Elly Schlein ha grandi meriti. È entrata in un partito che stava largamente sotto il venti per cento e l’ha riportato a contare di più in voti e percentuali. Ha fatto ritornare negli iscritti, e soprattutto nei votanti, la speranza, dimostrando a Genova, in Umbria, in Sardegna e alle Europee che è ancora possibile vincere e cambiare i governi, a partire da quelli locali.
Ha costruito, nonostante l’esplicito malumore di molti, un’alleanza a sinistra che era fortemente in crisi, quasi insperata. Ed è riuscita a farlo portando il Partito democratico a essere contemporaneamente partito di maggioranza relativa a sinistra e finalmente lontano da quella “vocazione maggioritaria” che tanto aveva illuso e danneggiato il suo posizionamento.
E poi ha ridato credibilità a una forza politica che si era collocata, nell’immaginario collettivo, tra coloro che vivono una vita agiata e tranquilla nel recinto delle istituzioni. L’ha fatto affrontando tematiche forti come la sanità e il lavoro, la casa e il welfare. Questi posizionamenti politici non hanno ancora avuto la forza di intaccare concretamente il non voto, di far tornare chi disprezza la politica perché lontana dalla realtà delle condizioni materiali di vita, ma hanno segnato un passo in questa direzione.
Infine, Elly Schlein ha riacceso la miccia della fiducia e della speranza in un popolo di sinistra che adorava Bersani e che si era disabituato a riconoscersi nei propri dirigenti. E ancora, cosa non da poco, ha dimostrato proprio a sinistra la forza e la qualità delle donne, facendo diventare finalmente i maschi l’altra metà del cielo.
Diciamo che oggi il Partito democratico può con tranquillità dire “ci siamo e contiamo”.
Tutto ciò mi permette di fare alcune considerazioni che spero possano essere utili. Credo di poter dire che si è conclusa una prima fase, necessaria e fondamentale, e che se ne può – e probabilmente se ne deve – aprire una nuova, altrettanto importante e forse ancor più difficile.
Tre mi sembrano gli obiettivi da discutere e contemporaneamente i problemi da affrontare: la dimensione fortemente progettuale delle proposte, il senso e la caratterizzazione della forma partito e infine la qualificazione di un percorso politico in Europa.

1. La progettualità in un partito ha un senso molto chiaro: risponde a una domanda, e cioè che destino si vuole dare al Paese. Qui molti passi avanti sono stati compiuti nell’elaborazione e nelle attività del Partito Democratico, ma credo sia venuto il tempo di dare una cornice strategica e un’immagine riconoscibile e definita alle varie proposte presentate in Parlamento o discusse nella vita quotidiana e nei rapporti con le categorie economiche e i sindacati.
Ma il senso della parola progettualità ha un valore più complesso e ricco. Vuole essere il richiamo a un nuovo protagonismo politico di mondi che oggi vedono solo da lontano, e con diffidenza, proprio la politica. Si tratta di chiamare tecnici, specialisti, operatori, programmatori, analisti e studiosi – gli “attori” nei vari comparti – a un confronto che possa avere il valore di costruzione di una piattaforma che segni una nuova relazione tra sapere e lavoro. Una rivisitazione profonda che affronti il senso che ha oggi il merito, la sperimentazione, la formazione, con al centro il ruolo e le funzioni di chi vive il lavoro da protagonista.
Si tratta di ridare in questo modo pienamente base sociale a un partito che spesso l’ha persa o dimenticata, non solo per i propri limiti ma anche per gli oggettivi cambiamenti avvenuti nella profondità degli assetti produttivi. E ciò avrà anche un valore ideale nel momento in cui potrà ridare fiato al senso di comunità.
Perché questo senso nasceva proprio dalle caratteristiche comuni della vita lavorativa, che si sono sbriciolate premiando la forma mentis del singolo individuo rispetto al senso del collettivo. Ma se si rimettono in funzione le relazioni tra i diversi momenti e le svariate forme del lavoro, si può anche affrontare in termini nuovi la relazione tra società e persona.

