Jesolo da anni si è imposta come un must. Da piazza Drago a piazza Marina è un susseguirsi di slarghi che ospitano iniziative, anche culturali, che rendono più eccitante il periodo vacanziero: cantanti, mercatini, incontri con l’autore e via discorrendo. Forse è eccessivo, ma una iniziativa fuori del comune lascia intravedere un salto di qualità (auspicabile). È accaduto l’8 luglio in piazza Mazzini, una delle piazze più prese di mira, recintata e riempita all’inverosimile di posti a sedere per assistere all’evento.
La personalità attesa era il famoso cardinale Pierbattista Pizzaballa nella seconda tappa, dopo Venezia, del suo tour veneto. Al di là del tema e della caratura del personaggio, non era scontato che ci fosse una mobilitazione così imponente nel cuore dell’estate, dominata, come ovvio, dalle frivolezze della vacanza. È consolante che la tragedia di un popolo, come i gazawi, abbia avuto un’eco così forte, una presenza così massiccia, con un altissimo grado di coinvolgimento. Gaza siamo anche noi. Ma per smuovere le coscienze servono anche scelte forti e conseguenti, al bando da ogni concessione retorica. Siamo in un dramma di atroce proporzione, che tale si configura se viene rappresentato da chi lo vive quotidianamente e da molti anni.
Pizzaballa viene da una terra, il bergamasco (nasce a Cologno al Serio), di forte radicamento religioso, ma anche sportivo. Da anni la squadra di calcio di Bergamo è sempre nella parte alta della classifica. Bergamo ha dato i natali a molti campioni, tra questi il cugino del nostro Cardinale, un formidabile portiere degli anni Settanta, Pier Luigi Pizzaballa.
Popolo lavoratore, schivo, anche spiccio nel tratto. In questa luce mi è parso anche il Nostro nell’ora in cui si è intrattenuto con il popolo dei turisti jesolani. Poche concessioni al “religiosamente corretto”, per entrare direttamente in medias res, come del resto impone il tema. Pizzaballa è un francescano e questo è già un biglietto da visita.
Ordinato sacerdote nel 1990, viene trasferito a Gerusalemme, dove entra nel servizio della Custodia della Terrasanta. Il nome, suggestivo, è quello di una delle giurisdizioni o provincie con cui Francesco d’Assisi, fin dal 1217, suddivise l’ordine francescano da lui fondato. La Provincia della Terra Santa comprendeva, infatti, le regioni del bacino sud-orientale del Mediterraneo, che andavano dall’Egitto alla Grecia. Più tardi, nel 1263 la Provincia di Terra Santa venne riorganizzata in Custodie, in entità territoriali più piccole, per facilitare la gestione dei francescani. Nacquero, in tal modo, le Custodie di Cipro, di Siria e quella di Terra Santa.
La presenza continua dei francescani in Terra Santa, anche dopo la caduta di San Giovanni d’Acri nel 1291 ad opera dei musulmani, nel 1847 portò alla restaurazione del patriarcato latino di Gerusalemme. Attualmente, esso ha giurisdizione sui fedeli cattolici di rito latino in Israele, Palestina, Giordania, Siria, Libano, Egitto, Cipro e Rodi. In Terra Santa i francescani prestano il loro servizio nei principali santuari della Redenzione, tra i quali il Santo Sepolcro, la Basilica della Natività a Betlemme e la chiesa dell’Annunciazione a Nazaret.
Dopo un servizio trentennale in Terra Santa, Pizzaballa viene nominato Patriarca di Gerusalemme dei Latini nel 2020 da papa Francesco, poi cardinale nel 2023, giusto in tempo per assistere all’ultima violentissima tappa – iniziata il 7 ottobre 2023 – dell’estenuante conflitto israelo-palestinese, che dura da oltre un secolo.
Impressionante, nell’incontro jesolano in Piazza Mazzini la testimonianza resa dal Patriarca sugli aspetti più drammatici della guerra a Gaza e in Medio Oriente. Sì, perché Pizzaballa non si è riferito a una realtà lontana, seguita in forma virtuale. Ha parlato con dovizia di particolari di una parte del territorio della sua diocesi con cui interagisce regolarmente, per portare solidarietà, aiuti, infondere coraggio alla popolazione locale.
Difficile dire che cosa sia diventata Gaza senza vederla, senza calpestare il suo terreno, senza annusare i suoi odori. La distruzione è totale. Gli edifici sono stati rasi al suolo, le città sparite, azzerate, cancellate, Rafah non esiste più. L’orizzonte si è appiattito. La possibilità stessa di camminare per Gaza non è scontata. Bisogna farsi largo tra cumuli di macerie, aprirsi varchi e percorsi provvisori tra le rovine e le tende in cui vivono i sopravvissuti. Le immagini diffuse nel mondo non riescono a rendere la reale portata di questa desolazione umana, che è fatta di aspetti materiali ma anche sensoriali. Una componente indicibile sono i miasmi, gli odori nauseanti provenienti dai cadaveri sotto le macerie e dalla mancanza di fognature. Ma mentre il viaggiatore guarda e passa, pur tra sdegno, rabbia e incredulità, gli abitanti di Gaza vi devono convivere: in un habitat popolato dai topi, dove la degradazione materiale fa il paio con quella morale di persone costrette a vivere in condizioni disumane.
