Xhoana si avvicinò al cancello della casa abbandonata, o almeno a quel che ne era rimasto, e la pervase una sensazione di dolcezza. Era da tanto tempo che non metteva piede in quel luogo, ma i ricordi erano vividi. Tornò con la mente alla sua infanzia, più precisamente a quando la casa era stata costruita, 35 anni prima. Ricordò com’era stata tirata su dai suoi parenti, uomini dediti ad altre occupazioni, che per necessità si erano dovuti reinventare architetti, ingegneri, geometri, ma anche operai e manovali… pur senza nessuno studio o esperienza in merito, e sorrise orgogliosa.
Uomini di cultura e di ideali elevati, perciò nemici scomodi della dittatura. Quel regime tirannico li aveva privati di tutti i loro averi: case, lavoro, beni, e inviati al confino in quel villaggio sperduto, con solo quello che avevano addosso.
Una stalla era stato loro destinato come abitazione. Solo la forza d’animo e la solidarietà avevano permesso di ricominciare faticosamente. Ricordò quando gettarono le fondamenta: era estate e faceva molto caldo.
La casa doveva essere edificata proprio in quella stagione, altrimenti l’acqua poteva infiltrarsi col rischio di crolli. Così le aveva spiegato suo padre. Pensò a quella gente che aveva contribuito a costruirla, la maggior parte della quale ormai era morta. Avvertì la loro mancanza e i suoi occhi si colmarono di lacrime. Venivano ad aiutare al termine delle loro attività, per finirla prima dell’inizio dell’inverno.
Completate le fondamenta, dovevano innalzare i muri, ma erano senza mattoni e non avevano soldi.
Adesso, dopo 35 anni, sembrava un’impresa impossibile, ma all’epoca nessuno si perse d’animo. In una specie di cassetta di legno quadrata, uno stampo diviso in due parti, mescolando della terra con sabbia e acqua e lavorandola fino a renderla una pasta dura, modellavano i mattoni freschi. A un certo punto le scatole erano diventate tante, forse una dozzina, o forse di più, e anche Xhoana si era messa a dare una mano.
Gli adulti riempivano le scatole, e lei e alcuni cugini più grandi, le prendevano e le svuotavano per lasciarli seccare al sole. Li chiamavano plithar, un nome buffo che all’epoca la faceva ridere…
Ne avevano preparati tantissimi e poi, una volta asciutti, avevano cominciato a usarli per i muri. Pian piano la casa prese forma. Ogni volta che tornava da scuola, vedeva le pareti sempre più alte, finché un giorno trovò pure il tetto sopra. Che felicità! Saltellava gioiosa da tutte le parti. Ormai avrebbe avuto la sua camera.
Finalmente!
Andarono ad abitarci che era ancora al grezzo. Non c’era intonaco sulle pareti. Sul soffitto si vedevano delle travi di legno che a lei facevano paura, ma il papà le aveva spiegato che per l’inverno, dovevano stare così per forza, ma che non doveva preoccuparsi perché lui piano piano avrebbe provveduto a sistemare tutto e che la loro casa dei sogni sarebbe stata perfetta.
A Xhoana tornò in mente che tutti i parenti (compreso suo zio e gli zii paterni ) erano venuti ancora un paio di volte per coprire le travi e avevano lavorato fino a ottenere un soffitto perfettamente piano. Infine, suo padre si era messo, la sera dopo il lavoro, a ricoprire i muri di malta, lisciandola con grande cura. Prima una parete, poi un’altra, e un’altra ancora. Prima una camera: quella matrimoniale, dove però ancora dormiva anche lei perché aveva paura, poi la cucina, il corridoio e per ultima la sua stanza.
Alla fine, sua madre aveva tinteggiato tutte le mura di bianco, ma ci erano volute tante passate e fatica prima che diventassero bianchi candidi. Suo padre ci aveva lavorato davvero tanto, durante l’inverno, ma ancora non si vedeva la fine dell’impresa.
L’estate successiva toccò al pavimento. Fino a quel momento sua madre aveva rimediato raccogliendo dello sterco di mucca e fango facendo una specie di miscuglio con il quale copriva tutto il suolo.
Questa cosa a Xhoana faceva ribrezzo, ma sua madre, con molto senso pratico, le aveva detto che finché non avessero sistemato il pavimento, era l’unica soluzione. E infatti, coi primi caldi, quando tutto si sarebbe asciugato velocemente, la casa si riempì di parenti che cominciarono a preparare il cemento per stenderlo sul suolo di terra. Lei ne fu proprio contenta.
Questo pensava davanti a quelle rovine, mentre le pagine dell’album dei suoi ricordi si aprivano una alla volta, per giungere all’epoca dell’adolescenza, alla sua prima cotta.
Lui era il figlio del loro vicino. Giocavano spesso assieme, da quando erano piccoli, ma si frequentarono con più assiduità quando diventarono più grandi.
