Condivido spesso sui miei canali Facebook e Instagram post e stories a carattere politico, sociale, economico, preferendo quelle con grafici o mappe. Un’azione quotidiana per ampliare lo sguardo e il confronto all’Italia, all’Europa, al mondo intero. Rimango colpito qualche giorno fa da un titolo d’impatto: “Stesso petrolio. Due paesi. Due destini”. Non conoscevo praticamente nulla sulla scoperta nel 1969 di giacimenti petroliferi nel Mare del Nord, accessibili a Norvegia e Regno Unito. Eppure il nocciolo del contenuto riguarda non tanto l’eccezionale rinvenimento, quanto piuttosto le scelte politiche che intrapresero i due rispettivi governi.
La Norvegia operò una decisione prudenziale, impopolare e lungimirante: il petrolio venne considerato come una risorsa pubblica, i profitti derivanti dall’estrazione vennero pesantemente tassati, la gran parte dei proventi accantonata, anziché spesa. Il Regno Unito decise inversamente per incamerare denaro quanto più velocemente possibile, dando sollievo ad un’economia stagnante e operando tagli di tasse all’interno di un più ampio quadro di manovre, soprattutto privatizzazioni, proprie dell’era thatcheriana.
Ora il racconto potrà essere anche in parte enfatizzato e parziale (la Norvegia aveva 14 volte in meno la popolazione del Regno Unito; il fondo sovrano norvegese incamera più proventi dal gas naturale che non dal petrolio), ma l’idea di fondo è che mentre un governo ha considerato un bene come patrimonio pubblico da lasciare in eredità alle future generazioni, l’altro l’ha utilizzato per rattoppi temporanei e raccogliere consenso. Mentre i primi hanno avuto un orizzonte a 40 anni, i secondi hanno posto lo stesso orizzonte alla prossima scadenza elettorale.
La domanda quindi che mi pongo diventa: “Qual è il ruolo del pubblico, di qualsiasi amministrazione pubblica, nella nostra società?” Vedo un sistema produttivo italiano, ma anche europeo, ormai incapace di investire in ricerca, navigando a vista in un contesto internazionale di crescente instabilità, strozzato da logiche finanziarie di profitto a breve termine. Ma se il sistema privato non riesce più ad avere un’impronta a lungo termine, chi opera quelle azioni anticicliche ed incisive per uscire da una spirale negativa?
A mio avviso è importante che il politico, anzi il buon amministratore pubblico, abbia la visione e il coraggio di operare scelte non per proprio tornaconto personale, ma per un progetto di grandissimo respiro, per provare a dare anche ai giovani le stesse opportunità vissute dagli italiani nei decenni ruggenti dell’economia italiana. Perché possiamo anche continuare a dirci “dobbiamo tenere in considerazione le nuove generazioni” ma se certi proclami o buone intenzioni non si traducono poi in risorse destinate, rimangono parole prive di senso. E gli effetti continuano ad essere quelli di un paese sempre più vecchio, con crescente emigrazione giovanile, incapace di costruire il proprio futuro.



Purtroppo la Norvegia oltre a essere responsabile, con scuse scientifiche, della continuazione della caccia alle balene, ora sta approvando ricerche sui fondali in prossimità dell’Artico, Greenpeace ne ha denunciato i pericoli di sconvolgimenti ambientali. Sempre attorno all’Artico e quindi in acque prossime alla Norvegia si asssiste al continuo depauperamento del Krill sostanza indispensabile alla sopravvivenza di specie marine in particolare delle balene. Un paese all’avanguardia su alcune tematiche come quelle illustrate, ma con risvolti poco piacevoli.