martedì, 27 Ottobre 2026
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Albania: perdonateci, ragazzi!

Nota redazionale: I nostri media troppo spesso liquidano le proteste come manifestazioni di teppismo, soffermandosi sugli scontri e ignorando le ragioni di chi scende in piazza. In Albania la rivolta è cominciata a fine maggio contro la realizzazione di complessi turistici di lusso in aree naturali protette, simbolo di una politica accusata di svendere il patrimonio pubblico agli interessi privati. Dopo mesi di manifestazioni pacifiche, la protesta contro il governo di Edi Rama, al potere dal 2013, si è estesa agli studenti, esasperati dalla corruzione, dalla mancanza di prospettive e dalle condizioni dell’istruzione. Chiedono le dimissioni del governo, tasse universitarie più basse, alloggi accessibili, maggiori investimenti pubblici e opportunità di lavoro. Dietro le immagini degli scontri emerge il coraggio di una generazione che si ribella a un potere percepito come arrogante e predatorio. È questa l’altra faccia della rivolta che ci restituisce la scrittrice albanese Erida Petriti, nostra concittadina, attraverso una testimonianza accorata, nella quale la passione civile si intreccia all’angoscia di una madre.


Col cuore in gola apro i social. Sono oltre 140 giorni di proteste ininterrotte, più di 4 mesi pacifiche, durante i quali migliaia e migliaia di albanesi sono scesi in piazza a Tirana per chiedere le dimissioni del Governo Rama e di tutti i suoi ministri e ministre. Per mesi le richieste dei cittadini sono state ignorate, derise, ridicolizzate.

Dal 13 ottobre è cominciata la protesta degli studenti. Sono irremovibili nelle loro richieste. Adesso le proteste sono violente. I ragazzi dell’ultimo anno delle medie, delle superiori e dell’università si piantano davanti alle istituzioni: ministero della cultura, kryeministria (n.d.r: Presidenza consiglio dei ministri), parlamento e pretendono i loro diritti calpestati da questo Governo.

Guardo i video che circolano sui social network, ne ricevo altri da amici e parenti che si trovano lì, in mezzo ai manifestanti, e leggo ciò che riportano i media, che anche in questa occasione sembrano essersi divisi su quale parte prendere.

Non c’è più il giornalismo di una volta, mi ritrovo a brontolare, proprio come fanno gli anziani quando rimpiangono il tempo della propria giovinezza. Eppure, al di là della nostalgia, ciò che vedo mi porta a chiedermi dove siano finiti il dovere di informare, l’indipendenza e il coraggio di raccontare i fatti senza piegarsi a interessi di parte.

E in prima fila, ancora una volta, chi troviamo? Gli studenti.

Giovani che dovrebbero pensare ai loro sogni, allo studio e al proprio futuro, e che invece si ritrovano a dover scendere in strada per rivendicare il diritto a vivere in un’Albania migliore. Giovani che chiedono un Paese in cui la giustizia non sia un privilegio, la dignità non venga calpestata e il futuro non sia una speranza da inseguire lontano dalla propria terra.

I nostri poliziotti sembrano aver perso ogni misura. Nei video che circolano vengono mostrati ragazzi colpiti con una violenza che lascia senza parole. Corpi giovani, ancora acerbi, trascinati sull’asfalto, manganellati, caricati a forza nei furgoni e condotti nei commissariati.

A un certo punto, qualcuno avanza un dubbio: e se non fossero i nostri poliziotti? E se fossero arrivati altri uomini in appoggio a Edi Rama? Per un istante ti aggrappi a questa possibilità. Ti concedi un piccolo respiro, quasi una consolazione: forse la nostra polizia sta facendo il proprio dovere, forse sono altri a compiere queste violenze. Vorresti crederci, perché è difficile accettare che chi dovrebbe proteggere i nostri figli possa diventare una minaccia per loro.

Una mia amica che vive in Canada è tornata appositamente in Albania per partecipare alla protesta e stare al fianco dei giovani. Mi ha raccontato ciò che ha vissuto. Se il primo giorno il gas lacrimogeno le era sembrato relativamente sopportabile, il secondo giorno la situazione le è apparsa molto più grave: il gas era così irritante da rendere difficile respirare. Una testimonianza personale che restituisce, almeno in parte, ciò che significa trovarsi in mezzo a una folla investita dai lacrimogeni.

