Negli ultimi giorni a Roma alcuni esponenti di Fratelli d’Italia hanno inscenato una protesta contro le piste ciclabili, accusate di “togliere parcheggi” e di complicare la vita a chi si muove in auto. Una scena che, più che aprire un dibattito, sembra rivelare un problema più profondo: l’incapacità di una parte del paese di immaginare una città diversa, più moderna, più vivibile, più europea.
Non è una novità. Da decenni in Italia ogni tentativo di redistribuire lo spazio pubblico — che si tratti di una pista ciclabile, di una pedonalizzazione o di un marciapiede più largo — scatena reazioni sproporzionate. L’automobile resta la misura di tutte le cose, e ogni intervento che la limiti, anche solo in minima parte, viene percepito come una minaccia identitaria più che come una scelta per il bene comune.
Eppure basterebbe guardare indietro, a quando alcune città ebbero il coraggio di cambiare. Nel 1998, a Belluno, vennero inaugurate le scale mobili che collegano il parcheggio di Lambioi al centro storico. Contestualmente fu avviata la progressiva chiusura di alcune vie del centro storico. Una decisione fortemente dibattuta allora, accolta con timori e perfino con rabbia da chi temeva la “morte del centro”.
Ma quel progetto aveva una visione. L’allora sindaco Maurizio Fistarol lo spiegò con parole che oggi suonano quasi profetiche: “Quella che avviene oggi non è la chiusura del centro storico, bensì la sua apertura: alla qualità della vita; ai cittadini, ai più piccoli; ad attività economiche che sappiano cogliere le nuove opportunità”.
Era ed è una questione di prospettiva. Non si toglieva qualcosa, lo si restituiva.
Si sottraeva spazio alle auto per restituirlo alle persone.
Le città europee che funzionano — da Copenaghen a Milano, da Parigi a Barcellona — hanno ridotto traffico e parcheggi a ridosso dei centri, investendo invece in trasporti pubblici, ciclabilità, pedonalizzazioni, servizi. Hanno scelto di premiare chi si muove in modo sostenibile.
E i risultati sono evidenti: più sicurezza, più commercio di qualità, più turismo, più benessere.
Forse manca una narrazione alternativa, capace di spiegare che la qualità della vita non nasce dal mantenere tutto com’è, ma dal coraggio di cambiare.
O forse perché ogni volta che una città prova a farlo, scatta la reazione di chi interpreta qualunque innovazione come un attacco al proprio stile di vita.
Ma la domanda che dovremmo porci è un’altra: chi rappresenta davvero la modernità?
Chi inscena proteste contro una pista ciclabile, o chi prova a costruire città dove bambini e anziani possano muoversi in sicurezza, dove l’aria sia più pulita, dove il centro storico non sia un parcheggio a cielo aperto ma un luogo di vita e di relazioni?
La verità è semplice: una città con meno auto non è una città con meno libertà, è una città con più futuro.
Belluno nel 1998 lo aveva capito, anche se ora c’è ne siamo dimenticati. C’è sempre qualcuno che pensa di difendere lo status quo come se fosse un qualcosa di sacro. E invece noi abbiamo un disperato bisogno di modernità, di stare al passo con i tempi, non di nostalgia.



Ottimo! Riflettere su che cosa determina la qualità della vita è ancora patrimonio di pochi. La pubblicità ossessiva di automobili sempre più grandi, sgargianti e performanti non aiuta. Ma pare che per molti giovani l’auto e la patente non siano più al vertice dei desideri … speriamo bene!