Chi conosce Ennio Tortato lo associa ai suoi libri dedicati alla storia locale: la vita contadina moglianese, le memorie di un territorio raccontate con rispetto e precisione, la capacità di restituire voce a un mondo semplice, fatto di gesti lenti e relazioni essenziali. Per questo, quando ha pubblicato Il tempo che respira, molti si sono chiesti perché un autore così radicato nella memoria del suo territorio avesse scelto di ambientare un libro in Kenya. Un’opera che, a prima vista, sembra lontana dalle sue precedenti pubblicazioni.
Tortato accoglie la domanda con un sorriso. “È diverso solo in apparenza” spiega. “Perché quando racconto la Mogliano contadina di un secolo fa, racconto un mondo che, per certi aspetti, non era molto diverso da quello che ho incontrato in Kenya. La stessa semplicità, la stessa lentezza, la stessa capacità di vivere il tempo senza inseguirlo. Cambiano i luoghi, cambiano i colori, ma il ritmo profondo è lo stesso.”
È proprio questo parallelismo inatteso a rendere Il tempo che respira un libro sorprendente e, allo stesso tempo, coerente con il percorso dell’autore. Il Kenya non è un altrove esotico: è uno specchio. Un modo per ritrovare, in un’altra parte del mondo, ciò che la nostra terra ha conosciuto e poi lentamente dimenticato.
Una coerenza che si riflette anche nella scelta di non presentare ufficialmente il libro.
“Non volevo eventi né palchi” racconta Tortato. “Volevo che arrivasse alle persone come è nato: in modo naturale, silenzioso, quasi intimo. Per questo è disponibile solo da Fotogramma, in via C. Gris 23. Un libro che non si annuncia: si incontra.”
“Non avevo programmato di scrivere un libro sul Kenya” prosegue. “Ero partito per un viaggio. Poi, giorno dopo giorno, qualcosa ha iniziato a chiedere parole. Non per essere ricordato, ma per essere condiviso.” È lo stesso impulso che, qualche anno fa, aveva portato Tortato a raccogliere testimonianze e storie della Mogliano contadina: non un progetto, ma un’urgenza.
Anche in Africa, ciò che lo ha colpito non sono state le avventure, ma i dettagli: un sorriso sulla spiaggia, un passo lento nella savana, un fuoco acceso al tramonto. “Ho capito che non stavo incontrando un luogo: stavo imparando un ritmo” dice. “Un ritmo che apparteneva anche ai nostri nonni: il tempo delle stagioni, delle attese, dei silenzi pieni.”
Quando parla di “pole pole” (piano piano) sembra di sentire l’eco di un Veneto contadino che non c’è più. Quando racconta “hakuna matata”, non come slogan turistico ma come filosofia di vita, torna alla mente la saggezza semplice delle nostre campagne. E quando descrive l’Africa come un luogo che “non chiede di essere spiegato, ma ascoltato”, sembra parlare anche della Mogliano di un tempo, dove la vita non si interpretava: si viveva.
Per questo Il tempo che respira non è un libro “diverso”: è un ritorno. Un modo per ricordarci che il tempo umano, quello che non corre, non scappa, non comanda, esiste ancora. Basta saperlo riconoscere.


