In un’epoca in cui la comunicazione viaggia alla velocità di un clic e le relazioni umane rischiano spesso di ridursi a scambi superficiali o a giudizi affrettati, ci sono parole che arrivano improvvise a fare ordine nel caos. Parole che non cercano il clamore, ma che possiedono la forza tranquilla delle verità più profonde.
Recentemente mi sono imbattuta nelle riflessioni di un’amica, la dottoressa Simona Mogni, psicoterapeuta che opera quotidianamente nel campo della Salute Mentale. Nella sua professione, Simona gestisce un Servizio cruciale rivolto alle famiglie che vivono da vicino i problemi e il peso della sofferenza psichica, un osservatorio sensibile e profondo sulle fragilità umane e sui legami che resistono.
I suoi pensieri, nati proprio dall’ascolto e dal supporto costante a chi attraversa i territori più complessi del disagio dell’anima, risuonano come un vero e proprio manifesto educativo ed esistenziale per i nostri tempi: «Approfondite le storie, non generalizzatele. Siate curiosi, umili, generosi e simpatici».
In questo incipit c’è una richiesta precisa e rivoluzionaria: fermarsi. Smettere di catalogare le persone dentro comode etichette o stereotipi e ritrovare il coraggio dell’ascolto, della curiosità sincera verso l’altro e di quell’umiltà che permette di accogliere l’inedito senza preconcetti.
Questa attitudine verso il mondo non è qualcosa che si improvvisa; è un seme che va piantato fin dalla prima infanzia, attraverso l’esempio e la cura quotidiana. L’invito della psicoterapeuta si sposta infatti immediatamente sul piano della responsabilità generazionale: «Insegnate ai vostri figli il linguaggio, mostrate loro il rispetto, siate colti ed il più possibile affidabili».
In un momento storico in cui i linguaggi si impoveriscono e spesso si irrigidiscono nell’aggressività, insegnare la ricchezza delle parole significa dare ai più giovani lo strumento per comprendere se stessi e gli altri, per dare un nome alle proprie emozioni e per decodificare la realtà.
Ma i figli, si sa, non ascoltano le nostre prediche; guardano i nostri comportamenti.
Per questo ci viene chiesto di essere “colti” – non nell’accezione di un’erudizione sterile, ma come apertura mentale e curiosità verso la bellezza – e, soprattutto, “affidabili”. Un porto sicuro in cui un bambino sa di poter sempre gettare l’ancora, specialmente quando il vento della vita si face troppo forte.
Il cuore pulsante di questa esortazione tocca poi il tema della giustizia sociale e della consapevolezza di sé: «Portateli ad essere rivolti ai più deboli e bisognosi, ma anche consci del privilegio di poter essere forti».
Chi lavora ogni giorno per curare le ferite della sofferenza psichica sa bene che l’empatia non significa semplicemente provare compassione, ma orientare attivamente lo sguardo verso chi fa più fatica, insegnando che la solidarietà è l’unico vero collante di una comunità sana.
Al tempo stesso, riconoscere la propria forza o le proprie condizioni di partenza favorevoli non deve tradursi in superbia, bensì nella consapevolezza di un “privilegio” che comporta una responsabilità: quella di mettere la propria stabilità al servizio di chi vacilla, diventando scudo e sostegno per gli altri.
L’intera riflessione si chiude con un binomio di una potenza disarmante: «Resistete ed amate».
Due verbi all’imperativo che sembrano quasi contraddirsi e che invece si completano a vicenda. Resistere alle derive dell’indifferenza, all’egoismo imperante, alla tentazione di chiudere la porta e di ignorare il dolore altrui. E, contemporaneamente, amare.
Continuare a investire nei legami, a rischiare l’emozione, a credere nell’umanità nonostante tutto.
La Scrittura Emozionale serve proprio a questo: a rintracciare l’oro in queste preziose guide dell’anima, trasformandole in parole scritte capaci di sedimentarsi nel cuore di chi legge.
Custodire l’insegnamento di chi, come Simona, si prende cura delle famiglie nella tempesta significa impegnarsi, giorno dopo giorno, a costruire un mondo in cui la gentilezza e l’accoglienza non siano considerate debolezze, ma le forme più alte e coraggiose di resistenza.
E voi, cari lettori, come traducete nella vostra quotidianità l’invito a “resistere ed amare”? Sentite anche voi l’urgenza di insegnare ai più giovani il valore dell’ascolto delle singole storie, senza cedere alle facili generalizzazioni?


