I canti popolari armeni: una riscoperta di grande valore

Nel lontano 1921 la Casa Editrice Carabba, in una collana dedicata agli autori stranieri, pubblicò una raccolta di canti popolari armeni, del tutto inedita. Il genocidio armeno era appena stato compiuto e gli armeni si erano illusi di ottenere giustizia, con la fondazione di uno Stato armeno in base alle risoluzioni del Trattato di Sèvres, firmato dalle potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale nel 1920. Trattato sostanzialmente azzerato da quello di Losanna, che solo tre anni dopo, per biechi opportunismi politici, ribaltò la situazione in favore della nuova Turchia governata da Mustafà Kemal, influente e abilissimo astro nascente della politica internazionale del momento.

Dopo un secolo esatto, nel 2021 il medesimo editore ha ripubblicato questo prezioso volumetto, scegliendo sapientemente una copertina raffinata, dai caratteri tipici di un’epoca passata, inglobati in una cornice composta da eleganti intrecci floreali. Il titolo è appunto Canti popolari armeni, di Arghag Cobanian, prefazione di Antonia Arslan, traduzione e introduzione di Domenico Ciampoli, Carabba Editore, Lanciano, 2021 (euro15).

Si tratta di una vasta raccolta di testi, che spaziano in settori molto diversificati: canti d’amore e di nostalgia, canti di nozze, ninnananne, lamentazioni funebri, canti che celebrano le valorose gesta di eroi della tradizione armena e di giovani combattenti per la libertà del proprio popolo, canti di emigranti, canti accompagnatori di molte danze popolari.

Questo patrimonio fu raccolto dal letterato armeno esule in Francia, Arshag Chobanian, che suggerì all’amico italiano, Domenico Ciampoli, anch’egli letterato, di curarne la traduzione in italiano. Antonia Arslan suppone, con fondate ragioni, che un ruolo in questa impresa sia anche stato svolto dal poeta armeno esule in Italia, Hrand Nazariantz, noto anche per aver istituito, in provincia di Bari il villaggio di Nor Arax, ove ebbero opportunità di rifugio e lavoro molti sopravvissuti al genocidio. Sia Chobanian, che Nazariantz si trovavano già all’estero quando dilagò la furia genocidaria nella loro terra d’origine. Due fortunati, che erano consapevoli di quanto fosse necessario salvare non solo le persone, ma anche un patrimonio culturale appartenente ad una civiltà dalle radici millenarie.

Questi canti appartengono all’antica tradizione orale, tramandata dagli ashug, i trovatori, che viaggiavano nelle terre d’Armenia, di villaggio in villaggio, e spesso accompagnavano le loro esecuzioni, suonando il tradizionale strumento a corde, denominato kamantcha. L’ashug più noto e importante, fu Sayat Novà, vissuto nel Settecento, non solo esecutore, ma anche autore di testi poetici egli stesso. E l’antologia qui raccolta fa parte di quel vasto e preziosissimo patrimonio che il celebre etnomusicologo e compositore Komitas, ebbe modo di salvare prima che il Grande Male del 1915 si abbattesse sul mondo armeno e su egli stesso. Komitas subì inizialmente la deportazione, ma venne salvato per intervento di una nipote del sultano che era stata sua allieva. Tuttavia si trattò solo di una salvezza del corpo, poiché la mente dell’artista e studioso era rimasta irrimediabilmente alienata a causa degli orrori cui aveva assistito, tanto che non fu più in grado di accostarsi alla musica per il resto della vita.

In questo preciso momento, in cui il destino dell’Armenia è messo in pericolo dalle minacce turco-azere, in cui la recente pulizia etnica inflitta agli armeni del Nagorno Karabakh è già stata dimenticata dagli organi di stampa e dalle diplomazie internazionali, è importante far sapere quanto sia vasta la ricchezza culturale appartenente al mondo armeno. L’Armenia è ricca di arte e cultura, non di petrolio e gas, e per troppi soggetti politici, non sembra purtroppo essere abbastanza, per far sì che le siano riservate la protezione e la stima che merita.

Nella introduzione alla prima edizione, scritta nel lontano 1920, Domenico Ciampoli conclude dicendo: “Chi legga questi canti, pur nella versione che, non volendo, toglie al testo calore e colore, amerà l’Armenia anche per qualcosa di più che non sieno le sue sventure e i suoi martìri: l’amerà pel suo genio d’arte e per la bellezza del suo sentire, pel saldo carattere nazionale degno di simpatia e di ammirazione”. Parole che si adattano perfettamente anche all’oggi.

Sandra Fabbro
Sandra Fabbro è nata a Treviso nel 1955. Laureata in Lingue e Letterature straniere (russo e inglese), ha insegnato lingua russa in corsi serali per adulti fino al 1989 e lingua inglese nelle scuole secondarie di primo grado fino al 2015. Ha collaborato alla stesura di unità didattiche finalizzate all’Educazione ai Diritti Umani, quale membro di Amnesty International. Dagli anni 2000 fa parte dell’Associazione Italiarmenia, con sede a Padova, collaborando all’organizzazione delle diverse iniziative di questa. Per il sito dell’Associazione redige recensioni sui libri di carattere armenistico che vengono pubblicati in Italia e queste vengono inserite sotto la voce “Novità librarie”. Ha tradotto dall’inglese “Surviviors. Il genocidio armeno raccontato da chi allora era bambino” di Donald Miller e Lorna Touryan Miller, Guerini e Associati, 2007. Fa parte del Comitato Scientifico per il Giardino dei Giusti del Mondo di Padova

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