Al pari degli animali, anche agli abitanti di Gaza, diversamente dal periodo della guerra, ora arriva di che nutrirsi, ma niente di più. Sono esclusi, ad esempio, tutti i prodotti dual use, beni e tecnologie utilizzati principalmente per esigenze di ordine civile che, però, possono prestarsi anche alla costruzione di armamenti. E come dual use sono considerati persino i banchi di scuola, le penne, le matite i quaderni. Con la conseguenza che le scuole restano chiuse.
Due cose hanno colpito nel dialogo tra il Cardinale e il giornalista che fungeva da spalla. In primo luogo, la serenità, l’equilibrio di questo religioso, la semplicità e discrezione, da tanti anni in trincea, assurto a ruoli di elevata e difficile responsabilità. Mi aspettavo la testimonianza agguerrita di un uomo ferito dalle ingiustizie, dalle violenze, dalla irrazionalità di una guerra, causata da rivendicazioni politiche e territoriali che, fino ad ora, hanno fatto fallire ogni negoziato. Invece alla leadership del potere e della forza, oggi diffusa, questo Patriarca contrappone una leadership di profonda umanità.
Con realismo, egli ha preso atto della natura complessa del suo Patriarcato, comprensivo di Terra Santa, ma anche di paesi arabi come il Libano, la Siria, la Giordania. Cadere nella trappola del fondamentalismo, l’asservimento al potere politico, sarebbe deleterio. Ma pur evitando di prendere posizione in un senso o nell’altro, deve venire in primo piano l’asservimento alla verità. Affermata, però, su un piano diverso, più impegnativo di quello politico finora sempre fallimentare. Significa rivendicare la verità ad un livello più profondo, quello umano, il luogo dove si scopre il valore della nostra congenerità, della comune appartenenza al genere umano. Ma lasciare spazio alle simmetrie, livellando le differenze, non comporta abdicare alla propria responsabilità. La carità va affermata nella verità, seguendo sì la via dell’amore e del rispetto per ciascuno, ma senza rinunciare a stigmatizzare azioni e comportamenti lesivi della giustizia e dei diritti altrui. La lezione evangelica di Pizzaballa è sintetizzata in un’espressione icastica del Vangelo di Luca, Tornarono a Gerusalemme con grande gioia, passo che ha fornito il titolo alla lettera pastorale che il Patriarca ha inviato ai fedeli della sua diocesi il 25 aprile del 2026. Vi è il riconoscimento che se il dolore e la sofferenza sono di tutti, non così le responsabilità. Esiste, infatti, “una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato. Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità”, un atto necessario per guarire dall’odio e da una memoria tossica.
Il secondo punto riguarda la via da intraprendere per scoprire la nostra comune umanità. Andare oltre le differenze esteriori, oltre i beni materiali che separano e alimentano il conflitto, imparare a trascendere l’esteriorità, per lasciare spazio all’interiorità. Ma come? Una leva potente è l’empatia, ha sottolineato Pizzaballa, e non si può non concordare. Ma non, come comunemente si crede, considerandola solo un sentimento. Essa è molto di più, è anche una forma di autoconoscenza che avviene riconoscendosi nell’altro. Questa duplice valenza dell’empatia, sentire l’altro come me e nello stesso tempo riconoscere me stesso nell’altro, è una delle vie d’accesso alla nostra interiorità. La seconda, ha ripetutamente sottolineato il Nostro, è la preghiera. La preghiera non trasforma il mondo, ma ci modifica, crea la condizione per un cambiamento necessario alla vita buona.
Che questa sia la difficile sfida che ci attende per salvare noi stessi e il mondo, lo attestano tre riconoscimenti, significativi per la loro diversa origine, attribuiti all’ azione di questo francescano, emarginato dalla società, al centro del mondo.

Il 20 marzo 2026 il Patriarca di Gerusalemme Pizzaballa è stato insignito della prima edizione del Premio internazionale “Pacis Nuntius”, promosso dall’Abbazia di Montecassino. Pochi mesi dopo, il 28-29 giugno 2026, allo stesso Patriarca viene attribuito il Premio per il Dialogo e la Pace, istituito dalla rivista di geopolitica Limes. L’11 luglio 2026, alle ore 18.30, mentre sto scrivendo queste righe, apprendo dell’ulteriore conferimento al cardinale Pizzaballa del Premio Internazionale San Benedetto da Norcia, con questa motivazione: “Attraverso il suo operato sul campo, il Cardinale incarna i valori di ascolto, accoglienza e stabilità comunitaria propri della tradizione di Norcia, traducendoli in un messaggio di speranza che il Premio intende promuovere con forza nel mondo contemporaneo”. Chi, come noi, che ha partecipato all’incontro di Jesolo, non può non essere grato per la scelta del premiato e per le motivazioni formulate dalla giuria di Norcia.





