SONO TORNATI GLI ANNI ‘70

Mai avrei immaginato di leggere nel 2025, nel nuovo millennio, una notizia del genere: “Bomba distrugge l’auto di Sigfrido Ranucci: usato 1 kg di esplosivo”.

Erano ormai trent’anni che non succedeva qualcosa del genere, e quasi quasi sorge spontaneo domandarsi se siamo tornati negli anni ‘70 del secolo scorso, quando l’intimidazione e la paura erano usate all’ordine del giorno per controllare l’opinione pubblica e tentare di annegare gli italiani in un lago di terrore.

Sigfrido era già da tempo sotto scorta a causa delle ripetute minacce che alcuni delinquenti (sì, delinquenti, e come tali devono essere perseguiti) gli avevano rivolto, perfino recapitando alla sua casa di Pomezia dei proiettili veri.

Il giornalista di Repubblica Lirio Abbate commenta così l’accaduto: L’attacco a Ranucci è un attacco al giornalismo d’inchiesta. È un avvertimento: chi osa raccontare la verità, chi osa parlare della complicità tra crimine e potere, può saltare in aria. Lo Stato deve dimostrare che chi tocca un giornalista, tocca un pezzo della Repubblica italiana. Non basta la solidarietà.

Abbate probabilmente si riferisce alle parole di alcuni membri del governo, che hanno espresso solidarietà a Ranucci e condanna rispetto all’atto criminoso.

Ma il punto è proprio questo: la solidarietà non basta.

Non è casuale che questo fatto sia avvenuto durante questo periodo storico, in cui assistiamo all’avanzamento globale di una politica (guarda caso di destra) che vuole dividere le persone con l’odio e il terrore: prima era l’immigrazione, ora è il terrorismo islamico e tra poco sarà di nuovo lo spettro del comunismo (vedrete che tornerà di moda). E questa strategia la sta applicando Trump in America, Netanyahu in Israele, Meloni e Salvini qui da noi.

Le società democratiche, che dovrebbero poggiare sui valori del rispetto e della pluralità, oltre che fondarsi sulla libertà di pensiero e sulla costante ricerca della verità, stanno sprofondando in un pozzo di paura e ignoranza.

Sono anni che il nostro governo, fin dai ranghi più alti, attacca personalmente chiunque critichi pubblicamente il suo operato e i suoi membri, ancor di più se lo si fa con delle inchieste documentate: dossier, diffamazione, attacchi mediatici contro i giornalisti stanno diventando quasi “normali”.

Eppure, tutto questo non dovrebbe essere permesso, gli stessi cittadini dovrebbero impedire che questo accada. In una democrazia sana è il potere che deve essere controllato dal giornalismo, non il contrario.

Salvini che porta in tribunale Saviano, Bandecchi che sputa in faccia ad un giornalista, Meloni che non accetta interviste da giornalisti critici, sono alcuni dei molti esempi della sistematica denigrazione del giornalismo italiano. È tutto ciò è permesso perché nessuno si indigna veramente.

Dunque le parole di solidarietà espresse dal governo sembrano quasi parole al vento, perché, se siamo arrivati a questo punto, dove i giornalisti (quelli seri e critici) rischiano di saltare in aria, è anche colpa sua e della sua politica del fango.

Forse dovremmo imparare qualcosa vedendo quello che sta succedendo in America: con Trump ha vinto nuovamente la figura dell’uomo forte, (dal linguaggio aggressivo) violento, che attacca e denigra chiunque osi criticarlo.

E come era prevedibile tale violenza si è tradotta anche nei gesti: Trump sfuggì per qualche millimetro al suo assassinio, Charly Kirk purtroppo ebbe una sorte peggiore. Sorte che toccò anche due deputati democratici, Melissa Hortman e John Hoffman, uccisi con i rispettivi sposi nelle loro abitazioni.

Se la politica è violenta, se il linguaggio dei politici è violento, se nei social è consentito essere violenti, allora non stupiamoci se dopo qualcuno decide di ricorrere ai proiettili e alle bombe.

Tommaso Syrtariotis
Studente di giurisprudenza presso UniPd Membro dei Giovani Democratici Marcon e dei Giovani Democratici Venezia Appassionato di politica, giornalismo, storia e molto altro.

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