Sua madre le aveva proibito di vederlo. Le aveva detto: «Xhoana, tu non sei più la ragazzina e nemmeno la bambina di una volta. Adesso sei una signorina e le fanciulle per bene non vanno a giocare a nascondino con i maschi. D’ora in poi devi stare a casa, dare una mano con le faccende, cucinare, ricamare. Questo deve fare una ragazza della tua età.»
Xhoana aveva annuito, ma dentro di sé, sapeva che non avrebbe ubbidito. Le sembrava un’assurdità ciò che diceva sua madre. Come poteva rinunciare a Miri? Sapeva sua madre quali battiti lui le provocava, quali brividi? Intanto, i suoi sarebbero andati ogni giorno al lavoro, e lei, dopo aver compiuto velocemente i suoi doveri, sarebbe stata libera.
Per ammazzare la noia, avrebbe invitato Miri a farle compagnia. Non era mai andata a casa sua. Non ci teneva.
Lui sarebbe corso subito. Visto che era un maschio, non aveva altre incombenze.
In uno di questi incontri successe ciò che sua madre temeva. Si era scottata mentre cucinava sulla stufa a legna.
Miri, tutto preoccupato, era corso ad assisterla. Fu in quel momento che, finalmente, trovò il coraggio di dirgli: «Guarda che secondo mia madre tu non dovresti essere qui… e io non dovrei incontrarti.»
Lo guardò negli occhi. Colse il suo disappunto. Le dispiacque e gli diede un bacio sulla guancia, poi come se nulla fosse, proseguì: «Non ho intenzione di ubbidire, tranquillo. Tanto non ci possono vedere, sono sempre via.»
Miri si avvicinò e le tirò su una ciocca di capelli dalla fronte, le passò il dorso della mano carezzandole delicatamente il viso. Xhoana chiuse gli occhi e sospirò.
Con l’indice le disegnò i contorni delle labbra. Lei socchiuse la bocca e glielo baciò.
Era la prima volta che andavano oltre, ma nessuno dei due si spaventò, né si sorprese. Sembrava un destino già prestabilito da quando erano nati. Le loro labbra si sfiorarono, mentre le braccia già forti di lui le circondarono l’esile corpo ancora acerbo. Glielo strinse delicatamente, come temesse di farle del male. Le si strofinò addosso, restando entrambi vestiti. Si gustarono così, quella prima volta. Ma non fu che l’inizio.
Mentre ripensava a questo, avvertì una folata di vento alle sue spalle. Un venticello fresco che l’avvolse tutta. Chiuse gli occhi e piegò la testa all’indietro.
Era la brezza che la riportava al passato, che le faceva sentire i profumi della sua infanzia. Gli odori della casa, dei mobili, delle persone. L’odore di Miri. Sì, riconobbe tra gli altri anche quello. Unico, inconfondibile.
La brezza divenne un soffio lieve dietro il suo orecchio, un respiro tiepido e delicato, un sussurro. Le sembrò di sentire una voce che sospirava il suo nome. Una voce conosciuta, che la fece girare di colpo, spaventata, per scontrarsi con un sorriso che le diede un tuffo al cuore.
«Miri!» esclamò «E tu che ci fai qui? Pensavo te ne fossi andato, come la maggior parte della gente di questo paese sperduto.»
«Ti aspettavo … da anni ti attendo ogni giorno. Ho sempre creduto che saresti tornata, prima o poi.»
Si abbracciarono con affetto. Erano quasi trent’anni che non si vedevano.
Lei, in seconda superiore, aveva dovuto trasferirsi in un’altra città, poi i suoi genitori erano emigrati all’estero portandola con loro. Non aveva avuto più modo di andare a trovarlo, di vederlo.
«Quanto mi sei mancato! Come sono felice di vederti» gli disse abbracciandolo.
«Non dirlo a me.» rispose baciandola e annusandone il profumo.
«Ma fatti guardare bene, sembri molto più giovane… pare che il tempo per te si sia fermato, ma come fai?»
Miri sorrise, alzando le spalle, ma non rispose. «Perché non entriamo dentro?» le disse invece.
«Ecco, da sola avevo un po’ di paura. Dicono che le case abbandonate ospitino i fantasmi… sai com’è?»
«Paura dei fantasmi? E perché? Se sono persone cui hai voluto bene, non ti faranno mai del male. E poi ci sono io a proteggerti.» le rispose, mettendole un braccio sulla spalla.
Si appoggiò a lui e insieme si incamminarono verso l’entrata. Appena varcarono la porta, lei sentì di nuovo quella folata di aria fredda provenire dall’interno.
Spaventata, si girò verso il vecchio amico, e il suo sguardo sereno la tranquillizzò, quindi si concentrò a guardare tutto intorno.
