Si vota nel Veneto. E si respira un’aria diversa. Forse vale la pena capire perché.
È da tanto tempo che in questa regione si legge una storia già scritta: trent’anni di Galan e Zaia. I partiti del centro destra sono stati incarnati in queste figure di governo divenute protagoniste assolute della politica. E il Veneto ha dimostrato tutta la sua forza.
Una regione di uomini, associazioni, categorie capaci di costruire futuro e di portare con sé la politica. Ora sopportando ora adulando. In alcuni momenti riprendendo la storia antica che racconta come sia possibile costruire sviluppo senza o contro lo Stato e in altri riprendendo i fasti della vecchia DC che concedevano al potere delle istituzioni di acconsentire allo sviluppo, di seguirlo interpretando i bisogni anche senza un proprio progetto.
Ma due fenomeni rivelano che l’aria è diversa, più frizzante, inquieta e ventosa.
Da una parte la crisi del welfare non è più nascosta. Si cela con difficoltà. La luce della crisi della sanità ha squarciato le descrizioni accattivanti che ci facevano solo belli e funzionanti. E questa crisi ha aperto sguardi crudeli sui altri numeri.
Non è ad esempio qualificante essere la seconda regione italiana per il consumo del suolo. Non è piacevole vedere che i giovani emigrano dal Veneto per cercare lavori qualificati: non solo all’estero, anche nelle regioni vicine. Non è rassicurante essere i primi consumatori di immigrazione non qualificata.
E potremmo continuare per esempio citando il fatto che sulla ricerca non siamo certo i primi nel nord del nostro Paese.
In sostanza entra in crisi lo sviluppo consolidato di queste aree: una doppia crisi. Da una parte sentita pesantemente dai lavoratori dipendenti e autonomi e dall’altra avvertita, anche se con la consueta prudenza, dagli stessi imprenditori. Tutto ciò scardina l’ottimismo di facciata, rende ridicoli i patti per l’autonomia, crea insicurezza e, in sostanza, rende il Veneto desideroso di un futuro diverso.

Ma questa non è l’unica sensazione che si avverte. C’è un sentire ancor più profondo che appare e si manifesta visivamente. E riguarda la riconoscibilità internazionale di queste terre, l’immaginario che esprimono, la forza di attrazione che manifestano.
La frase che più si avvicina alla realtà è quella che legge la crisi della spinta propulsiva del Veneto. Siamo alla fine di un modello. Quale? Quello che subordinava la politica allo sviluppo rendendola solo utile accompagnatrice dei destini scritti da altri. Quello che si accontentava di guardare solo all’oggi senza tracciare strade e futuro. Che si accontentava, che governava sotto indicazioni altrui perchè altri tenevano le corde della società.
È quindi finito un lungo sonno. Perché la richiesta di “politica” è vera e delle stesse forze imprenditoriali Questi problemi sono di tutti. Di Stefani e di Manildo. Con una differenza evidente: il primo avrà due ostacoli e cioè la difficoltà oggettiva delle nuove vie e il problema di cambiare logiche consolidate nello stesso blocco politico che lo appoggia. Il secondo è meno forte ma più libero.
Perché il risultato del passato non lo condiziona e soprattutto perché il cambiamento che propone è necessario oggettivamente per tutti. Nelle elezioni i risultati sono sempre da leggere il giorno dopo. Prima si può vivere di desideri e di convinzioni. Ma una cosa è certa. I problemi indicati non sono il frutto di ideologie. E nemmeno di sottili alchimie di pensiero.
Cambiare è necessario per il Veneto chiunque vinca.
E per Manildo sarà anche più naturale.
Si ringrazia la redazione della testata giornalistica “Ytali.com” per averci concesso di riproporre l’articolo su “IL DIARIO online”


