Naza e la banalità del male

Silenzio. Questa è stata la reazione del pubblico in sala alla fine della proiezione di “NAZA“, il documentario vincitore del premio speciale della Giuria alla 83^ Mostra del cinema di Venezia.

Silenzio assoluto: non un commento, non un sospiro, niente.

E forse questa è l’unica reazione ragionevole a ciò che Naza mostra per poco più di un’ora: un dialogo con soldati, funzionari e tecnici israeliani, i creatori dell’algoritmo utilizzato per identificare i bersagli umani e pianificare gli attacchi a Gaza.

Il sistema si basa sull’intercettazione e lo spionaggio dei telefoni dei membri di Hamas e delle loro famiglie, con l’obiettivo di lanciare un attacco missilistico proprio nel momento più quotidiano di un uomo: il suo rientro a casa.

Come mai? “È il modo più semplice ed economico”, così rispose un soldato israeliano alla domanda dell’intervistatore.

Per ogni messaggio, telefonata o foto che indicano il ritorno a casa del bersaglio umano, l’algoritmo allerta i funzionari, che per essere più professionali verificano personalmente l’indizio fornitogli dal sistema.

Tra i messaggi, il più frequente è “papà è tornato”: per noi un semplice momento di quotidianità, per i palestinesi una condanna a morte.

Così facendo essi vivono gli ultimi istanti di vita di un uomo, prima di deciderne la morte, premendo semplicemente un bottone da centinaia di chilometri di distanza.

E non solamente di quell’uomo, ma di tutta la sua famiglia, o di tutte le persone che abitano in quel palazzo o anche in quel quartiere.

Donne, bambini, anziani, non fa alcuna differenza per loro: sono tutti Naza (questo è il termine utilizzato dall’ IDF per definire “danno collaterale”).

Ai generali non interessa nemmeno il numero delle vittime collaterali: fino a venti è normalità, ma non rappresenta di certo un limite.

Un attacco missilistico per un membro di hamas aveva causato la morte di 500 persone, l’intero quartiere. L’importante era uccidere quell’uomo, il resto non contava.

A raccontare tutto ciò sono gli stessi soldati israeliani, con i volti in controluce per non farsi riconoscere.

La serenità con cui raccontano questo genocidio è la testimonianza più vicina che abbiamo di quanto sia banale il male: questi soldati non sono mostri infernali, ma semplici uomini, mediocri funzionari di un sistema che li ha cresciuti nell’odio verso i palestinesi, ragazzi di scarsa intelligenza che alla semplice domanda “perché lo state facendo?” rispondono “non lo so, seguo gli ordini che arrivano dall’alto”.

Parole che rimbombano fortissimo, che riportano alla mente i processi ai gerarchi nazisti, i quali usarono le stesse parole per giustificare le atrocità commesse: “ho seguito semplicemente gli ordini”.

Uno dei soldati intervistati raccontò meglio degli altri la macabra ordinarietà delle sue giornate: il quartiere generale dell’IDF si trova nel centro di Tel Aviv, dunque gli capitava spesso di terminare qualche attacco missilistico e uscire subito dopo a bere con gli amici. Per lui sembrava tutto un videogioco: gli attacchi erano decisi dalla comodità della sua scrivania e condotto dai droni.

Insomma, la disumanizzazione delle vittime era totale.

Naza racconta così un genocidio, non di ottant’anni fa, ma di oggi e di domani, che per noi sembra assurdo, ma che purtroppo mostra la banalità della crudeltà umana.

E di fronte alle immagini dei cumuli di cadaveri dei bambini, mutilati o sotterrati dalle macerie, forse la risposta più corretta e rispettosa è il silenzio.


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Tommaso Syrtariotis
Studente di giurisprudenza presso UniPd Membro dei Giovani Democratici Marcon e dei Giovani Democratici Venezia Appassionato di politica, giornalismo, storia e molto altro.

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