mercoledì, 16 Settembre 2026
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Quando le storie non ci aiutano più a crescere

In questo mondo di immagini a flash, in cui sembrano non esistere né il prima né il dopo, abbiamo più che mai bisogno di raccontarci e di raccontare.

Eppure, proprio mentre siamo circondati da una quantità infinita di storie, stiamo perdendo il senso del racconto.

«C’era una volta» non era soltanto la formula con cui cominciavano le favole. Era una soglia. Ci ricordava che ogni vicenda nasceva da qualcosa, attraversava il tempo e conduceva a una conseguenza. C’era un prima, c’era un dopo e, in mezzo, qualcuno che affrontava una prova e ne usciva trasformato.

Oggi il «c’era una volta» sembra scomparso. Al suo posto c’è un eterno presente fatto di immagini che arrivano, colpiscono e vengono subito cancellate da altre immagini. Un volto, una guerra, una catastrofe, un miracolo, uno scandalo, una promessa. Tutto dura pochi secondi. Troppo poco perché diventi memoria, abbastanza perché provochi paura, rabbia o desiderio.

Così rischiamo di diventare segmenti sempre più piccoli, con identità sempre più fragili. Alberi senza radici, esposti a ogni vento.

Un tempo le storie passavano attraverso la voce dei genitori e dei nonni, i libri, la scuola, la piazza, la comunità. Non erano sempre vere, ma avevano un luogo, un volto e una responsabilità. Oggi una parte enorme dei racconti che ci raggiungono viene scelta da sistemi invisibili, capaci di capire che cosa ci attira, che cosa ci spaventa e che cosa ci fa restare davanti allo schermo.

L’algoritmo non si domanda se una storia sia vera, utile o giusta. Si domanda se saremo disposti a guardarla, condividerla e tornare per averne ancora. Per questo ci mostra spesso ciò che conferma le nostre convinzioni, alimenta le nostre paure o accende la nostra indignazione. A ciascuno viene consegnata una favola su misura, nella quale siamo quasi sempre dalla parte del bene e qualcun altro indossa i panni del mostro.

Il pericolo è grande. Siamo affamati di favole, ma abbiamo sempre meno radici con cui giudicarle. Cresciuti alla mercé di una scatola magica che confonde l’illusione con la realtà, possiamo diventare facile preda di chiunque sappia raccontarci la storia che desideriamo ascoltare.

Oggi, inoltre, la scatola magica è diventata ancora più potente. L’intelligenza artificiale può creare fotografie di fatti mai accaduti, riprodurre la voce di una persona, fabbricare un video credibile, imitare un volto e mettere in bocca a chiunque parole mai pronunciate. Il falso non ha più soltanto bisogno di una buona trama. Può costruirsi anche le prove e i testimoni.

Non è casuale che, dal 2 agosto 2026, nell’Unione Europea siano entrati in applicazione nuovi obblighi di trasparenza per rendere riconoscibili i contenuti generati o manipolati dall’intelligenza artificiale, compresi i deepfake. È il segno che il confine tra realtà e finzione è diventato un problema pubblico. Ma nessuna etichetta potrà sostituire completamente il giudizio di chi guarda.

La questione, infatti, non riguarda soltanto la tecnologia. Riguarda la nostra fragilità. Non crediamo alle favole perché siamo tutti ingenui o incapaci di ragionare. Spesso ci crediamo perché siamo stanchi, spaventati e soli. Quando la realtà appare troppo complessa, una spiegazione semplice ci rassicura. Quando il futuro è incerto, una promessa assoluta ci consola. Quando ci sentiamo impotenti, l’idea di avere finalmente scoperto un colpevole ci restituisce l’illusione del controllo.

La solitudine è uno dei terreni sui quali queste storie attecchiscono più facilmente. L’Organizzazione mondiale della sanità ha indicato nella disconnessione sociale una delle grandi questioni del nostro tempo: una persona su sei, nel mondo, sperimenta la solitudine. In questa fame di relazione possono inserirsi voci artificiali sempre disponibili, personaggi costruiti per sembrare intimi, influencer che si presentano come amici, guaritori improvvisati e capipopolo che promettono appartenenza in cambio di fiducia.