I muri, per i quali si era fatta così tanta fatica, erano rovinati, caduti anche più della metà. Il tetto non c’era quasi più. Dal cancello del cortile non si riusciva a percepire tutto il disastro, ma una volta all’interno era evidente.
Con Miri percorse ogni locale, chiamandolo per nome: qui era il corridoio che fungeva anche da soggiorno, qui la camera dei miei, qui la cucina e infine… ecco la mia stanza.
Era tutto vuoto. C’erano solo detriti, ma tra quelle macerie, lei, o forse tutti e due, ricordarono i momenti di intimità intensa che avevano passato insieme.
Xhoana cercò un suo bacio, Miri l’accontentò. Poi lui spostò un po’ di calcinacci e si tolse i vestiti, adagiandoli per terra e facendone un piccolo materasso. Lei lo guardò senza proferire parola.
Allora lui la sdraiò delicatamente sopra quel giaciglio, cominciò a baciarla sulle belle labbra, a mordergliele delicatamente a piccoli morsi. Le chiese di chiudere gli occhi. Xhoana sentì che la stava spogliando. I vestiti le si sfilavano di dosso senza quasi che percepisse alcun tocco. Sembrava fosse quel vento a spogliarla. Quel vento misterioso e sensuale che le sfiorava la pelle dandole dei brividi mai provati prima. Lo sentì che cominciò a baciarle il collo.
Miri non aveva fretta. La stava assaporando lentamente, accrescendole il desiderio. Aveva la stessa delicata timidezza di quando erano adolescenti, pur essendo ora un uomo di corporatura notevole.
Xhoana smaniava, voleva rivivere i momenti che da ragazzi si erano regalati e che per tanti anni aveva sognato ancora «Mi stai facendo impazzire.» Gli sussurrò.
Miri sembrava solo sfiorarla, non ne avvertiva quasi il peso, eppure lei sentiva la sua presenza, viva e pulsante. Lo abbracciava, lo baciava, stringeva Miri come se volesse assicurarsi che fosse davvero lì, con lei, che fossero veramente insieme e che lo sarebbero stati ancora.
Ogni volta che la sfiorava sentiva con un brivido quell’aria fresca carezzarle la pelle. Ogni volta che la prendeva per girarla si sentiva sollevata con leggerezza, senza sforzo dalle sue braccia forti. Le pareva di poter volare.
Miri si muoveva delicato come per colmare la mancanza di tutti quegli anni perduti. Xhoana si sentiva come in un’altra dimensione. Finché esausti, si abbandonarono, tornando sulla terra dopo essersi librati in aria; lei su di lui, sopra i vestiti, in mezzo alle macerie.
«È stato bellissimo come in un sogno.» gli disse Xhoana mentre calmava gli ansiti nel suo petto «come allora ma mille volte più intenso.»
«Promettimi che non ti scorderai mai di me.» Le disse mentre giocava con i suoi capelli.
«Come potrei?» rispose «sei stato il mio primo amore, la mia prima esperienza. Sei il ponte con il mio passato.»
Si alzarono. Xhoana iniziò a rivestirsi.
«Devo andare» gli disse «mi aspettano. Se riesco, passo di nuovo oggi pomeriggio.»
Miri sorrise con una smorfia di amarezza. Lo baciò ancora un’altra volta prima di staccarsi definitivamente. Mentre si allontanava, girò la testa indietro, ma di lui nessuna traccia.
«È sparito per non farsi vedere da me che piange» pensò «è stato sempre così. Da quando era piccolo voleva, ogni volta, mostrarsi duro.»
«Xhoana!» la chiamò il tassista che l’aveva accompagnata e l’attendeva sulla strada principale «hai finito questo viaggio nei ricordi? Possiamo pranzare e tornare a casa?»
«Ho quasi finito» gli rispose «fammi andare un attimo in questo piccolo cimitero. Vado a salutare i miei parenti.»
Raccolse un po’ di fiori di campo per metterli sulla tomba di ognuno, orgogliosa di discendere da questa gente di alto rango. Entrò quasi in punta di piedi, come per non disturbarli nel loro sonno eterno.
Uscendo, alla sua sinistra, in un posto un po’ rialzato, un qivur diverso dagli altri attirò la sua attenzione.
Si avvicinò per vedere a chi appartenesse. Conobbe la foto. Lesse il nome: Miri B. Data di nascita Data di morte.
Calcolò gli anni vissuti. Erano solo ventotto. Pianse sul marmo freddo. Accarezzò la foto. Sembrava le sorridesse.
Faticò non poco per sciogliere quel nodo che aveva in gola e ritrovare la capacità di parlare. «Hai rinunciato al tuo sonno per aspettarmi. Adesso puoi finalmente riposare.
Addio Miri… e grazie.»
Sussurrò tra i singhiozzi queste parole e, appoggiando sulla tomba gli ultimi fiori, si allontanò.


