Quattro anni dopo

Quattro anni fa, quando ce ne siamo accorti, era un giorno di febbraio 2020. Non ricordo la data né su quale quotidiano locale avessi letto quella dichiarazione, e ignoravo chi fosse l’infermiera che l’aveva rilasciata. Ricordo solo di averla immaginata piuttosto giovane, un po’ perché “gli eroi son sempre giovani e belli” e un po’ per il linguaggio che aveva usato, colloquiale e brusco ad un tempo.

“Mi sa che siamo entrati in un casino atomico” aveva detto. Atomico.

Il giorno prima, nel reparto di Terapia Intensiva, era deceduta con diagnosi di Covid19 una paziente trasferita poche ore prima dall’Unità di Geriatria. Dove era ricoverata da tempo, dove da qualche giorno si era aggravata e dove lavorava quell’anonima, spiccia infermiera.

Fino a quel giorno avevamo debolmente sperato che il flagello esotico si limitasse a spaventarci dai notiziari della sera per essere poi più o meno rapidamente arginato, circoscritto o depistato (le speranze sono fatte così). Adesso invece era scoppiata.

Forse più di altri reparti di degenza, nel complicato “sistema di sistemi” che è l’ospedale del nostro tempo la Geratria rappresenta un affollato crocevia di persone e di cose. Visite parentali frequenti che sconfinano in forme di assistenza necessariamente promiscue, viavai di personale medico e infermieristico, transito di infiniti presìdi e strumentari, disparate vettovaglie, percorsi sporchi e percorsi puliti.

Ma soprattutto un continuo andirivieni di personale paramedico dentro e fuori reparto, in giro per l’ospedale a trasportare campioni, ritirare referti, accompagnare pazienti, scambiare informazioni, consulenze, notizie, una battuta per tener su il morale e avanti sempre. Insomma un perpetuo focolaio-formicaio che tace all’improvviso solo di notte ma mai del tutto, un inconsapevole focolaio di focolai per una diffusione a catena che sfianca ogni pretesa di tracciamento ed evoca la fisica nucleare.

Il casino atomico appunto.

Un’espressione che poteva apparire solo particolarmente colorita e iperbolica (nel singolare repertorio metaforico del gergo pop giovanile e lavorativo) assumeva ora un significato epidemiologico e perfino prognostico. Più delle aggrottate dichiarazioni di Primari e Direttori interpellati in sequenza. Ma soprattutto, quell’aggettivo esagerato e il meccanismo che evocava gettavano un’ombra improvvisa sulle nostre esistenze, lasciandoci allo scoperto in una guerra di retroguardia dentro spazi sempre più stretti e quasi tutti potenzialmente pericolosi. Presto avremmo cominciato a capire che prima di allora forse eravamo stati felici e non ce n’eravamo accorti.

Solo Mattarella, da Bergamo, ha voluto ricordare quei giorni, quei camion militari stivati di vittime che molti scellerati sbeffeggiavano come la messa in scena dell’eterno complotto. Filosofi bolliti e opinionisti impudenti spregiavano i vaccini e osavano paragonare i green pass ai contrassegni giudaici dei nazisti. Bulli politici inveivano ogni volta contro le restrizioni del governo ma ne pretendevano di più rigorose il giorno dopo se la contabilità delle vittime cresceva nei loro collegi o staterelli regionali. Tesoro da tenersi ben stretto, tesoretto di voti in fila ai presidi di emergenza per test diagnostici costosi eseguiti solo per non arrendersi ai vaccini. Tanto pagava la collettività. Mentre per la nostra Sanità Pubblica, nostra e di quell’infermiera, già suonava il De profundis mascherato dall’ipocrisia delle lodi sperticate e dei ringraziamenti retorici, platonici ovvero gratuiti.

Chissà se un giorno commemoreremo anche questo.

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