Termina con la terza puntata il reportage di Christian Eccher dall’Ucraina
- DNIPRO
Dnipro è una vera e propria metropoli, con più di 1 milione di abitanti. È una città molto estesa che si trova sul fiume Dnipro (Dnepr) ed è continuamente attaccata dall’esercito russo con droni e missili. I volontari, Oksana, Gigi e io arriviamo in tarda mattinata e vado subito nella sede della Caritas, in una via di periferia.
Ad accogliermi c’è Padre Vasyl Panteliuk, un sacerdote che appartiene alla Chiesa greco-ortodossa, quella di rito ortodosso ma che riconosce l’autorità del Papa.
Padre Panteliuk è il direttore della Caritas di Donetsk ed è dovuto scappare da quella città, come molti altri abitanti, dato che la regione è ora sotto occupazione russa e la casa in cui abitava è praticamente al fronte. Padre Panteliuk è originario dell’ovest dell’Ucraina ma ha vissuto e operato per decenni nel Donbass. “La sede di Dnipro comprende le 6 Caritas che si trovavano nei territori adesso occupati. Il servizio segreto russo, l’FSB, non ci ha permesso di rimanere e lavorare nelle zone occupate, dove ce ne sarebbe davvero bisogno. Manca l’acqua, gli aiuti che la Russia spedisce sono di scarsissima qualità, gli uomini si nascondono per paura di essere arruolati oppure, se riescono, scappano e vengono da queste parti”.
Fra Dnipro e Doneck ci sono circa 300 km e in mezzo c’è la città martoriata e martire di Pokrovsk, che i russi bombardano da mesi ma che non riescono a conquistare. Fra il 2014 (data dell’inizio del conflitto in Crimea e nel Donbass) e il 2022, la Caritas di Dnipro ha aiutato circa 70.000 persone. Dal 2022 a oggi, da quando è iniziata l’invasione russa su larga scala, alla Caritas si sono presentate almeno 250.000 persone (150.000 dalle zone del fronte) e sono stati forniti 250.000 pasti gratuiti. Dopo quasi 4 anni di guerra, anche la Caritas ha difficoltà e non riesce a offrire aiuto a tutti coloro che ne hanno bisogno.
Padre Panteliuk ci spiega la situazione: “Ci sono molti bambini orfani e vedove, tantissimi veterani di guerra. Servono aiuti. Ci sono famiglie separate: gli uomini qui, in Ucraina, le donne e i bambini all’estero. Parliamo di 300.000-400.00 persone. Non ci sono abbastanza psicologi per seguire tutte le persone che soffrono di disturbi post-traumatici. Non dimenticate che anche qui a Dnipro, pur non essendo sotto occupazione, ogni giorno arrivano droni Shahed e missili…” Padre Panteliuk ricorda anche che, a causa dello stress, fra la popolazione ucraina di queste parti sono in aumento le malattie oncologiche ed endocrinologiche, come il diabete. I prezzi delle medicine aumentano di continuo a causa dell’inflazione e la pensione minima è di circa 70 euro al mese. Non abbastanza per vivere. E molti si rivolgono alla Caritas in cerca di aiuto. La sede di Dnipro offre molti servizi: analisi mediche, un’aula giochi per i bambini, supporto psicologico…Non ce la fa però più ad aiutare tutti.
Nel giardino della Caritas c’è un angolo chiamato “Il Paradiso”, composto da alcune panchine accarezzate dalla folta chioma di un grande albero. Le persone, soprattutto i profughi, si siedono su una di queste panchine e pensano a cosa fare, se rimanere a Dnipro o andare verso ovest, a Leopoli, Mukachevo o all’estero.
Mi siedo anche io in “Paradiso”. Il vento accarezza le foglie degli alberi e nell’aria si respira già l’autunno. Decido di andare oltre, fino al fondo dell’inferno; saluto Padre Panteliuk, gli prometto che tornerò appena possibile e la sera stessa parto per Zaporizha nonostante i consigli contrari di tutti gli amici.
Zaporizha
Circa 70 km separano Dnipro e Zaporizha. Lungo il percorso, si vedono i segni lasciati dai droni russi, il Cremlino sta infatti attaccando sempre più spesso le infrastrutture ferroviarie e durante la notte gli “Shahed” hanno colpito e distrutto alcune stazioni.
All’arrivo a Zaporizha, così come era accaduto a Sumi, la polizia militare controlla i documenti dei passeggeri in arrivo. La zona è sensibile, a pochi km da qui c’è il fronte e, un po’ più a sud, la famosa centrale nucleare in mano ai russi. L’ingresso al sottopassaggio che porta ai binari è protetto da una rete piena di terra situata sul piazzale della stazione, per ridurre i danni in caso di attacco con droni.
Zaporizha ha una cruda bellezza, tipica delle città industriali.
