Zaporizhzhia si trova a meno di venti km dal fronte. Nella zona sud della città, nei quartieri Cosmos e Pidvenny, un orecchio attento distingue tranquillamente lo scoppio dei droni, quello delle granate e delle bombe avio guidate. Nuvole nere di fumo si alzano all’orizzonte, il cielo a sud della città è spesso solcato dalle scie di condensazione dei missili che partono dalla Crimea diretti verso nord. Nella settimana della Pasqua ortodossa, che ho trascorso in città, ci sono stati innumerevoli assalti di droni contro obiettivi civili. Ormai da 4 anni, la città vive sotto costante attacco da parte dell’esercito russo.
I colpi secchi e sordi della contraerea, il ronzio degli Shahed e poi gli scoppi dei droni kamikaze sono all’ordine del giorno. Anche io, purtroppo, ci ho fatto l’abitudine. Dopo la tregua di Pasqua, durata meno di 24 ore e trascorsa in una tranquillità surreale, i bombardamenti sono ricominciati già dal giorno successivo. Martedì il rumore dei droni (simile a quello di un motorino dalla marmitta rotta) ha svegliato la città alle 4 e mezzo del mattino, le esplosioni sono poi continuate fino alle 6.
Mercoledì un drone ha ucciso una donna che aveva appena cominciato a lavorare in un chiosco vicini alla fermata del tram, Giovedì una bomba avio guidata Kab ha distrutto una Chiesa alla periferia della città e ucciso un uomo che si trovava all’interno e il mattino successivo, di nuovo, un drone ha colpito una casa vicino al Politecnico, mentre la contraerea abbatteva due Shahed di passaggio sulla città proprio mentre mi trovavo nella piazza principale… E questi sono solo alcuni degli avvenimenti bellici che hanno coinvolto la città durante il mio soggiorno.

Nonostante ciò, Zaporizhzhia vive e resiste. La Filarmonia offre concerti di primissima qualità, il Teatro una serie di spettacoli di vario genere e di alta qualità. Ciò che è più importante, le scuole funzionano e i ragazzi non rimangono soli a casa.
I giovani
Incontro un gruppo di studenti sedicenni davanti al College elettrotecnico, una scuola superiore, che si trova proprio nel centro della città. Alle 10 hanno lezione dal vivo. Ksenia mi dice: “Lavoriamo un giorno a distanza e un giorno dal vivo. A noi piace venire qui, stiamo insieme e quando c’è l’allarme aereo andiamo nel rifugio”. Volodimir guarda scherzosamente Ksenia e aggiunge: “Sì, Ksenia aspetta solo l’allarme perché nel rifugio siamo con i ragazzi delle altre classi e lei può vedere la sua simpatia, un ragazzo di un anno più grande!” Ksenia si schernisce, si copre il viso con le mani ma ride insieme a tutti gli altri. Tutte le scuole sono ormai dotate di rifugi attrezzati di computer, internet, generatori elettrici. “Anche noi genitori siamo tranquilli quando sappiamo che i ragazzi sono qui. I professori li seguono, se c’è l’allarme vanno tutti insieme nel rifugio. Quando sono a casa spesso rimangono da soli, noi genitori andiamo a lavorare e loro stanno tutto il giorno con il telefonino in mano”, mi dice Lidia, una madre che ha appena accompagnato il figlio a scuola. Mentre i giovani si avviano verso la scuola, Lidia e io rimaniamo a parlare. Lidia ha anche un altro figlio, di 13 anni. “Non so se riesci a immaginare la situazione… Questa generazione ha conosciuto prima il lock-down a causa del Covid, subito dopo la guerra. Per anni non sono andati a scuola, hanno studiato a distanza. I miei figli hanno ricominciato ad andare a lezione dal vivo l’anno scorso. All’inizio è stato tragico: non riuscivano a stare seduti per più di 10 minuti di fila, non avevano attenzione, non erano neppure in grado di comunicare con i coetanei – dice Lidia con un’espressione del viso accorata – a poco a poco si sono abituati a stare con gli altri, a mantenere l’attenzione. In questo li hanno aiutato i professori e gli psicologi che sono sempre presenti a scuola”.
