mercoledì, 16 Settembre 2026
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Lucio Carraro. Passione e intraprendenza, segni del presente e tracce di futuro.

Centro Sociale di Mogliano Veneto, 27 maggio 1983: il filosofo-linguista Silvio Ceccato, Carla Xodo, il sindaco Ugo Bugin e Lucio Carraro alla presentazione del Centro di Risorse ed Educazione Ambientale

Difficile, oltre che doloroso, ricordare chi ci lascia, specialmente quando si perde un amico a tutto tondo, come avviene in una relazione che dalla sfera privata si espande a quella pubblica. Una vita che, oltre la mera cronologia, è un di più rispetto alla sommatoria di anni, ricorrenze, avvenimenti. Tracciare il profilo di una persona ci obbliga a spingere lo sguardo in avanti, rovistare tra le pieghe della sua anima, intercettarne la ratio, arrivare al centro aggregatore del suo agire.

Per questo, se, come ammonivano gli antichi, “Nemo antequam mortem beatus dici posse” (nessuno può essere detto beato prima della morte) è legittimo ora cercare di individuare la beatitudine, la cifra, il tratto identitario di Lucio, la sua eredità. A partire, per quanto mi riguarda, dai molti ricordi di momenti condivisi.

Vado molto a ritroso nel tempo e il primo pensiero mi porta a rivedere Lucio all’ombra del campanile di Don Gianni, all’Ovest.

Don Gianni, un sacerdote-magnete, irresistibile catalizzatore di giovani moglianesi, sessantottini in pectore, surriscaldati dal clima eccitato degli anni ‘70. Per dire, l’Ovest è diventato tale, il luogo dell’anima per una intera generazione, quasi una periferia centrale, mi si passi l’ossimoro, ad alto potenziale simbolico, proprio per quel movimento giovanile in cui Lucio si imponeva non come mattatore, ma per il dono straordinario di riuscire a piacere a tutti senza calcolo, a motivo di una mitezza che è stato il suo tratto distintivo, il suo valore aggiunto.

Lucio presenta i Centri Estivi nel 1981

A diciotto anni arriva il diploma all’Istituto Magistrale Duca degli Abruzzi di Treviso; quindi, l’entrata in ruolo come insegnante elementare. Nei primissimi anni ’80, lo incontro per la prima volta nel mio ruolo di vicesindaco e assessore alla Pubblica Istruzione e Cultura, che è il lasciapassare ideale per chi, come Lucio, cerca stimoli e occasioni per dare sfogo all’ aspirazione di rendersi utile alla comunità, come di fatto avvenne. Tra noi due la sintonia è immediata. Lucio accetta con entusiasmo di darmi una mano nell’organizzare i neonati Centri estivi. Ma capisco presto che la sua collaborazione è preziosa anche per altre iniziative che stavo elaborando da assessore.

Gli propongo così di dirigere il Centro di Risorse e di Educazione Ambientale. Quel progetto, che affrontava un tema quasi tabù per quei tempi, aveva l’obiettivo di produrre materiale didattico sull’ambiente per le scuole di Mogliano Veneto. Nasce da qui, credo, il suo primo cimento letterario. Scrive di getto un librettino per l’infanzia, La Verde Collina, un genere letterario che il Nostro tornerà a praticare anche alla fine dei suoi giorni, con l’ultimo volumetto pubblicato per Solferino: Il mistero del coniglietto scomparso. Presentato a Mogliano Veneto il luglio scorso, poco più di mese prima di lasciarci, è il testamento di addio, il suggello di una vita spesa tra insegnamento e scrittura, un connubio strepitoso di meta-educazione oltre i quarant’anni passati tutti e solo alla scuola elementare “G. Carducci” di Treviso.

Alla fine della mia esperienza amministrativa, attorno agli anni ’90 o giù di lì, incontro Lucio a Ricadi, nella veste, lui come me, di rappresentante dell’Amministrazione per quel Premio Berto che avevo fondato nel lontano 1982. Entrambi avevamo accettato di diventare membri dell’Associazione Amici di Giuseppe Berto, nominata dal Consiglio Comunale nel 1986.

Dopo di allora, le nostre strade si dividono. Chi scrive riprende a tempo pieno il servizio all’università, mentre Lucio intensifica il suo impegno in politica, dove ricopre con successo i ruoli di consigliere, assessore e vicesindaco. Lo ritrovo casualmente proprio all’Università nel 2012, in occasione di un convegno “Rousseau e le donne”, per i trecento anni dalla nascita del filosofo e pedagogista svizzero. Parlando di Lucio il corsivo ci sta, e quello per lui era l’ambiente ideale per dar sfogo alla sua sete di conoscenza, soprattutto, come dirò appresso, la costante delle sue scelte socioculturali: aveva un’attrazione mai doma per dar corso sempre a nuove iniziative, mettere a prova le sue conoscenze. In questo caso, la sfida era rappresentata dalla miopia, così sono indotta a pensare, di certa pedagogia, che va per la maggiore, troppo schiacciata sul presente e non di rado poco interessata ad interrogare, come si conviene, il nostro passato, sottovalutando l’importanza di un presente che, facendo i conti col passato, può creare  nuovi ponti per il futuro, preparando  un mondo migliore. Per inciso, potenza delle coincidenze, a quel convegno avevo invitato tra i relatori il magistrato Carlo Nordio, ora ministro di Giustizia: trevigiano, una scelta, verrebbe da dire, in linea con il marcato afflato localistico di Lucio.

Tre anni dopo, nel marzo del 2015 Lucio perde la moglie Betty, sua coetanea, all’età di 61 anni e poco dopo inizia a peggiorare gradualmente la qualità della sua salute.

