lunedì, 16 Marzo 2026
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Le Olimpiadi e le guerre: ormai la tregua resta un’utopia

Venerdì sera, allo stadio milanese Giuseppe Meazza, meglio noto come San Siro, il presidente della repubblica Sergio Mattarella ha ufficialmente aperto i giochi Olimpici invernali Milano-Cortina 2026.

Il presidente, con lo stupore di tutti, ha raggiunto lo stadio in tram: niente auto blu, nessuna coreografia speciale.

In tram, come un cittadino normale, dimostrando un’umiltà che non siamo più abituati a vedere. Un gesto semplice ma dal forte valore simbolico.

La cerimonia di apertura ha soddisfatto le aspettative, celebrando come protagonista la creatività italiana in tutte le sue forme, dalla musica all’arte, dalla moda alla letteratura.

Tutto ha avuto inizio con una magnifica coreografia raffigurante il mito di Amore e Psiche, uno dei miti più celebri della letteratura latina, seguita da un coloratissimo omaggio a tre grandi maestri della musica italiana, Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini e Gioacchino Rossini.

Una scintillante Mariah Carey ha conquistato San Siro sulle note di “Nel blu dipinto di blu”, seguita da una sfilata in ricordo di Giorgio Armani, il re della moda italiana, scomparso lo scorso anno, per consegnare la bandiera italiana al corpo dei Corazzieri, incaricati di issare il tricolore sulle note del nostro inno nazionale.

Ma forse uno dei veri protagonisti di queste Olimpiadi è stato proprio il presidente della repubblica Mattarella, che in occasione della cerimonia di apertura del comitato olimpico internazionale, ha chiesto, con ostinata determinazione, il rispetto della tradizionale tregua olimpica, e che “la forza disarmata dello sport faccia tacere le armi”.

Il messaggio del presidente è forte nella sua chiarezza, ma purtroppo rimarrà un’utopia: in Palestina, nonostante il cessate il fuoco dichiarato mesi fa, centinaia di palestinesi sono stati uccisi dalle bombe israeliane, che senza alcuna pietà umana hanno colpito le tende dei profughi.

Per non parlare dell’Ucraina, dove la situazione non è affatto migliorata, con la Russia che continua i suoi attacchi senza tregua.

O degli Stati Uniti, i quali, nonostante l’attacco al Venezuela, non hanno smesso di dimostrare mire espansionistiche e di minacciare alleati storici.

Ma questa volta gli ospiti dello stadio Meazza non hanno mostrato indifferenza: la delegazione israeliana e il vicepresidente americano Vance sono stati accolti dai fischi, mentre la delegazione ucraina ha ricevuto un boato di applausi.

Dei gesti simbolici di grande impatto, a dimostrazione che anche qui non c’è neutralità, ma solidarietà per gli oppressi e condanna per gli oppressori.

Forse le Olimpiadi rappresentano l’occasione più preziosa che abbiamo per riscoprire una verità semplice e potente: la competizione non deve per forza trasformarsi in conflitto. Lo sport ci insegna che due avversari possono sfidarsi con determinazione e ambizione, senza scivolare nell’odio o nella sopraffazione. Si può lottare per vincere restando fedeli al rispetto, riconoscendo il valore dell’altro e trovando, persino nello scontro, uno spazio di solidarietà.

È questa la lezione più alta dei Giochi: dimostrare che la rivalità non implica violenza, ma può diventare un terreno comune in cui la forza non umilia, bensì eleva; in cui l’avversario non è un nemico da abbattere, ma un uno specchio in cui misurare e superare noi stessi.

Tommaso Syrtariotis
Studente di giurisprudenza presso UniPd Membro dei Giovani Democratici Marcon e dei Giovani Democratici Venezia Appassionato di politica, giornalismo, storia e molto altro.

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