L’ULTIMO TANGO

Continua con cadenza settimanale la serie di racconti tratti dalla raccolta "Amori impossibili" di Erida Petriti: storie di legami intensi, spesso incompiuti o realizzati a metà, e della sofferenza che lasciano dietro di sé. Storie diverse tra loro, ma che le accomuna il filo sottile dell’incompiutezza.

Noi due innamorati.
O meglio, lo ero io: una studentessa di diciotto anni, perdutamente innamorata di te, di un uomo molto più grande, sentimentalmente legato a un’altra.
Tra noi non c’era alcuna possibilità che funzionasse. Lo sapevamo fin dall’inizio. Eppure non avrei mai immaginato che sarei stata proprio io a porre fine a quella relazione, a staccarmi da te che eri il mio primo amore.
La nostra storia durò tre anni.
Un periodo altrettanto lungo mi fu necessario per rimettermi insieme, per rialzarmi, per ritrovare me stessa. Vagavo per le strade come una sonnambula, provando a imparare come continuare a vivere senza di te. Non fu affatto semplice, credimi. Per molto tempo ero esistita solo per te. Nient’altro aveva importanza, se non noi. Quei tre anni furono vissuti con un’intensità che non lasciava spazio al respiro.
All’improvviso fui sopraffatta dalla solitudine… una sensazione di perdita.
Scavai nella memoria, cercando di ricostruire la vita che avevo prima che tu ne facessi parte. Ricominciai a fare colazione da sola, in casa; un’abitudine antica, ora colma di tristezza.
Nel frattempo, Mara, la mia coinquilina, si era fidanzata e passava più tempo fuori che dentro casa. Anche se spesso mi invitava a unirmi a lei, io declinavo, per lasciarle lo spazio di cui aveva bisogno.
Mi riavvicinai gradualmente ai vecchi amici. Il loro calore mi aiutò a sentirmi un po’ più stabile. Ripresi gli studi e cercai di migliorare i risultati, che erano drasticamente peggiorati. Non fu affatto facile, accidenti, per niente.
Anche a distanza, tu restavi ovunque.
In ogni passo che facevo, in ogni momento della giornata tutto il mio essere ti reclamava.
I luoghi in cui eravamo stati insieme, le lunghe ore condivise, il risveglio al mattino, l’attesa sotto casa mia per accompagnarmi all’università, il cuore che batteva forte mentre correvo verso di te, sorridendo e oscillando per l’impazienza; le tue battute, il tuo modo di essere, ti vedevo come l’uomo più perfetto del mondo.
Mi si riempivano gli occhi di lacrime ogni volta che uscivo dall’università, quando nel solito posto la tua macchina non era più lì ad aspettarmi. Non c’era più nemmeno il tuo bacio a scaldarmi l’anima…
E la nostra passione? Non vedevamo l’ora di arrivare a casa, chiudere la porta alle nostre spalle e lasciare il mondo fuori. Ogni incontro era carico di intensità, di desiderio incontrollabile, di sguardi e movimenti che non lasciavano spazio alla ragione.
Il letto, il tavolo della cucina, il tappeto… ogni spazio portava l’eco di quella smania travolgente.
La tua risata, le provocazioni, il modo in cui ci lasciavamo trascinare dall’urgenza del momento, sempre con un fuoco che ci consumava.
E i nostri errori…
Sorrido amaramente ogni volta che li ricordo. Furono proprio loro a condurci alla distruzione, a dare il colpo definitivo alla nostra storia d’amore.
Mi sentivo umiliata. Ogni volta che il desiderio di sentire la tua voce mi travolgeva e la mia mano cercava il telefono, la scena di quel ristorante mi si mostrava davanti agli occhi e la voglia di parlarti svaniva senza ritorno.
Mi invadeva la sensazione di degrado e tradimento. Un oggetto usato, un corpo al tuo servizio, destinato a essere gettato via.
Cancellai il tuo numero dalla rubrica, ma non dalla mente. Continuava a perseguitarmi, perfino nei sogni.
Resistetti alla tentazione di chiamarti, perché sapevo bene: se l’avessi fatto, avrei dovuto sottostare alle tue regole. Sarei stata il tuo oggetto, un giocattolo vivente, usato per il tuo piacere e, appena avessi perso interesse, mi avresti scartata senza pietà.