E poi ci sono le immagini dei manifestanti inermi, trascinati via mentre l’unica arma che hanno in mano è la propria voce: una voce carica di rabbia, dolore e indignazione verso una classe politica che sta compromettendo il futuro dell’intero Paese, svendendo territori e risorse a interessi economici potenti stranieri, in cambio di denaro e potere. Eppure, anche quando la paura prende il sopravvento, questi ragazzi non sembrano disposti a rinunciare.

Imparano in fretta, troppo in fretta, come ci si difende quando ci si sente abbandonati. In alcune immagini si vedono giovani raccogliere dal marciapiede pezzi di piastrelle e lanciarli contro le forze dell’ordine. Sono scene che non possono essere ignorate, così come non possono essere ignorate le circostanze che le precedono: secondo alcune testimonianze, la rabbia esplode soprattutto quando vedono un manifestante caduto a terra, circondato, trascinato e colpito con i manganelli da 5/6 poliziotti.

Vedo le ragazze. Quanta determinazione, quanto coraggio dimostrano! C’è un video che non riesco a togliermi dalla mente: quello di una ragazza trascinata e caricata in un’automobile priva di contrassegni visibili della polizia. Sento le sue urla e mi penetrano nella testa, mi accompagnano anche quando spengo il telefono. Non riesco a smettere di chiedermi chi sia, dove l’abbiano portata, se stia bene, se qualcuno possa aiutarla. Non conosco il suo destino. Ed è proprio questo a farmi paura.

Eppure, in mezzo a tanta inquietudine, emergono anche gesti di solidarietà che restituiscono fiducia nell’umanità.

Ci sono cittadini che aprono le porte delle proprie case per offrire riparo ai manifestanti. Ci sono bar e locali che accolgono i ragazzi, permettendo loro di sedersi, bere qualcosa, riprendere fiato e sentirsi al sicuro almeno per qualche minuto.

Tu guardi tutto questo da lontano. Leggi, osservi, ascolti. A volte hai la sensazione che il cuore si fermi per un istante. Poi, però, torni a guardare quei giovani e provi un sentimento diverso: ammirazione. Da dove nasce il coraggio di andare avanti, di tornare in piazza, di non arrendersi quando persino a noi adulti sembra che tutto sia perduto?

Sembrano fenici risorte dalle proprie ceneri. E, mentre noi li osserviamo con il cuore stretto dalla paura, loro stanno insegnando a noi adulti che cosa significhi lottare per un ideale, avere una dignità, credere ancora nel cambiamento e non rinunciare al futuro.

Ed è allora che, sentendomi in colpa, vorrei chiedere perdono a questa gioventù.

Perdonateci, ragazzi. Perdonate noi adulti, che non abbiamo fatto abbastanza, che abbiamo lasciato che il potere si concentrasse nelle mani di chi oggi è chiamato a rispondere delle proprie responsabilità. Perdonateci se vi lasciamo un’Albania in cui siete costretti a scendere in strada per chiedere ciò che dovrebbe essere garantito a tutti: giustizia, dignità, libertà e un futuro nel vostro Paese.

E poi arrivano le immagini degli arresti in pieno giorno. Giovani che, secondo quanto riferito da chi ha diffuso i video, non sembrano compiere alcuna azione violenta vengono fermati e portati via. Altre testimonianze raccontano di ragazzi che, alla sera, cercano rifugio nelle chiese e nelle moschee, luoghi nei quali ci si aspetterebbe di trovare almeno un momento di pace e protezione. E io continuo ad aspettare.

Aspetto che, almeno una volta, qualcuno in uniforme trovi il coraggio di disobbedire a questi ordini ingiusti. Aspetto di vedere quei poliziotti che scelgono di stare dalla parte dei cittadini, che abbassano gli scudi, che si avvicinano agli studenti non per arrestarli, ma per difenderli, per soccorrerli, per curare le loro ferite.

Nel frattempo, la protesta non resta confinata a Tirana. Le manifestazioni in sostegno degli studenti si estendono, secondo le notizie che arrivano, anche ad altre città albanesi: Scutari, Durazzo, Coriza, Lushnje, Elbasan…

Arrivano ancora video, ancora testimonianze, ancora immagini che fanno male. Ma arrivano anche notizie di docenti che scendono in piazza per sostenere i propri studenti.