Betty Toniolo, moglie di Lucio, e Carla Xodo, marzo del 1982, Festa della Donna

Ma, paradossalmente, non viene meno il suo impegno nel sociale e letterario. Anzi vi è quasi un’impennata, oggi sarei indotta a interpretarla  come un modo per esorcizzare il male che stava lentamente minando il suo fisico. Raccontando e raccontandosi, Lucio lavora come prima, in maniera indefessa, quasi a voler intimidire il destino che sembra avergli voltato le spalle.

È facile immaginare la sua ansia nel delizioso buen retiro di via Pasubio, che però raramente lui dava a vedere nei normali convenevoli. “Come va?”

Esattamente questo fu il tono di una telefonata che gli feci un anno fa per un articolo che stavo preparando, quando ancora lavorava a pieno ritmo per L’Eco di Mogliano. Alla domanda di rito mi rispose che aveva qualche problema, ma che si augurava di superarlo, perché, concluse, “ho ancora tante cose da dire, non vorrei finire ora”.  Ancora tante cose da fare. Sic!

Per inquadrare la sua vicenda personale, mi si conceda questa veloce digressione filosofica, che ci sta, visto che stiamo parlando di un intellettuale.

Ci sono persone che, più o meno consapevolmente, attraverso il loro attivismo eludono o, più semplicemente, dimostrano di non lasciarsi contagiare dal senso di un aforisma filosofico pedagogico assai radicato nella nostra cultura. Questo: l’idea che la morte dia senso alla vita. Il memento mori (ricordati che devi morire), il richiamo alla fragilità e alla finitezza della vita, presente, seppur con sfumature diverse, nello stoicismo, nel cristianesimo e nell’esistenzialismo, ha conosciuto un’imponente letteratura, di carattere etico-religioso, ma anche di tipo esortativo-terapeutico. A questa visione si oppone, senza irriverenza, l’esistenzialismo positivo dell’engagement, dell’impegno. L’antico aforisma viene così ribaltato: non è più la morte che dà senso alla vita, limitandone il tempo. È la nostra capacità di attivare progetti che sopravvivano alla morte.

Nella categoria dei seguaci di questo vitalismo attivistico, sono indotta ad inserire anche la figura di Lucio Carraro. Sono portata ad interpretare la sua vicenda esistenziale e massimamente la resistenza opposta al lungo e doloroso declino, con la volontà di intraprendere una sfida alla morte, in una guerriglia senza tregua, che aveva come meta la ricerca di una traiettoria per sfuggire ad un nemico implacabile. Mi sono fatta l’idea che Lucio volesse convincersi che si potesse rompere un tabù, quello del punto di arrivo finale. Chi gli ha tenuto compagnia da quando è entrato nella stazione di arrivo, la Casa dei Gelsi, ha raccontato della sua coraggiosa resistenza all’aggressione incontenibile della malattia, che aveva totalmente compromesso la sua capacità deambulatoria.

Era dunque il tempo dell’addio, della meditazione appartata, del testamento spirituale, del distacco dal mondo, quel mondo da lui tanto amato, fatto di incontri, presentazioni, convivialità ed amicizie. Invece, incredibilmente, Lucio era in un’altra stanza, con idee, progetti da portare a termine, nuovi cimenti, tracce per future iniziative culturali. Era una scelta per la vita, non sul versante biologico, ma su quello dell’azione, del progetto, della coscienza che oltrepassa i limiti della materia, che si libera dei lacci della contingenza e ci spinge sempre in avanti, quando ci sorregge la pienezza della nostra energia vitale.

Questo tema lo spiega meglio di me S. Agostino nelle sue Confessioni, con una frase che sembra attagliarsi su misura a Lucio: Initium ergo ut esset creatus est homo (affinché il principio del cominciamento entrasse nel mondo, fu creato l’uomo).La persona, noi tutti vantiamo uno straordinario potenziale creativo, quello dell’azione, come capacità di resilienza; di più: per iniziare cose nuove nel mondo, creare nuove strade, esplorare territori non battuti. E l’idea è così ovvia nella sua disarmane semplicità che ritorna pari pari in Vita Activa (1958) della filosofa Hannah Arendt: l’attivismo che è in noi, in chi ne fa buon uso, è una “seconda nascita” all’interno della comunità, nella relazione con gli altri, per mezzo delle opere.

Dunque, è la natalità (natality) chedà senso alla vita, la nostra capacità di nascere e rinascere continuamente con idee e progetti che sopravvivono alla morte, che possono interrompere il corso apparentemente ineluttabile della storia. Chi agisce compie un miracolo, quello di avviare un cominciamento, iniziare qualcosa di nuovo, introdurre nel mondo l’imprevedibile e dare senso alla vita. Non rapportandosi alla fine, ma alla generatività del proprio agire.

L’azione, l’impresa, ogni cominciamento umano può sconfiggere la morte diventando parte della storia, nel fluire del ricordo collettivo all’interno della comunità: questo è il messaggio che leggo in Lucio Carraro, discepolo di S. Agostino e d H. Arendt, forse a sua insaputa. Ma, conoscendolo, per questa dotta affiliazione lo immagino schernirsi con uno dei suoi ampi sorrisi pieni di compiacenza, per la delizia di chi lo sta ad ascoltare. Sì, credo che direbbe “è troppo per me”. Ma, senza dirlo apertamente, accoglierebbe questi accostamenti con piacere, una non demeritata ricompensa per quello che ha fatto e per come lo ha fatto.

Carla Xodo
Carla Xodo è professoressa emerita di pedagogia generale e sociale dell’Università degli studi di Padova. Tra i molti incarichi istituzionali al Ministero e all’Università, è stata anche vicesindaco e assessore alla pubblica istruzione e cultura del Comune di Mogliano Veneto nella legislatura 1980 al 1984.

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