Intervista a Margherita Rigoli

Giovanni Manildo con Margherita Rigoli

Per una giovane donna come me, vivere in Italia oggi non è facile. Mentre in molti siamo costretti ad andarcene, di noi giovani si parla poco, male e, soprattutto, quasi mai con noi. Ecco perché, quando ho scoperto Margherita Rigoli, mia coetanea trevigiana, membra di un partito, Volt Europa, che vuole dare voce ai giovani e all’innovazione, non ho potuto perdere l’occasione di parlare con lei. Doveva essere un’intervista veloce e invece ci siamo ritrovate a chiacchierare per un’ora e mezza, nella sala insonorizzata di un locale, con i nostri caffè che alla fine, tra un discorso e l’altro, sono diventati freddi.

Parlami di te. Qual è la tua storia? Come ti sei avvicinata alla politica?

La politica non è sempre stata la mia strada. I miei genitori sono molto informati e io sono cresciuta così, ma ho frequentato il liceo artistico e poi avrei voluto studiare design. Nel 2015, la tragedia del “barcone”[1] mi ha disturbata come italiana e si potrebbe forse dire che è stata la crisi che mi ha portata a impegnarmi in politica. Ho cercato di fare progetti per dare casa ai migranti, con tutte le difficoltà del caso a quindici/sedici anni. Ho scoperto che si dovevano arrangiare senza corsi di italiano, perché la Regione avvia pochissime iniziative. Ho fatto i conti anche con il disinteresse: i miei coetanei erano poco informati, si aspettavano di leggere una notizia e capirla subito, senza contesto. Così ho aperto una pagina di informazione su Instagram con un amico. Il nome era “threewordpills”, se cerchi la trovi ancora. Per ogni notizia riassumevamo, in pillole, passato, presente e una nostra idea di futuro. E’ durata due anni. L’abbiamo chiusa con il Covid perché entrambi ci siamo impegnati in altro. Non avrei mai fatto politica se non avessi incontrato Volt. Non mi ci identifico in tutto e per tutto ma, sinceramente, penso sia impossibile al di fuori di una setta. Volt Europa, come movimento paneuropeo, federalista e progressista, rappresenta tantissime cose a cui tengo e questo ha fatto la differenza.

Cosa pensi della tua generazione? Ti ci riconosci?

Sì e no. Un problema grande è che non ci sentiamo vicini alla politica. Pensiamo che non ci riguardi. Non dovrebbe essere assurdo per i giovani fare politica. La nostra generazione sta assistendo in prima linea a cambiamenti incredibili, ma dove siamo? Per altri aspetti, mi sento vicina ai miei coetanei. Viviamo tutti la stessa crisi lavorativa. Io stessa non ho un lavoro in questo momento. La verità è che, per quanto studiamo, non c’è posto per noi. Siamo costretti a cercare fuori, dove magari il lavoro non è quello dei nostri sogni ma ci pagano, c’è un salario minimo, facciamo esperienza, abbiamo delle prospettive.

Margherita Rigoli

Pensi che siano anche questi problemi ad allontanare i giovani dalla politica?

Sì, i giovani sono sottorappresentati in politica. Ci dicono di occuparsi di noi, ma in realtà non lo fanno. Come si può fare politiche giovanili senza giovani? Anche nei partiti, un conto è una quota, un conto è un’effettiva partecipazione: si è parlato di un boom di giovani candidati alle regionali, eppure io non ho mai fatto un dibattito in tv con altri giovani. Ci sono così tanti temi per cui sarebbe importante ascoltarci. Prendiamo la questione trasporti. L’università di Padova ha migliaia di pendolari. Perché non ripensare i servizi in modo che tengano conto delle tratte più percorse dagli studenti? È molto più concreto di quanto si creda. Manca la volontà politica? Credo di sì. E non è una questione di destra e sinistra: nessuno ha mai dato peso a questi temi.

Vedi differenze tra i giovani italiani e quelli europei?

Quando studiavo in Olanda, vedevo tutte le sere ragazzi giovanissimi, delle superiori ma anche delle medie, lavorare nei negozi. Non lo fanno per problemi economici. Lì è normale alternare la scuola al lavoro. Viene data molta importanza alla loro indipendenza. Fanno educazione finanziaria. Il mio ex olandese riceveva azioni dai suoi come regali di compleanno. Queste cose non sono normali solo in Olanda, ma in tanti Paesi. Considerando il nostro futuro a livello pensionistico, forse è il caso anche per noi di pensarci. Altro tema tabù: l’affettività. E’ assurdo che non se ne possa parlare. Il fatto che l’Italia abbia tutti questi temi tabù ci rende meno indipendenti e più chiusi.

Cosa pensi del divario politico tra giovani uomini e giovani donne?

In linea di massima, i giovani uomini votano a destra e le giovani donne non votano. C’è un enorme astensionismo femminile. La mia idea è che i giovani uomini tendano ad avere ruoli più importanti nelle aziende e, siccome la politica ha, inevitabilmente, un lato opportunista, siano spinti a votare quello che fa più comodo. Allo stesso modo, se le donne, quando votano, votano a sinistra, probabilmente è anche perché percepiscono la loro esistenza come minoranza sociale: tendenzialmente, quindi, si sentiranno più rappresentate da una politica di sinistra. Ma non basta. Non basta più parlare di destra e di sinistra. La destra questo l’ha capito. Stefani ha parlato di temi di sinistra. Allo stesso modo, la sinistra deve parlare di temi sempre considerati di destra, ma che non lo sono più.