Incontro alcuni dei ragazzi del college la sera, alla Filarmonia. In programma c’è un concerto per organo su musiche di Bach. Mi stupisco che ragazzi così giovani frequentino questo tipo di concerti ma il direttore del College, Ruslan Koseljuk, mi spiega con fierezza che anche questo è un risultato ottenuto dalla scuola: “Di tanto in tanto, portiamo i ragazzi a teatro e ai concerti. Si abituano così a poco a poco a uscire di casa е a frequentare i luoghi della cultura. E non stanno soli a casa. La socialità è fondamentale per gli adolescenti. Noi facciamo quello che possiamo per far sì che questi ragazzi abbiano una vita il più possibile normale”.
I ragazzi nei territori occupati
Per puro caso, mentre siedo su una panchina del centro della città per godere del sole primaverile, incontro Sofia – una ragazza gentile e dai tratti del viso molto delicati – che fa volontariato. Sta registrando un podcast sui finanziamenti che l’UE vorrebbe inviare all’Ucraina ma che non possono essere versati a causa dell’opposizione di alcuni Paesi membri. Parliamo per diverso tempo del funzionamento dell’UE, le dico che si tratta solo questione di tempo e che Bruxelles ha una burocrazia complessa: non si tratta solo di formalità, ma di controllo dei flussi finanziari e di serietà. In certi casi, la forma è garanzia di sostanza. Sofia mi invita nella sede dell’ONG per cui lavora, la “Zahist Derzhavi” (Difesa dello Stato), che offre principalmente aiuto di carattere giuridico: aiuta i veterani che abbiano bisogno di formalizzare i documenti per la pensione di Stato, i profughi arrivati a Zaporizhzhia senza documenti, i giovani bisognosi di aiuto psicologico: “Zahist Derzhavi” non lascia indietro nessuno. Nella sede della ONG Sofia mi presenta Svetlana Makedonska, un’insegnante di una città della regione di Zaporizhzhia attualmente sotto occupazione russa. “Lavoriamo anche con i ragazzi sotto occupazione. Facciamo lezione online, singolarmente, con ogni ragazzo. Loro preferiscono continuare a studiare con noi perché il sistema scolastico ucraino è basato sul pensiero critico e non sul nozionismo, come quello russo”. Lo Stato ucraino pensa anche ai ragazzi che sono scappati all’estero: “I ragazzi all’estero studiano nelle scuola del Paese in cui si trovano, ovviamente, e noi “traduciamo” i voti che ottengono in materie come matematica e geografia nel sistema di votazione ucraino. Con noi seguono però online le materie che in quel Paese non esistono: lingua e storia ucraina. Chi prende un diploma di scuola superiore all’estero, potrà poi tornare qui e iscriversi all’Università. Abbiamo ottime Università, prendi per esempio il Politecnico di Zaporzizhzhia, è uno dei migliori al mondo”.
Il ragazzo sotto occupazione
Tramite un amico di Kherson, riesco a mettermi in contatto con uno dei ragazzi che studia sotto occupazione. Contatto D. tramite un social network una volta uscito dall’Ucraina, dopo che lui e la sua famiglia si son convinti di potersi fidare di me. Chiacchieriamo per pochi minuti, gli chiedo come sia vivere sotto occupazione. “I russi dicono di averci liberato, in realtà hanno solo distrutto tutto e si sono insediati nelle istituzioni. Io alla scuola russa non vado. Studio online con i miei professori ucraini. Poi cancello tutta la cronologia, per sicurezza. Ogni tanto ci vengono a trovare quelli dell’FSB (servizi segreti russi). Minacciano di mandarci tutti in Russia ma io non ho paura di loro. Sono frustrati perché non li vuole nessuno. Persino quel babbeo di mio nonno, che all’inizio era contento dell’arrivo dei russi perché pensava sarebbero tornati i tempi dell’URSS, adesso ha cambiato idea. Per ricevere la pensione ha dovuto fare un milione di documenti e non ha ancora visto un soldo!”. D. ha 17 anni e la sua famiglia non hanno potuto lasciare le zone occupate quando sono arrivati i russi per motivi legati alla salute di uno dei familiari.
