collaborato l’ex magistrato Guido Salvini, l’avvocato Nicola Brigida e la criminologa Martina Radice.
Secondo quanto riferito durante l’incontro di Zara, sarebbero cinque gli indagati nell’inchiesta italiana e due in Austria. Le indagini sono ancora in corso e potrebbero coinvolgere altre persone. Accertamenti sono stati riferiti anche in Bosnia-Erzegovina, Belgio e Svizzera.
Particolare interesse riveste il Belgio, dove operano importanti società specializzate nel reclutamento di personale militare privato, i cosiddetti contractors, per diversi teatri di guerra. Secondo le ricostruzioni, alcune strutture di intermediazione potrebbero aver sfruttato le proprie reti logistiche per organizzare anche le spedizioni dei cecchini a pagamento. Gavazzeni ha riferito di un consistente fascicolo investigativo a Bruxelles.
La città di Sarajevo ha deciso di costituirsi parte civile nell’eventuale processo. Si parla di alcune centinaia di partecipanti, forse quasi la metà italiani: stime fondate sulle testimonianze raccolte, non responsabilità accertate.
La presunzione d’innocenza resta irrinunciabile. Ma il tempo trascorso e le difficoltà probatorie non possono diventare un alibi per rinunciare a cercare i responsabili.
Il tempo non assolve. Per oltre trent’anni, mentre Sarajevo ricostruiva le proprie case e seppelliva i propri morti, qualcuno dei presunti protagonisti di quelle spedizioni potrebbe aver continuato indisturbato la propria vita. Invecchiando serenamente, circondato dagli affetti, forse conservando in qualche cassetto il ricordo materiale delle proprie imprese.
Non sappiamo quanti saranno identificati e chiamati a rispondere davanti a un giudice. Ma non possiamo riporre anche questa vicenda fra i misteri irrisolti che affliggono il nostro Paese.
Quelle vittime non erano bersagli. Avevano un nome, una famiglia, una vita che la guerra aveva già reso precaria. Cercavano soltanto di sopravvivere.
La giustizia arriva tardi, forse troppo tardi per molti dei loro familiari. Ma non per questo può rinunciare.
Trent’anni di silenzio non cancellano un delitto. E il tempo trascorso non può diventare l’ultima protezione degli assassini.
Ci rimane un dubbio irrisolvibile: dietro quali e quante sembianze si nasconde la bestia umana?
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Spero solo la magistratura, fatto seriamente il proprio lavoro, affermi che è tutta un’invenzione.
Trovasse la certezza che invece i fatti supposti si siano effettivamente realizzati, allora scopriremmo che si può essere killer solo per divertimento. Entreremmo a passi veloci “In quelle tenebre” titolo adatto, anche se per una situazione diversa, come quella descritta da Gitta Sereny per la vicenda di Fritz Stangl comandante a Treblinka.