La città si struttura lungo la via principale, il prospetto Saborny, lunga diversi km e parallela al fiume Dnipro. I palazzi che costeggiano la Sabornaia sono stati costruiti all’epoca di Stalin e hanno l’aspetto neoclassico e monumentale tipici degli edifici di quel periodo. Gli architetti che li hanno progettati, però, hanno aggiunto stucchi, cornicioni e altri numerosi elementi tratti dal folclore ucraino che li rendono unici. Le numerose esplosioni di missili e droni, però, hanno mandato in frantumi quasi tutti i vetri del centro. I russi attaccano soprattutto la periferia, a cui si arriva dopo aver percorso metà della Sabornaia; si svolta a destra e si arriva in quella che un tempo era la zona operaia e che ora è l’area più popolata della città. Gli attacchi sono quotidiani. L’ultimo, quello di ieri, attuato con uno stormo di droni, ha ucciso 12 persone.
A metà del prospetto Sabornay, davanti al municipio, le fotografie dei soldati morti nel 2022, quando i russi erano arrivati alle porte della città. Come a Mykolaiv, anche a Zaporizha la popolazione si è organizzata ed è riuscita, con l’aiuto dell’esercito regolare, ad allontanare i carri armati del Cremlino. Il quale si vendica ogni notte, da 3 anni e mezzo, colpendo la città.
Guidato soltanto dall’intuizione, entro in un edificio dalla facciata neoclassica, simile a un tempio greco. È l’istituto elettrotecnico superiore. Lungo il corridoio, ci sono solo la bidella e una studentessa con il viso magro e gli occhiali enormi dalle lenti tonde che si affretta verso un’aula. Incontro Ruslan Kosheljuk, il direttore della scuola, giovane e cordiale che risponde con gentilezza e passione alle mie domande, nonostante non mi sia annunciato prima e nonostante il nostro incontro sia totalmente casuale.
Mi interessa sapere come si svolgono le lezioni e come funzionаno le scuole in una città come Zaporizha che è continuamente sotto attacco aereo. “Le lezioni si svolgono a settimane alterne, una volta in presenza e una volta online, perché non ci siano troppi ragazzi a scuola. Se suona la sirena, si va nel rifugio sotterraneo, che è stato attrezzato ad aula e dobbiamo scendere agilmente e in fretta, questo non sarebbe possibile se ci fossero tutti gli studenti – dice Ruslan – L’amministrazione cittadina e quella regionale hanno provveduto anche a costruire scuole interamente sotto terra per quegli istituti che non avessero a disposizione un sotterraneo”. Gli chiedo come sia possibile fare scuola fra i continui allarmi aerei e le esplosioni quotidiane. “È dura, certo, ma è importantissimo che si faccia lezione, e dal vivo. Non sai che gioia provo quando, durante le pause, vedo i ragazzi con gli occhi raggianti che parlano fra loro e che vivono come tutti i ragazzi della loro età dovrebbero vivere, vale a dire in una normale comunità scolastica.
Questa è una generazione che ha conosciuto prima l’isolamento per via del Covid, poi la guerra, per cui è molto svantaggiata rispetto alle precendenti e le lezioni dal vivo sono fondamentali”. A scuola, negli ultimi anni, si sono aggiunti numerosi studenti: “Abbiamo molti ragazzi che vengono dalle zone occupate, dove non c’è più nulla e non si va neppure a scuola. Per loro è fondamentale venire qui, conoscere i coetanei e studiare. L’Ucraina è in guerra e la scuola è una forma di resistenza: non ci arrendiamo, formiamo la futura classe dirigente, i futuri tecnici, i futuri professori. Senza la scuola, l’Ucraina muore”. Ruslan mi saluta, dopo avermi regalato un portachiavi con il simbolo della scuola e una bottiglia contenente dell’acqua che i ragazzi hanno purificato e reso potabile durante un’esercitazione pratica. Il direttore raggiunge il padre, che lo aspetta fuori dalla scuola: è un soldato che combatte al fronte a pochi km da qui ed è in città per qualche giorno di licenza.
Io esco dalla scuola e passeggio lungo il prospetto Saborny. A sera, un vento freddo che arriva dal nord si alza e scuote le cime degli ippocastani che abbelliscono i marciapiedi del centro. Il vento fa cadere i ricci che, a contatto con l’asfalto, emettono un suono sordo e rilasciano la castagna, quella bella, lucida, che però non è commestibile. Arriva la notte e con lei i droni, che ogni notte scuotono Zaporizha. Stanotte, però, la contraerea riuscirà ad abbatterli e, per una volta, la città si sveglierà senza morti, feriti ed edifici distrutti.
Il primo articolo è stato pubblicato il 15/11/2025:
“UCRAINA: VIAGGIO LUNGO LA LINEA DEL FRONTE – Sumi“
Il secondo articolo è stato pubblicato il 16/11/2025:
“UCRAINA: VIAGGIO LUNGO LA LINEA DEL FRONTE – Più vicino al fronte“