In Italia si discute spesso di come i partiti minori frammentino la sinistra. Cosa distingue e rende necessario un progetto paneuropeo nel panorama italiano?

Il tema della sinistra divisa emerge ora perché la destra è unita. La destra ha capito meglio della sinistra che la politica è anche compromesso. A sinistra mancano dei veri partiti guida e, come opposizione, non siamo costruttivi. Cerchiamo di replicare le stesse retoriche della destra ma, così facendo, non siamo in grado di creare un’alternativa e di intercettare chi non va a votare. Bisognerebbe fare un lavoro di opposizione più costruttivo.

Come interpreti la crescita dell’antieuropeismo in Italia?

C’è sicuramente molta propaganda. Trovo assurdo che la destra parli male dell’Europa mentre attira consenso grazie a progetti finanziati con i suoi fondi. Chi sa come funziona capisce che è inutile mettere al di sopra dell’Europa cose per cui bisogna far riferimento all’Europa stessa. Per non parlare del fatto che siamo sempre più, come si suol dire, nani fra i giganti. Tra USA, Russia, Turchia, Cina, Sudamerica in crescita e via dicendo, noi siamo macchiette in un punto strategico del mondo e non siamo in grado di coordinarci. Non si parla abbastanza di federalismo, neanche a sinistra. Ci vorrebbe più trasparenza. Come se non bastasse, c’è l’antieuropeismo che viene da fuori. Non possiamo accettare che i nostri alleati facciano spudoratamente propaganda anti-Europa.

Ma c’è anche un’altra minaccia ed è l’euroscetticismo. A differenza dell’antieuropeismo, l’euroscetticismo si è sviluppato in persone che apprezzano il progetto Unione, ma non lo considerano più credibile. E non li biasimo: l’Europa non è coerente tra quello che dice e quello che fa e questo fa arrabbiare.

Molte persone vivono l’Europa come un’entità distante, che si impone dall’alto. Cosa ne pensi?

Il Parlamento Europeo conta pochissimo, ma è l’unico che nell’UE potrebbe rappresentarci. In politica, quelli che criticano sono gli stessi che fomentano il problema, indebolendo proprio questa rappresentanza. Non è colpa delle persone. Ognuno ha la propria professione. Non bisogna raccontare stupidaggini e bisogna sapersi spiegare molto bene. Serve anche più spazio mediatico. Certo, se prendiamo il caso Euronews allora emerge anche il mio, di euroscetticismo. Com’è possibile che abbiano avuto come ospite Netanyahu? Ecco, questa non è l’Europa che Volt vuole.

Cosa si può fare, secondo te, per contrastare questo problema?

Questa è una bella domanda. Il nostro obiettivo come Volt Europa alle regionali è stato anche far parlare di federalismo. Dobbiamo parlare di come l’Europa è legata a tutto ciò che ci circonda. Questo si può fare solo riavvicinando le persone alla politica, a partire dalle scuole. Io ero rappresentante di classe al liceo e, su mia richiesta, una volta a settimana facevamo l’analisi delle notizie. Ma si dovrebbe fare sempre, non solo per volontà di qualche studente appassionato. L’educazione civica dev’essere centrale. Sapere quali sono i tuoi diritti, capire quando si stanno erodendo e come vanno protetti è fondamentale.

Quali sono i tuoi prossimi passi politici?

Adesso siamo impegnati alle comunali di Venezia, dove contiamo di eleggere un consigliere. Venezia è un esempio perfetto della centralità europea, perché è regolamentata dall’Unione ovunque: acque, turismo, ambiente… E ha bisogno di questa identità: non l’Europa su Venezia, ma una Venezia che abbia il suo spazio in Europa. Il fatto che, in Veneto, a occuparsi di politiche europee sia una sola persona, che nel frattempo fa anche altro, è davvero assurdo.

Saremo presenti anche alle parlamentari del 2027. In Italia facciamo fatica, ma non per disinteresse. Chi, a vario titolo, lavora tutti i giorni coi regolamenti sa benissimo qual è il ruolo dell’Europa. Quando parliamo delle nostre proposte, a molti piacciono. In campagna elettorale, la gente mi diceva “Finalmente”!


[1] Naufragio nel Canale di Sicilia del 18 aprile 2015. Secondo il Missing Migrants Project (MMP) dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), furono almeno 1.022 le persone che persero la vita in questa tragedia

Katia Gyssels
Nata a Treviso, vive a Mogliano da quando aveva otto anni. Studia psicologia e sogna di fare della propria passione il proprio lavoro. È educatrice e tutor scolastica: ha lavorato per due anni in alcune scuole moglianesi e ora offre supporto individuale a bambini e ragazzi, anche a distanza con Save the Children. Collabora con Arca Mogliano a progetti per la cura dell’ambiente. Crede che tutti siano capaci di cose belle e nel potere di un orecchio capace di ascoltare.

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