Ci vengono così offerte favole per ogni paura e per ogni desiderio. La cura miracolosa che nessuno vorrebbe farci conoscere. Il successo ottenuto senza fatica. La vita perfetta da imitare. Il passato puro al quale sarebbe sufficiente ritornare. L’uomo forte capace di risolvere ogni problema. Il nemico responsabile di tutti i mali. Il prodotto che ci renderà finalmente giovani, felici e desiderabili.

Queste storie hanno quasi sempre la stessa struttura. Semplificano ciò che è complesso, dividono il mondo tra innocenti e colpevoli, ci lusingano e infine ci chiedono qualcosa: un voto, un acquisto, una donazione, i nostri dati, la nostra obbedienza, oppure soltanto altro tempo davanti allo schermo.

Eppure le favole di un tempo, perfino quelle più crudeli, non promettevano un mondo senza dolore. Dicevano che il bosco esiste, che il lupo può ingannare, che le scelte hanno conseguenze e che per diventare adulti bisogna attraversare una prova. La loro morale non era necessariamente una predica collocata alla fine. Era contenuta nel viaggio. Il protagonista partiva incompleto, sbagliava, imparava a distinguere, perdeva qualcosa e conquistava consapevolezza.

Le favole autentiche non servivano a trattenere i bambini nell’infanzia. Servivano ad accompagnarli fuori.

Molte favole contemporanee fanno il contrario. Non ci chiedono di cambiare, ma ci assicurano che abbiamo già ragione. Non ci insegnano ad affrontare la paura, ma ci indicano qualcuno contro cui rivolgerla. Non ci mostrano il limite, ma promettono che ogni desiderio possa essere soddisfatto immediatamente. Non ci rendono protagonisti responsabili della nostra vita. Ci trasformano in spettatori, consumatori e seguaci.

La domanda allora ritorna inevitabile: ma le favole non avevano una morale?

Sì, l’avevano. E forse proprio la morale è ciò che oggi abbiamo smarrito. Non un elenco di buoni comportamenti, ma la capacità di collegare le parole alle conseguenze, la libertà alla responsabilità, il desiderio alla realtà. Una morale è anche il coraggio di chiedersi chi sta raccontando, perché lo sta facendo, quale emozione vuole suscitare e chi guadagna dalla nostra credulità.

Per questo la nuova alfabetizzazione non può limitarsi a saper usare uno schermo. Deve insegnarci a fermarci, controllare la fonte, confrontare versioni diverse, distinguere un fatto da un’opinione e riconoscere quando una storia è costruita per manipolarci. L’UNESCO considera l’educazione ai media e all’informazione una competenza indispensabile per orientarsi tra disinformazione e contenuti prodotti dall’intelligenza artificiale.

Ma il pensiero critico, da solo, non basta. Abbiamo anche bisogno di ricostruire legami, memoria e comunità. Chi possiede una storia personale, familiare e collettiva non è immune dall’inganno, ma dispone di un terreno sul quale restare in piedi. Sa che il mondo non è cominciato con l’ultimo video apparso sul telefono e non finirà con la paura del giorno.

Non dobbiamo rinunciare alle favole. Sarebbe impossibile e forse disumano, perché l’essere umano vive di racconti. Dobbiamo tornare a distinguere le storie che ci aiutano a crescere da quelle che ci tengono bambini; quelle che illuminano la realtà da quelle che la sostituiscono; quelle che ci rendono più liberi da quelle che ci chiedono di credere senza domandare.

Abbiamo bisogno che qualcuno torni a dire «c’era una volta», non per rifugiarci nel passato, ma per restituire un’origine alle cose, una direzione al tempo e un significato alle nostre scelte.

Perché un albero senza radici può lasciarsi incantare da qualunque vento. Un albero che ricorda da dove viene, invece, può ascoltare tutte le storie del mondo senza essere trascinato via.

Benito Madonia
Canto, suono, dipingo, mi piace scrivere, ma soprattutto sono motivato dall’amore. Ho bisogno di innamorarmi per smuovere una curiosità che mi porta a conoscere e sperimentare il nuovo. Soprattutto mi piace incontrare l’Umanità e scoprire il mistero che si nasconde nelle relazioni umane, non sempre spiegabili con la ragione. Ogni mezzo utile e funzionale per comprendere l’Essere umano mi affascina.

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