Mi piaceva molto Paolo Conte in “Azzurro” quando parlava e cantava delle sue noiose domeniche in cui non c’era “neanche un prete per chiacchierar”. Beh, ieri a Mogliano non sarebbe successo. Avrebbe incontrato il mondo. Avrebbe incontrato un sacco di persone, diverse, colorate e perfino simpatiche.
Ecco l’occasione: la “Festa dei popoli 2026-colori, sapori, musica e storie dal mondo”, domenica 17 maggio.
Ad ospitare tutto l’ambaradan è la parrocchia di San Carlo, quella di don Paolo, ormai diventata in qualche modo protagonista dell’accoglienza e della generosità moglianese. Bravi a darsi da fare. E bravi in questo caso ad ospitare questa festa premiata da una bella giornata soleggiata, di nuvole gonfie di maggio.
Comincia. Si comincia con un gioco condotto dai ragazzi del Berto, con alti cartelloni cercano croati, tunisini, pakistani, etc. con cui fare dei gruppi. Un gioco di identità, di lingue, di abbigliamento. Vincono per me dei nigeriani, muscolose montagne, con dei colori sgargianti. Ma bellissime sono anche tre siriane con tenui sfumature di beige. Gusti.
Alla fine, un cortile pieno, appunto, di popoli che si uniscono in un gridato e poliglotta “benvenuto” e in canti babelici.
Aiutano “Scarabocchio e Scarabocchia” tra bimbi all’inizio timidi e poi impavidi e, ovvio è già mezzogiorno, famelici.
Passo indietro. Mentre i trecento, mica sono riuscito a contarli, si conoscono, si mostrano, un gruppo di gialli volontari, nel senso delle magliette, prepara un sontuoso banchetto lungo venti metri. Tutti piatti e leccornie varie cucinati e offerti dalle persone presenti. Niente catering o come si chiama, ma una sana gara di solidarietà culinaria cosmopolita.
Ora tutti in coda con il piattino, metà cibi non li conosco. Assaggio tutto, c’è un pane africano con una farina di non so cosa, un involtino di verdure che grida il bis. Si mangia sotto gli alberi, venticello. Davanti a me una signora anziana, ehm come me, che fa dei preziosi ricami i “Tatreez”, ci sono anche in un padiglione della Biennale. Gliene parlo, lei invece orgogliosa mi mostra il suo forno: una specie di bambolotto a gas che neanche nei campeggi più sfigati della mia giovinezza ho usato. Lei ne è fiera e con questo a Gaza ha fatto il pane e ha sfamato i suoi nipoti. Ammirazione.
Il pomeriggio. Riusciamo a starci nel salone, strettini. Collegamento con don Mattia Ferrari, il cappellano di Mediterranea, qualche mareggiata nell’audio e poi Letizia Bertazzon, una ricercatrice sull’immigrazione e lavoro. Tocca a Caterina di Officina 31021 e c’è la testimonianza di Maryam con il “gruppo donne di Mogliano contro le guerre e i genocidi”. Ma arriva Giavera, non chissà da quale mondo, ma dal Montello, con una sorpresa.
Una bandiera. Brividi brividi.
La bandiera delle bandiere, nel senso che è una lenzuolone 15 per 15 mi dicono, in cui sono state cucite tutte le bandiere del mondo con un effetto visivo ed emotivo incredibile, estetica ed etica fuse, in poche parole commovente. Tutti sotto, tutti a scuoterla, tutti a toccarla. Salgo sopra i locali della parrocchia e faccio un paio di foto da Pulitzer.
Il “coro Anton” intona e gorgheggia. C’è anche “Imagine” di John Lennon, ci invita a capire che un mondo senza guerre, senza confini, senza odio sarebbe possibile se…
“Ed è subito sera”.