Questa mancanza di considerazione da parte tua mi faceva male dentro.
Si dice che il tempo sia il miglior rimedio per dimenticare. Non ti ho dimenticato, ma poco a poco ho imparato a fare pace con i ricordi. Persero l’acuto della sofferenza e, gradualmente, cominciai a respirare di nuovo. Ritrovai la mia vita. Mi laureai. Trovai un lavoro nel settore per cui avevo studiato e mi dedicai con impegno e piacere.
Poi, nella mia vita, entrò mio marito. Mi innamorai di lui e ci sposammo. Era e rimane la personificazione della pace interiore, una tranquillità che tu non hai mai saputo, o non hai voluto donarmi.
Un’altra circostanza che mi aiutò a non cercarti fu la tua lontananza.
Da quanto seppi, ti eri trasferito in un’altra città, lontano.
La mancanza di incontrarti, pur dolorosa, mi aiutò a resistere alla tentazione.
Oggi ho trentadue anni.
Ne sono passati undici dalla fine della nostra storia.
Mi trovo a Bibione con il compagno della mia vita. Mi piace questa parte di spiaggia pulita, bella e tranquilla. Lui mi chiese se volessi andare altrove, in un luogo più vivace, ma preferii la quiete.
Il caldo è intenso. Durante il giorno restiamo sotto il sole; ho preso un bel colorito e la sera, solo per dare un po’ di movimento alla giornata, passeggiamo seguendo i concerti nei locali e nelle piazze.
Torniamo tardi in hotel, stanchi ma felici. La stessa cosa abbiamo fatto anche questa sera.
Lui si stende sul letto e si addormenta subito. Che fortuna! Io non sono mai stata così. Prima di dormire, ho bisogno di ripercorrere ogni momento della giornata, sognare a occhi aperti, riflettere su mille cose.
E proprio in quel momento, non tanto lontano, sento una melodia ritmica che mi cattura.
Tango!
Il tango della passione, il tango della sofferenza, l’agonia della mia giovinezza.
Le note acute del bandoneon penetrano profondamente dentro il cuore. Scuotono la polvere accumulata dal tempo e i ricordi emergono vivi, implacabili. Il sonno mi abbandona. Il respiro si fa pesante.
Nel buio mi volto e abbraccio mio marito, per carpire un po’ della sua serenità. Lo invidio mentre dorme senza preoccuparsi di nulla.
Il sonno non viene.
Mi alzo, attratta dalla musica che proviene da un locale vicino alla spa. Infilo il vestito nero lungo, con pizzi trasparenti e dettagli scuri: mi fascia delicatamente il corpo, mentre la fodera color carne sembra una magia sulla mia pelle. La schiena scoperta fino al basso del fondoschiena mi dà un senso di potere e seduzione.
Coppie danzano intorno, in una gara dolce di eleganza e passione. È passato molto tempo dall’ultima volta che ho ballato il tango, ma il desiderio di farlo ancora è irresistibile.
Mi siedo a un tavolo e ordino un milkshake. All’improvviso sento una voce:
«Signorina, mi concede questo ballo?»
Un uomo brizzolato stringe la mia mano e mi invita a danzare. Il cuore mi batte furiosamente. Mi alzo, poi mi risiedo; la testa gira come in una piroetta di tango.
«Oh, Dio, sei tu?»
Sorridi e mi rinnovi la proposta. Il silenzio dissolve la ragione. Ti seguo come in trance. La musica invade il mio spirito. Sei davanti a me, come in un sogno, cambiato, ma con lo stesso fascino irresistibile e pericoloso.
Il ritmo mi scuote dentro, i ricordi esplodono. Ballo la tortura del mio amore, mentre tu mi attrai a te. Ti allontano e mi avvicino di nuovo con più passione che mai. Le tue emozioni sono chiare, nulla sfugge al tuo sguardo. Comincio a tremare, ma lo nascondo, ballando come una folle.