Finalmente! Quanto aspettavo di vedere anche loro accanto ai ragazzi. Quanto aspettavo che gli adulti, quelli che ogni giorno hanno il compito di educare, accompagnare e preparare le nuove generazioni al futuro, si facessero da fari, avanti per dire: non siete soli.

E, in mezzo a tutto questo, emergono anche episodi che aggiungono confusione e sospetto a una situazione già estremamente tesa. Vengono segnalati incendi ai danni di attività private.

«Non siamo stati noi!», protestano gli studenti. «Noi siamo contro il governo, contro le sue istituzioni, non contro i privati.»

La richiesta dei ragazzi è rivolta al potere politico e alle responsabilità di chi governa il Paese. Chiedono le dimissioni senza nessuna condizione del Governo Rama.

E mentre la protesta diventa ancora più violenta, mentre i ragazzi sono stremati, spaventati, arrestati, massacrati, buttati per terra nei commissariati, lasciati senza cure, chiedono l’aiuto della diaspora albanese. Un richiamo potente: Albania ha bisogno di voi. Noi, figli vostri, abbiamo bisogno di voi.

Non è la prima volta che fanno l’appello, ai propri figli, costretti ad andare via per un futuro migliore. Anche io e la mia famiglia, quando le proteste erano pacifiche, siamo andati tre volte per dare il nostro contributo e alzare la voce perché l’Albania appartiene al suo popolo.

E noi, che viviamo lontano, come possiamo restare indifferenti?

Siamo stati costretti a partire, per cercare altrove opportunità, lavoro, stabilità e una vita dignitosa, ma l’Albania è rimasta dentro di noi, nelle nostre famiglie, nella nostra lingua, nei nostri ricordi e nella speranza di poter tornare un giorno in un Paese in cui i nostri figli possano scegliere liberamente se restare o partire.

L’Albania è la nostra casa. È una terra che i nostri antenati ci hanno affidato come un amanet: un’eredità morale da custodire e trasmettere alle generazioni future. Una terra segnata, nel corso dei secoli, dal sacrificio e dal sangue di uomini e donne che hanno lottato per la sua libertà.

Perdonateci, ragazzi!

È per questo che ho deciso di rivolgermi ad Amnesty International. Ho scritto un’e-mail e inviato anche una PEC, allegando fotografie e video relativi agli episodi di violenza denunciati, nella speranza che questi materiali possano essere esaminati e che vengano intraprese iniziative concrete per verificare quanto sta accadendo.

Non voglio che l’Albania arrivi al punto in cui le famiglie debbano piangere la perdita dei propri figli mentre questi chiedono giustizia, dignità e un futuro migliore. Non voglio che i giovani albanesi siano costretti a lasciare il proprio Paese perché perdono la speranza di poter vivere in una società giusta, libera e democratica.

Non voglio che la paura diventi la normalità. Non voglio che la violenza metta a tacere le voci di chi chiede un cambiamento. E non voglio che il mondo si volti dall’altra parte.

Vi vogliamo bene, ragazzi. Abbiate cura di voi stessi. Continuate a credere nel vostro futuro, ma proteggetevi, siate prudenti e non mettete inutilmente a rischio la vostra vita. Noi vogliamo vedervi crescere, realizzare i vostri sogni e godere insieme a voi della libertà per la quale state lottando.

Non siete soli. Anche da lontano, siamo con voi.

Perdonateci, se non siamo riusciti a consegnarvi un Paese migliore. E aiutateci a credere che un’Albania diversa sia ancora possibile.  

Erida Petriti
Erida Petriti è nata in Albania, dove ha vissuto fino al compimento dei 22 anni. Vive in Italia dal 1997. Amante della lettura e della scrittura, entrambe terapeutiche per rompere la monotonia di tutti i giorni, gli schemi e i tabù che portiamo dentro. Lettrice ad alta voce del gruppo “Quante Storie!”. Scrittrice di diversi racconti, alcuni dei quali sono stati premiati in vari concorsi e pubblicati nelle relative antologie. Nel 2022 sono usciti i suoi primi libri “Nel muro. La leggenda della sorgente lattea di Rozafa” edito dalla casa editrice Balena Gobba e “Riflessa in uno specchio rotto” edito dalla casa editrice PAV Edizioni.

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