2. La seconda scommessa nasce proprio dal ragionare di questo sistema relazionale. Che senso bisogna dare alla forma partito? Perché, al di là delle dichiarazioni di principio, oggi i partiti – e con essi anche il Partito Democratico – sono soprattutto comitati elettorali.
Lo si avverte partecipando a una campagna elettorale. La campagna sta tutta nei candidati e nella loro capacità di attrazione. Il partito è uno strumento, un riferimento. Ciò provoca contraddizioni evidenti, anzitutto etiche, perché viene premiato il protagonismo personale, a volte la capacità dialettica e spettacolare che non sempre significa sostanza. In alcuni casi ciò può perfino favorire la nascita del voto di scambio e premiare oggettivamente chi ha le condizioni economiche migliori e più spendibili.
Ma in realtà questi sono solo i mali minori. Perché se i protagonisti sono fondamentalmente coloro che si candidano, essi avranno il preciso compito di convincere solo al voto di preferenza. E questo obiettivo è oggettivamente più facile che abbia buon esito se si lavora fondamentalmente su chi si è sicuri che vada a votare e, in più, che sia già vicino nelle idee o nelle relazioni al candidato.
Quindi si ragiona solo su chi già c’è nello spettro della politica.
È molto più faticoso e improbo convincere chi si sa che non vota. Non si cerca quindi di andare tra i più lontani, tra chi non vota più: costerebbe una fatica improduttiva nelle preferenze, un lavoro lungo e dispendioso. Ma questo modo di operare non cambia la realtà. In sostanza, si limita alla rendita di posizione, a contare i propri possibili follower non digitali.
E, al contrario, la necessità oggi è che la realtà cambi e non ci si può accontentare di buoni propositi e belle presenze. Bisogna ragionare sul senso del partito, misurando la sua forza nella società, sia fisica sia virtuale.

3. Oggi la forma partito dei democratici non è così. Vanno trovate forme ed espressioni di una nuova vita di partito che diano pieno significato e peso alla partecipazione nelle sue varie manifestazioni. Le consultazioni della base, i referendum tra gli iscritti, le conferenze tematiche, il voto sui candidati da eleggere, le tesi nei congressi sono solo alcune opportunità da discutere.
Il vero obiettivo è costruire una reale presenza nei luoghi del lavoro e nella vita del territorio. I metodi e gli strumenti sono oggettivamente diversi dalle esperienze di relazione e comunicazione del Novecento, ma la ragione e il senso politico no.
In questo quadro va affrontato il tema del dibattito politico interno al partito. Non appare credibile un ritorno banale al centralismo democratico, che costringeva il confronto dentro le mura dell’organizzazione, ma nello stesso tempo credo si debba guardare con netto rifiuto alle esperienze correntizie del passato che stanno riaffiorando.
Vanno espresse regole chiare sulla vita associativa comune, perché solo così si eviterà che le correnti divengano luoghi di amministrazione non delle idee ma del potere.
Infine, la dimensione europea. Essa nasce come necessità dagli accadimenti di questi ultimi anni. Possiamo semplicemente gridare alla necessità di Europa senza definire quale Europa vogliamo? E possiamo dirci europei senza reinterpretare il senso di questa parola insieme alle forme del dibattito politico e delle alleanze da costruire in questo continente?
Non si potrà certo evitare di dare risposta a queste domande. Il confronto con gli altri movimenti democratici, progressisti, socialisti e socialdemocratici deve essere riaperto, ricercando nuove sponde che diano significato e colore a un’Europa che appare sempre più fragile, ma anche sempre più necessaria.
L’ entusiasmo giovanile che si è ribellato alle atrocità di Gaza ci dimostra che esiste una spontanea forza d’animo che va colta nella sua genuinità e nel suo valore.
Ridare fiato ai centri di ricerca della sinistra, aprire a forme di collaborazione tra singole espressioni politiche, analizzare e costruire posizioni comuni a partire dai temi d’mpegno che sono all’ordine del giorno sono ad esempio opportunità che vanno identificate.
Questi sono per me i terreni del confronto e dell’apertura di dibattito necessari alla sinistra ed al Partito Democratico. Sapendo che non può esistere una politica vivace e attrattiva con una “forma partito” stanca e non protagonista.
E credo che Elly Schlein potrà e dovrà trovare il tempo e i modi per affrontare questa nuova fase.
Si ringrazia la redazione della testata giornalistica “Ytali.com” per averci concesso di riproporre l’articolo su “IL DIARIO online”


