A me, francamente, sembra tutto molto evidente.
Innanzitutto bisogna fare uno sforzo difficile ed a volte terribile e disumano.
Tentiamo di distinguere tra razionalità ed interpretazione, da una parte, e sentimento basato sulla nostra storia ed il nostro modo di essere dall’altra.
Fatto questo (con immensa fatica) ragioniamo un po’.
L’America degli Stati Uniti come la immaginavamo (e forse è sempre stato vero solo in parte) non c’è più.
È in una crisi profonda di cui cogliamo solo l’apicalità Trump, ma si avverte che il cambiamento è più radicale.
Protezionismo, ritorno alla potenza imperiale, abbandono della “nuova frontiera”, cinismo da sconfitta di un’epoca sono le sensazioni evidenti.
Con una caratteristica: i partiti in quelle terre non contano più, il senso della democrazia sembra venir meno, tutto appare quindi possibile.
Tentiamo di non capire ma ormai ci è impossibile.
La Cina sembra porsi come alternativa al mondo vecchio che languisce e stenta.
Lo fa con un disegno economico aggressivo ma disponibile alla trattativa.
Sta in un tavolo nuovo, anzi in più tavoli nuovi o rinnovati a partire dai BRICS ma non si avverte un disegno strategico unico e di contrapposizione anti occidentale.
Si ha la sensazione che la Cina più di altri guardi fuori da sé pensando al suo popolo.
E quindi si avverte come il grande accordo tra il Partito Comunista e i cinesi dipenda dallo stato delle opportunità che il Governo della Cina saprà continuare ad offrire.
Lo scambio sta tra regole dure ed indiscusse e opportunità concesse e percorse.
La Russia ha ottenuto dalla vicenda Ucraina una vittoria politica e strategica ed una sconfitta militare.
Si è tolta dall’emarginazione eltsiniana ed è tornata protagonista imperiale.
Ma ha dimostrato sul campo militare quanto poco si riesca a fare in così tanto tempo.
E nello stesso momento sa bene quali contraccolpi potrà avere con la fine (che prima o poi avverrà) dell’economia di guerra e l’amicizia interessata e fiscale della Cina.
Nel frattempo il resto del mondo risente ampiamente di tutte queste realtà.
Condizionato dai sovranismi e dai protezionismi.
Affascinato o spaventato dalle velleità imperiali.
Sedotto dai soldi facili ed impuri delle terre rare.
Un resto del mondo che sembra spesso perdere orgoglio e senso pieno della libertà.
Che pare affascinato, nella migliore delle spiegazioni, dal leggere ciò che accade puramente nella luce dei propri bisogni.
In questo quadro una considerazione e due domande diventano necessarie.
Intanto ciò che accade “fuori da noi” è invece totalmente “dentro di noi”.
Per cui la cosiddetta politica estera non è più “estera”, diventa locale.
Certo, in buona parte lo è sempre stata ma ciò accadeva soprattutto nell’economia – con protagonisti molto interessati – e sollecitava dall’altra soprattutto visioni di lettori colti e intellettualmente coinvolti.
Ora sembra che molte parti del nostro mondo siano contemporaneamente divise e intrecciate: interdipendenti nella pelle del loro modo di essere, nel quotidiano degli interessi e nel portafoglio del vivere.
Ed anche coinvolte nel misurarsi ogni giorno nella difficile e allontanata definizione della libertà.
Quindi discutiamo di realtà, non di lontani problemi.
Detto questo due domande divengono impellenti.
Ed entrambe hanno lo stesso inizio e però finali differenti.
Che fare per l’Europa?
Che fare per la sinistra?
L’Europa è oggi sottoposta a prove straordinarie e a responsabilità eccezionali cui sembra, ad essere gentili, impreparata.
Ma ciò avviene con tre caratteristiche.
Innanzitutto la presenza di Paesi a governo sovranista di destra estrema; ed ancora l’instabilità delle democrazie tradizionali, ad esempio di Germania e Francia, scosse dai successi neo fascisti e neo nazisti alle elezioni e con leadership statuali francamente deboli e discutibili; infine una sinistra parlamentare scollata e divisa che appare soprattutto incapace di indicare strade ed alternative ai suoi popoli.
Io credo che sia ora e tempo di affrontare queste realtà.
Ed ho distinto tra Europa e sinistra perché nel primo “mondo” bisognerà mediare per impedire alle destre di saldarsi con il centro e di portare a rovina il nostro continente.
Ma detto questo la sinistra, deve riflettere subito ed iniziare a cambiare.
Affrontando tre temi.
In primo luogo le condizioni di vita e di cittadinanza dei popoli.
Perché il distacco che si avverte tra sinistra e realtà di vita quotidiana è a volte drammatico.
E poi la costruzione del senso del futuro inteso come opportunità per i nuovi europei, per i giovani e per coloro che vogliono continuare ad essere il Continente credibile e desiderato.
Infine cosa voglia diventare la libertà e quale sia la sua coniugazione quotidiana nella realtà, nei meticciati, nelle opportunità, nel senso della vita.
Sinistra è speranza, è senso della concretezza dell’utopia, è opportunità di futuro.
E bisogna partire concretamente anche dalle nazioni e dai popoli.
Senza paura e con regole.
Perché oggi appare decisiva, sempre di più, anche l’etica dei comportamenti.
Quindi uomini, donne e partiti sono misurati ed è giusto.
Su questo la sinistra italiana sarà valutata.



Molto condivisible. Aggiungerei al quadro la “visione Carney”. Ii discorso del premier canadese a Davos invita a prender atto della fine irreversibile del “vecchio ordine”. Senza nostalgie: non era il Bengodi o il regno dei “buoni valori” (“spesso disattesi”), che comunque costituivano una “griglia etica” che ci ha consentito di biasimare la guerra in Iraq (e due presidenti sono andati a casa), COME quella in Ucraina e il genocidio di Gaza e della Cisgiordania (nessuno ricordi che ce ne sono altre 150 di guerre, per favore).
Inviolabilità delle frontiere, la Carta dei diritti universali dell’uomo e del cittadino… non cose da poco.
Di fronte al “potlac” trumpiano (e putiniano) Carney chiama a un multilateralismo dei “medi e piccoli” contro una logica spartitoria tri-imperale di sapore medievale. Di qui gli accordi commerciali Canada-Cina, Canada-UE o UE-Mercosur. Che possono e debbono intrecciarsi politicamente con la difesa di quella Carta che possiamo impedire finisca frettolosamente nella spazzatura della storia.