Uzhgorod
Andrii Hizhni, è un sindacalista che si occupa di volontariato. Vive e lavora a Zaporizhzhia, ma questa volta ci incontriamo a Uzhgorod, in Transcarpazia, a pochi km dal confine con la Slovacchia e l’Ungheria. Una zona tranquilla, dove i droni e i missili russi non arrivano Andrii ha appena accompagnato un gruppo di ragazzi delle scuole elementari di Zaporizhzhia che per due settimane vivranno in un campo attrezzato di case mobili (capsule). Le capsule sono state regalate dall’ONG “Kapsuly Nadezhdy” (Capsule della Speranza) della Repubblica Ceca. I ragazzi vengono da Zaporizhzhia ma anche da Orihiv, una città che si trova quasi sulla linea del fronte dove è ormai impossibile vivere. La scuola elementare locale si è trasferita a Zaporizhzhia e viene ospitata nell’edificio di un’altra scuola (non specificherò quale per motivi di sicurezza). Alcuni degli allievi di questa scuola sono ora in Transcarpazia.
Al mattino, un autobus accompagna i ragazzi in una scuola di un villaggio vicino a Uzhgorod. Gli studenti conoscono così una realtà diversa da loro, fanno amicizia con i coetanei della Transcarpazia e trascorrono due settimane lontani dalle sirene e dai bombardamenti. “Oggi abbiamo avuto un compito in classe, gli insegnanti volevano verificare le conoscenze di fisica, incredibile, non ci hanno fatto usare il cellulare!”, mi dice D. Per alcuni di questi ragazzi, queste sono le prime lezioni dal vivo e hanno difficoltà ad adattarsi, abituati a lavorare online.
Il viaggio da Zaporizhzhia è una vera avventura: si va in autobus fino a Dnipro (la tratta Zaporizhzhia-Dnipro è vicina al fronte ed è continuamente bersagliata dai droni russi, anche io, al ritorno, sono stato evacuato: il treno si è fermato e ci hanno fatto scendere finché il drone non è stato abbattuto dalla contraerea), poi si continua in treno. Andrii porta con sé una borsa del pronto soccorso per ogni evenienza. Gli chiedo se non abbia paura a portare i ragazzi qui e lui risponde: “è una grande responsabilità, certo, ma qualcuno lo deve pur fare. Sai cosa vuol dire per i ragazzi quest’esperienza? Ogni 2 settimane c’è il cambio, cerchiamo di far venire a turno tutti… Quelli che sono già stati qui mi scrivono, mi chiedono se possono tornare, vogliono andare a scuola e rivedere gli amici di qui. Vogliamo che questi ragazzi recuperino quello che la guerra e l’esercito russo hanno tolto loro: la scuola, la socialità, la spensieratezza. In una parola, la gioventù”.
Odessa, sono spariti i ragazzi
Sul lungomare di Odessa, dove arrivo da Zaporizhzhia dopo una notte di viaggio, incontro Laura, una ragazza diciottenne. Mi fermo a parlare con lei e con la sua amica, Dora, che mangia un gelato al primo caldo della stagione. Laura mi dice: “In città sono spariti i ragazzi, o sono al fronte o si nascondono. Non riusciamo a trovare un fidanzato, e tu sei troppo vecchio per noi!”, dice Lara e ridiamo tutti e tre fragorosamente. In realtà, Laura ha sollevato un problema serio: in Ucraina, i maschi combattono o non escono di casa per evitare il reclutamento (anche io sono stato fermato innumerevoli volte dai militari che mi lasciano andare appena vedono il passaporto italiano).
Un anno fa, mentre viaggiavo da Kyiv a Odessa, un soldato che stava andando al fronte, mi disse: “La questione non è se ritornerò o meno. La vera domanda è, in caso sopravviva, come ritornerò. Senza un braccio, una gamba, o completamente fuori di testa? Sarò un peso per mia moglie e i miei figli? Non so cosa augurare a me stesso…” Di quel soldato ho l’indirizzo ma non gli ho mai scritto perché ho paura di non ottenere risposta. Certe volte è meglio non sapere e rimanere con il dubbio. Mi piace pensare che tornerà a casa alla fine della guerra così come quando è partito. C’è il rischio che Laura e Dora abbiano difficoltà a trovare un compagno anche dopo la guerra: quanti maschi rimarranno e in che condizioni psico-fisiche saranno?
Saluto le due ragazze e mi avvio verso la città. Sulla lamiera che delimita la passeggiata dalla spiaggia, c’è una scritta semplice, tracciata con un pennarello, la calligrafia è indubbiamente femminile: “In città sono scomparsi i ragazzi”.




