Di fronte all’attacco sistematico alle istituzioni globali e al recente scontro sul Nobel a Navi Pillay, l’Occidente rischia di scivolare verso un nuovo tribalismo fondato esclusivamente sulla forza.
È un attacco senza precedenti quello promosso dagli Stati Uniti e Israele contro le fondamenta della giustizia internazionale. Non ci troviamo più soltanto di fronte a violazioni contingenti di trattati o convenzioni, ma all’affermazione di un nuovo paradigma di violenza destituente, armata, diplomatica e politica, che mira dichiaratamente a smantellare l’ordine giuridico nato dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale.
Nel corso degli ultimi anni, l’Occidente e in particolar USA e Israele, hanno compiuto una tragica scelta di campo avallando questa destituzione del diritto e mettendo in pericolo, di riflesso, anche la tenuta democratica delle proprie istituzioni.
Il diritto internazionale «non serve», conta «fino a un certo punto» o, nella versione più estrema e cinica, «non esiste». Affermazioni che fino a pochi anni fa avrebbero confinato chiunque ai margini del dibattito pubblico sono oggi diventate moneta corrente nel discorso dominante. Lo smantellamento delle norme sovranazionali, iniziato e consumatosi tragicamente sotto i bombardamenti a Gaza, sta facendo spazio a un’ideologia neocoloniale e tribale, dove la sola misura della legittimità è l’esercizio spietato della forza. È l’eredità avvelenata delle atrocità compiute dal governo e dall’esercito israeliano in Medio Oriente nell’indifferenza generale e la sponda e il supporto delle cancellerie occidentali.
A partire dal 2023, ogni linea rossa tracciata per la salvaguardia di civili, bambini, donne, personale medico, giornalisti, operatori umanitari e diplomatici è stata sistematicamente travolta.
Come ha lucidamente ricostruito il giurista Luigi Daniele, il senso stesso delle norme pensate per garantire la coesistenza pacifica tra i popoli è stato disintegrato.
Dalla campagna bellica a Gaza fino agli attacchi in Siria, Iran e Libano, assistiamo al ritorno della violenza coloniale come strumento ordinario e sdoganato delle relazioni internazionali. Uno schema distruttivo che dalla periferia del mondo si scaglia ora direttamente contro il cuore dello Stato di diritto.
L’ulteriore e drammatico salto di qualità di questo scontro si è consumato negli ultimi giorni, con le violente reazioni all’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 a Navi Pillay.

Già High Commissioner ONU per i Diritti Umani e prima ancora giudice dei tribunali internazionali per il Ruanda e per la CPI, e a partire dal 2021 ha presieduto la Commissione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, è stata premiata dal Comitato di Oslo proprio per il suo incrollabile impegno a difesa del diritto internazionale e contro i crimini di guerra.
La risposta delle leadership di Tel Aviv e Washington non si è fatta attendere, evidenziando il rifiuto totale di qualsiasi istanza di giustizia neutrale:
- Benjamin Netanyahu ha duramente attaccato il Comitato Nobel e la stessa Pillay, già alla guida della commissione d’inchiesta ONU che ha documentato e denunciato le violazioni e gli atti genocidari a Gaza, bollando la decisione come “un insulto” e tacciando la giurista di essere viziata da pregiudizio antisraeliano.
- Donald Trump, in un’escalation che segna un punto di non ritorno per le relazioni multilaterali, ha attaccato la decisione e ha firmato un nuovo pacchetto di sanzioni economiche e restrizioni contro i funzionari e i giudici della Corte Penale Internazionale (CPI), definendo la Corte dell’Aja un’istituzione «canaglia» e delegittimandone il ruolo di garanzia.
L’accanimento contro un’icona dei diritti umani come Navi Pillay e il ricorso alle sanzioni contro i magistrati dell’Aja rappresentano il coronamento di questo processo sanzionatorio e ritorsivo, la giustizia internazionale non viene più soltanto ignorata, ma attivamente perseguita e criminalizzata quando osa sanzionare gli abusi dei potenti.
In un mondo in cui chi indaga sui crimini di guerra viene sanzionato e chi difende la legalità internazionale viene trattato da nemico pubblico, la struttura delle democrazie liberali perde la sua stessa sostanza morale.
Se la forza sostituisce la norma e l’impunità diventa la regola per alcuni Paesi scelti, il messaggio inviato al resto del pianeta è devastante: la legge tutela unicamente chi ha il potere di imporla.
Oggi più che mai, l’Occidente e l’Europa in particolare, si trovano davanti a un bivio storico: continuare a spianare la strada a questa violenza destituente o trovare il coraggio di riaffermare che non può esserci pace, né sicurezza democratica, senza il totale rispetto della giustizia internazionale e della dignità di ogni essere umano.
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