Mi avvinghio alla tua gamba come se in quel gesto potessi chiederti conto di ogni ferita. Sorrido, ma negli occhi brilla un’emozione che punge. Ti cingo il collo, sfioro le tue labbra in un bacio appena accennato; poi, d’improvviso, ti respingo. Tu mi trattieni.
Attorno a noi la gente applaude. Intuiscono la vertigine che ci unisce, il tango ostinato delle nostre anime.
La musica si interrompe. Il silenzio scende come un sipario. Gli sguardi ci seguono mentre mi conduci lontano dalla folla. La cameriera ci osserva con occhi sbarrati. Sembriamo due figure uscite da un tempo che non vuole arrendersi. Lasci qualche moneta sul tavolo per pagare la consumazione e continui a trascinarmi via, come se temessi di perdermi ancora.
«Fermati.» ti dico con voce spezzata.
«Non so stare lontano da te.»
«È troppo tardi, ormai» rispondo, e la voce tradisce ciò che vorrei nascondere.
«Baciami. Non dire altro.»
Le tue labbra cercano le mie.
Dio solo sa quanto desidererei sciogliermi in quel gesto, tornare a respirare nel tuo respiro, annegare negli occhi che un tempo erano il mio orizzonte. Eppure resto immobile. Mi aggrappo a quelle parole come a un fragile argine: «È troppo tardi ormai.»
Ci sediamo. Ti parlo della mia vita, dell’uomo che oggi mi cammina accanto. Ascolti in silenzio, poi:
«Infame, non mi hai nemmeno detto addio.»
Qualcosa dentro si incrina. Sento gli occhi farsi colmi, come se il tempo non avesse mai davvero rimarginato nulla.
«Dio sa quanto ti ho amato.»
«Non mi hai più scritto.»
«Dovevo imparare a sopravvivere alla tua assenza.»
«Non potevo cancellarti.»
«Non mi hai mai detto che mi amavi.»
«Avevo paura.»
«Smettila! Paura di cosa? Non ti avrei mai fatto del male! E invece tu…»
«Per difendermi.»
«Hai distrutto ciò che eravamo…»
«Baciami.»
«Non posso.»
«Non puoi o non vuoi?»
«Non devo.»
Una ribellione silenziosa mi attraversa. Anche i tuoi occhi si fanno lucidi. Posiamo il capo l’uno sull’altra, come viandanti stanchi davanti alle rovine di un amore immenso. Restiamo così, sospesi, mentre il mondo continua a scorrere.
«Devo andare,» mormoro infine.
«Ancora un pò, ti prego.»
«Non avrebbe senso.»
«Dammi un ultimo bacio.»
Lo desidero con ogni fibra, ma so che sarebbe un varco senza ritorno.
«Ci farebbe più male e nessuno dei due si riprenderebbe più »
«Sei egoista.»
«Sono fedele, e tu lo sai.»
Mi alzo. Ti lascio nel rumore della sera.
Cammino finché il telefono vibra. Un tuo messaggio, seguito da un link su YouTube.
«Forse questo ti dirà ciò che non ho saputo dirti.»
Apro il link. La voce di Baglioni si diffonde nell’aria come un ricordo che prende forma:
«… E quell’aria da bambina, che non gliel’ho detto mai, ma che io ci andavo matto.
Lei era un piccolo grande amore
…»
Non trattengo più le lacrime.
«Tu mi amavi,» sussurro tra me e me.
A te invece un ultimo messaggio:
«Addio, G, il più grande amore della mia vita.
Addio!»

Erida Petriti
Erida Petriti è nata in Albania, dove ha vissuto fino al compimento dei 22 anni. Vive in Italia dal 1997. Amante della lettura e della scrittura, entrambe terapeutiche per rompere la monotonia di tutti i giorni, gli schemi e i tabù che portiamo dentro. Lettrice ad alta voce del gruppo “Quante Storie!”. Scrittrice di diversi racconti, alcuni dei quali sono stati premiati in vari concorsi e pubblicati nelle relative antologie. Nel 2022 sono usciti i suoi primi libri “Nel muro. La leggenda della sorgente lattea di Rozafa” edito dalla casa editrice Balena Gobba e “Riflessa in uno specchio rotto” edito dalla casa editrice PAV Edizioni.

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