lunedì, 16 Marzo 2026
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Pietroburgo. Ritorno all’Ermitage

La metropoli russa e il suo prestigioso museo tornano a raccontare il loro ruolo centrale nella cultura europea. Non solo un monumento ma un organismo vivo, fatto di ricerca, restauro e innovazione, con oltre tre milioni di opere e seicento esperti attivi ogni giorno. L’Italia è protagonista con più di diecimila capolavori, dalla scuola veneta al Rinascimento, in un legame culturale antico e resistente. Tra difficoltà e tensioni internazionali, l’Ermitage continua a essere un ponte di dialogo: la cultura come filo sottile ma tenace che unisce ciò che la politica divide.

Dopo un anno sono tornato a Pietroburgo.
Me l’ero ripromesso.
Ogni anno voglio perlomeno rivedere, risentire, riabbracciare i miei amici del Museo Ermitage: i curatori e le curatrici.

Chi non conosce questo centro di produzione e di diffusione culturale può averne una immagine distorta, solo monumentale.
L’Ermitage è tante cose insieme.
Un immenso, irraggiungibile, patrimonio di beni culturali con le tre milioni e quattrocentomila opere conservate.
Un luogo di continui e particolari restauri che vengono portati avanti da quattordici laboratori specializzati nelle varie materie: dalle tele dipinte ad olio a quelle in legno, dalle ceramiche ai gioielli, dai disegni alle sculture.
Un centro di ricerca che lavorando soprattutto nei e sui depositi scopre via via pezzi di storia dimenticata, attribuzioni da rivedere, figure da ridiscutere.

E potrei continuare ragionando sulle forme della didattica, sulle sperimentazioni cognitive, sui nuovi macchinari usati nella conservazione — ad esempio degli arazzi — fino alle forme di relazione con il pubblico e alle diverse attività espositive.

I curatori ed i conservatori con i restauratori superano le seicento unità: vi assicuro che per chi è abituato alla “nostra” vita museale è una meraviglia, si rimane increduli.
Per il numero e i sistemi di ingaggio, di responsabilità e di valutazione.

Le stesse dimensioni strutturali sono profondamente cambiate.
Oggi vertono su tre grandi diverse dimensioni: il classico Museo Ermitage ereditato dagli Zar, che dall’antichità ti accompagna fino alla fine del Settecento; il “nuovo” Ermitage, collocato di fronte nell’immenso spazio chiamato dello Stato Maggiore, che appunto riparte dall’Ottocento spingendosi avanti fino ad affrontare il mondo contemporaneo con uno specifico dipartimento; e infine i Depositi, situati sempre in città ma in una zona periferica e che sono divenuti una vera e propria cittadella con una biblioteca di milioni di volumi in fase di ultimazione e tre grandi palazzi modernissimi.

Ve ne è necessità perché i 31 chilometri di percorso espositivo del Museo espongono complessivamente meno del trenta per cento del patrimonio conservato.

L’Italia è protagonista del Museo e nel Museo.
Più di diecimila opere italiane, la collezione di pittura veneta credo più conosciuta a livello internazionale, i grandi da Leonardo a Raffaello fino a Michelangelo e Canaletto.

E protagonisti della vita dell’Ermitage sono in particolare i curatori scientifici della storia dell’arte italiana.
Quasi tutti parlano correntemente la nostra lingua, studiano i nostri testi, editano le loro riflessioni e partecipano ai dibattiti di merito.

La relazione tra il Museo Ermitage e la cultura italiana è un filo di stoffa antico, colorato, testardo, impegnato, generoso e bello che non deve e non può essere reciso.
Di questo sono convinto nel profondo.
Per tante ragioni.

La più importante a mio avviso è quella che guarda e scopre la nostra storia comune, le influenze reciproche, le scoperte vissute, gli interessi condivisi.
L’Ermitage è il Museo delle Arti Occidentali, non dimentichiamolo.
Pietroburgo è una città profondamente europea nella storia di chi l’ha disegnata, progettata, arredata e mantenuta.
E i legami culturali possono e debbono essere quel filo di stoffa di cui parlavo poc’anzi anche se la quotidianità degli interessi guarda altrove.

Nei due giorni che sono fuggiti come il vento ho incontrato e ragionato con tanti curatori.
Facendo il punto sui loro lavori scientifici, sulle opportunità editoriali, sulle scoperte attributive, sui legami che appaiono finalmente evidenti tra autori.
Ho potuto tra l’altro conoscere le novità profonde che rivelerà a breve uno straordinario restauro dì un’opera fondamentale di Tiziano.

E ho guardato gli occhi, sentito le parole, colto gli sguardi, ragionato sui concetti di chi vive di arte italiana.

Ho scelto di non parlare di guerra.
Di non chiedere, di non affermare, di non segnare il mio territorio.
Ermitage Italia aveva già all’alba delle azioni militari interrotto mostre, prestiti, collaborazioni istituzionali con il Museo russo.
Tutti sapevano e sanno di questi atti e di queste volontà.

E ho scelto di non parlare di guerra perché non aveva senso, sarebbe solo servito a dividere, a separare, ad allontanare, a chiudere una porta che già si tiene aperta con enorme fatica.
Ovvio che era un drammatico convitato di pietra nel nostro lavoro.
Ma il compito che sentivo mio, pur nel mio essere “nulla”, era quello di impedire che una porta si chiudesse per sempre travolta dai giudizi, dai sospetti, dalle paure.

La cultura dovrebbe avere questo compito:
far diventare possibile ciò che tutti pensano non lo sia,
tenere aperto il dialogo anche tra i più lontani,
dare concretezza ai sogni,
permettere di desiderare l’utopia.

Si tratta di non rinunciare mai a quel filo che ancora c’è.
È un tessuto bello ma liso, consumato, che sembra sempre di potersi rompere.
Ma c’è.


Si ringrazia la redazione della testata giornalistica “Ytali.com” per averci concesso di riproporre l’articolo su “IL DIARIO online

Maurizio Cecconi
Veneziano, funzionario del PCI per 20 anni tra il 1969 ed il 1990. Assessore al Comune di Venezia per quasi 10 anni è poi divenuto imprenditore della Cultura ed è oggi consulente della Società che ha fondato: Villaggio Globale International. È anche Segretario Generale di Ermitage Italia.

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