La democrazia ha dei limiti?

La recente esclusione dalla partecipazione alla Mostra del Cinema di Venezia di Gal Gadot e Gerard Butleer, due artisti israeliani noti per essere solidali con la politica del proprio Paese, ha sollevato prese di posizioni diverse, animato un dibattito che ha coinvolto, ovviamente, il mondo dell’arte, ma è stato ripreso anche dai mass media e dalla politica. Espongo brevemente il mio punto di vista

Il nucleo della vicenda ruota intorno alla domanda: in un regime democratico vi sono limiti alla libertà di pensiero e di espressione? Il tema apparentemente semplice, in realtà è complicato, provoca dubbi, incertezze, bisogno di andare a fondo per dipanare questioni che più si approfondiscono più sembrano refrattarie a sintesi soddisfacenti.

Parto da una certezza. Un artista non dovrebbe essere escluso da manifestazioni culturali per le sue idee, neppure quando esse fossero impopolari. Il regista Carlo Verdone ha liquidato la questione affermando che “un festival deve essere un luogo di confronto e non un tribunale!”. Tra i diritti umani fondamentali la libertà di pensare e giudicare secondo le proprie convinzioni è ciò che proprio la democrazia dovrebbe garantire.

Primo dubbio: la libertà va intesa in senso assoluto o condizionale? Se io voglio garantire, come direbbe Kant, la libertà di tutti, devo agire col freno a mano tirato? Devo pormi dei limiti? Si obietterà che pensare non è agire. Ma nel caso dei due artisti israeliani non si tratta di un pensiero astratto, libero di spaziare nell’ immaginazione di ogni essere umano. L’idea si è concretata in agire pratico, in un’azione politica comprensiva anche della guerra. E la guerra implica aggressione, violenza, morte, strage, sterminio le cui prime vittime risultano spessissimo civili del tutto incolpevoli, vecchi, bambini e coloro che documentano quelle atrocità, gli inviati della stampa. Quando si arriva ad aberrazioni che si ripetono con implacabile ritualità giornaliera, oltre la misura compatibile con una legittima difesa, anche le pubbliche opinioni diventano armi improprie ma non meno inaccettabili. Le conseguenze chiamano, o dovrebbero chiamare– in causa la propria coscienza prima dell’appartenenza di ruolo o di patria. 

Tutto ciò premesso, si dovrebbero, comunque, demarcare nettamente le persone dalle istituzioni.  Non si condannano le persone per la loro cittadinanza, per la loro appartenenza ad una comunità politica, anche se nel caso in questione la differenza è colmata dalla piena identificazione dei due artisti, almeno così viene riferito, con l’azione politica di Israele.

Facciamo un passo in avanti inquadrando la vicenda entro un dibattito più ampio,  non egemonizzato dalla contingenza dell’attualità. Proiettato all’interno della storia politica, il fatto di cui discutiamo si rivela uno dei tanti esempi che sembrano legittimare la profezia inquietante di Jean Francois Revel in Comment les democracies finissent, del 1983. Secondo lo studioso francese, le democrazie non sono per sempre. Sono destinate a finire, rappresentando un episodio di breve durata nella storia del mondo. Nei confronti di un nemico più astuto, forte e spietato come il totalitarismo, si rivelano incapaci di difendere se stesse a causa della loro eccessiva arrendevolezza.

 Questa tesi è richiamata anche dal nostro famoso filosofo della politica, Norberto Bobbio, quasi in contemporanea con lo scritto di Revel. Il suo aureo libretto: Il futuro della democrazia viene consegnato alla stampa nel 1984, solo un anno più tardi del pamphlet di Revel, con un titolo sicuramene più ottimistico, ma nella sostanza anche Bobbio mette il dito sulla piaga: la vulnerabilità della democrazia nei confronti delle autocrazie. Non mi dilungo più di tanto, perché ogni giorno si aggiunge un tassello a questa storia che si arricchisce oggi nella vicenda dei rapporti UE -USA, da una parte, e Usa – Russia, dall’altra.  

Per anni abbiamo sperato che i valori della democrazia occidentale ed il gioco del libero mercato avrebbero finito per contagiare positivamente anche i paesi non democratici. Soprattutto la caduta del muro di Berlino nel 1989 aveva portato acqua al mulino di chi credeva che la democrazia, alla stregua di un bene universale, dovesse essere esportata per il benessere di tutti. In realtà, le cose hanno preso una piega diversa. Dopo la caduta del muro, il mercato si è diffuso producendo ricchezza, anche a prescindere dai valori democratici, come ad esempio in Cina.  Di qui inizia il venir meno dell’allure della democrazia, mentre si fa strada l’idea che proprio la democrazia non sia attrezzata per resistere e/o fare proseliti in un universo internazionale soggiogato dall’idea che l’uso della forza garantisca le ragioni dell’aggressore, chiunque esso sia. Alla democrazia non resterebbe che adeguarsi, cioè fare un passo indietro.

In certo qual modo questo è stato anche il problema di Israele nei confronti di Hamas e oggi è il nostro problema verso Israele. Israele sta cambiando il volto della sua democrazia, trasformando una giusta azione iniziale di difesa nella distruzione di un popolo.

Ci si può girare dall’altra parte, sottoscrivere un appello assoluto, mettere una firma “condizionata”, fare propaganda in favore di Israele, limitarsi a condividere pubblicamente l’azione intrapresa da Israele.

In mezzo ci sta il caso dei due artisti israeliani, ma vi è pure il caso del famoso scrittore israeliano David Grossman, che ha perso un figlio in uno dei frequenti combattimenti contro i palestinesi, e ha dichiarato di considerare lo sterminio in atto a Gaza alla guisa di un genocidio.

Carla Xodo
Carla Xodo è professoressa emerita di pedagogia generale e sociale dell’Università degli studi di Padova. Tra i molti incarichi istituzionali al Ministero e all’Università, è stata anche vicesindaco e assessore alla pubblica istruzione e cultura del Comune di Mogliano Veneto nella legislatura 1980 al 1984.

1 COMMENT

  1. Nella cultura, nella politica, nello sport, quale il limite, la linea rossa da porre a difesa della libertà?
    Io sono per dare la parola a tutti, anche ai fascisti, tanto per chiarirci, ma se tra i calciatori di Israele che stanno apprestandosi ad affrontare la nostra nazionale ci fosse qualche militare, ufficiale o di truppa, che ha partecipato alle azioni della guerra in corso, azioni quindi non parole a sostegno di idee, sarebbe giusto accettare di confrontarmi da pari a pari sul campo di gioco?
    La nostra nazionale nell’intervista alla stampa pre partita non ha fatto alcun cenno alla situazione in atto tra Gaza e Cisgiordania, diversamente dalla presa di posizione dell’Associazione degli allenatori italiani. Resta l’estrema difficoltà a capire dove passi la linea rossa tra libertà individuale e colpa collettiva. Personalmente spero che, almeno all’esecuzione degli inni, stasera la nazionale prenda in qualche modo posizione, magari limitandosi a girare le spalle o a non stringere la mano agli avversari, ma non accadrà.

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