C’è un tratto profondo che attraversa la nostra terra: i veneti sono abituati a lavorare, ad arrangiarsi, a cavarsela senza chiedere aiuti. È un’eredità antica, che viene dalle mani dei nostri nonni, dalla fatica nei campi, dalle officine e dai cantieri. È un modo di stare al mondo fatto di concretezza, sobrietà e orgoglio.
Eppure, questo spirito che dovrebbe essere un patrimonio comune, oggi viene spesso piegato a slogan politici. Da anni sentiamo parlare di “autonomia”, “identità”, “lavoro” come parole magiche, ma dietro c’è poco o nulla. La destra ha costruito un racconto che si richiama al Veneto profondo, ma lo ha fatto per conservarne il consenso, non per costruirne il futuro.
Un Veneto che crede davvero nell’autonomia non si può fermare agli slogan, ma deve pretendere una profonda etica della responsabilità. La vera autonomia si misura nella capacità di gestire ottimamente le risorse pubbliche, traducendosi in investimenti mirati nella scuola, nella sanità
locale, nei trasporti e nell’aggiornamento tecnico-digitale. Solo così potremo creare le condizioni che permettano ai giovani di costruire il loro futuro qui, senza essere obbligati a partire.
La verità è che la nostra regione sta invecchiando, i distretti produttivi fanno fatica (anche per la questione dazi), i paesi di montagna si svuotano e la precarietà è un grosso problema se poi devi pensare a costruire un futuro. Ma la politica dominante sembra non accorgersene: preferisce rievocare un Veneto immobile, mentre il mondo intorno cambia.
Fare opposizione, oggi, non significa negare l’identità veneta, ma restituirle verità. Significa dire che il lavoro va difeso con investimenti; che l’autonomia si costruisce con la responsabilità amministrativa; che la libertà economica non può vivere senza giustizia sociale.
La sinistra spesso ha parlato un linguaggio troppo distante, troppo astratto, smarrendo il contatto con quella cultura del fare che da sempre anima il Veneto. Ma questo non significa che quella cultura appartenga alla destra: appartiene alla nostra storia, a tutti noi.
Oggi serve una nuova classe dirigente veneta, capace di superare le appartenenze ideologiche e di tornare a parlare ai territori. Serve un profilo che unisca esperienza amministrativa e radicamento, come ha saputo dimostrare Giovanni Manildo, che da sindaco ha sempre cercato di tenere assieme il pragmatismo del fare con la visione del futuro. Persone che conoscano le comunità locali, che vivano il lavoro vero, che non abbiano paura di confrontarsi con imprenditori, artigiani, agricoltori, studenti, infermieri. Serve una politica che torni a mettere al centro la competenza, intesa come la capacità di gestire i problemi complessi con una chiara visione di equità sociale.
Il Veneto ha costruito la propria forza sul lavoro si ma anche sulla solidarietà. Ha bisogno di chi sappia interpretare questa eredità con intelligenza, e non di chi la sfrutti con furbizia. Meno slogan, più futuro. Meno propaganda, più visione.
L’identità veneta non si difende chiudendosi, ma guardando avanti. Con la testa alta e perché no con le mani ancora pronte a lavorare.


