mercoledì, 14 Ottobre 2026
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LA PACE: UNA SCELTA COMUNE

Intervista a Don Nandino Capovilla, parroco e membro della Sumud Flotilla salpata per Gaza nel 2025, estratta dall’evento di sabato 26 settembre “La politica che ascolta”, organizzato dal circolo del Partito Democratico di Marcon.

Don Nandino, lei che ha vissuto sulla sua pelle la fatica necessaria per aiutare chi è oppresso e in difficoltà, che definizione darebbe alla parola pace?

Allora, è una definizione che ha i contorni delle persone concrete, come siamo concreti noi, ma in particolare nei luoghi segnati dal conflitto, dalle guerre, e i volti soprattutto delle vittime.

Che cos’è la pace? Penso che la pace sia una scelta, una risposta alla domanda “cosa mi sta a cuore?”.

Perché tutti siamo per la pace teoricamente, ma per essere veramente dalla parte della pace è necessario fare una dichiarazione lucida e diretta, schierarsi inequivocabilmente a favore di essa.

Insomma, fare una scelta chiara, e per me la pace è la scelta fondamentale.

Questo si traduce anche in scelte politiche: vi leggo un estratto del discorso pronunciato da Marco Rubio (segretario di stato americano, ndr) alle Nazioni Unite.

“Quella legge internazionale di cui parla la gente ha un limite, l’obbligo principale di qualunque governo a pensare all’interesse nazionale del proprio paese”.

Ora, invece, vi leggo un estratto della Carta delle Nazioni Unite, la quale afferma che “Noi, popoli delle Nazioni Unite, vogliamo salvare le future generazioni dal flagello della guerra, e per questo riaffermiamo la fede nei diritti fondamentali e promuoviamo il progresso e il ripudio della guerra”.

È chiara allora la scelta fatta da Marco Rubio, quella della non pace, perché se io ho come interesse prioritario quello di difendere l’interesse del mio paese, allora non mi interessa minimamente il bene comune, dunque la pace. E questa è una scelta.

In questo momento sta indossando una spilla con la bandiera della Palestina. Lei, nel 2025, a bordo della Sumud Flotilla, ha raggiunto Gaza ed è stato trattenuto illegalmente dall’esercito israeliano per parecchi giorni.

Qual è il ricordo più nitido e prezioso che conserva di quella esperienza?

Ti ringrazio intanto che me l’hai lasciata, visto che spesso mi succede che mi chiedano di toglierla o di aggiungere altre spille, ed è umiliante.

Ad essere umiliante non è stato l’arresto dello scorso agosto, non mi hanno fatto niente, ma si sono molto arrabbiati perché non ho sottoscritto un documento di abiura dei valori che mi avevano spinto fin lì.

Ecco, mi ricordo bene quanto era forte il pugno della soldatessa sulla sua scrivania, tanto che feci un salto, perché mi rifiutai di firmare.

Mi vengono in mente le parole di Virginia Libero (segretaria nazionale Giovani Democratici, ndr): disobbedienza.

Arriva un momento in cui bisogna decidere: si firma o non si firma? Ci stai o non ci stai?

Ricordo che quella mattina la soldatessa era serena, pensando che avrei firmato semplicemente perché era scritto che dovevo firmare, e io “no, veramente non firmo”. “Eh, ma come?” – mi rispose la soldatessa – “Forse non ha capito, lei è in Israele, lei deve firmare”.

Ma forse voleva dirmi: guardi che siamo abituati che tutti i paesi del mondo, compreso il Vaticano, dicono sempre di sì a Israele.

Alla luce di tutto quello che ci ha detto, cosa auspica che possano fare le future generazioni?

Per rispondere a questa domanda vorrei leggervi una frase del discorso pronunciato da Sanchez all’ONU: “noi vogliamo custodire quello che altri vogliono distruggere”.

La domanda che mi hai fatto non riguarda solo i giovani, ma tutti noi, non riguarda solo il futuro, ma anche il presente, e nella frase di Sanchez è racchiusa la risposta alla tua domanda, riassumibile in una parola sola: ricostruire.

Questo l’ho imparato proprio da una vicenda che ho vissuto in Palestina: sai che inizia adesso la raccolta delle olive, e allora si andava nei territori occupati a raccogliere gli ulivi, perché la nostra presenza attenuava la violenza dei coloni e dei soldati. Mi colpiva vedere che in questi territori le persone vivono sotto gli alberi per tutto il tempo della raccolta.

E noi vivevamo questa scena: l’arrivo dei coloni israeliani che strappavano, tagliavano, distruggevano un ulivo, provocando la disperazione dei palestinesi che accompagnavamo.

Che cos’è, per noi, un ulivo? Al massimo una cosa ornamentale per il nostro giardino. Invece cos’è per i palestinesi? Tutto, la vita.

Allora arrivava il nonno anziano che diceva “calmi, adesso ne piantiamo due”. Mamma mia che roba! Che determinazione!

Ecco un’altra parola chiave che credo che faccia la differenza tra chi vive di questa supremazia, di questa arroganza, del “io so…, io voglio…”, e tra chi, invece, vive dell’umiltà che ha contraddistinto i più grandi maestri, persone che non vivevano dicendo “io so”, e possibilmente “schiaccio te prima”, ma scegliendo il bene comune e cercando di servirlo con grande determinazione.

Grazie, è stato un onore.

Grazie a voi!


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Tommaso Syrtariotis
Studente di giurisprudenza presso UniPd Membro dei Giovani Democratici Marcon e dei Giovani Democratici Venezia Appassionato di politica, giornalismo, storia e molto altro.

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