Nella ricostruzione storica complessa questione del Nagorno Karabakh, si è visto come il lungo stallo in cui viene lasciata la contesa fra i due stati confinanti, che ne rivendicano la sovranità, non farà altro che alimentare l’intransigenza reciproca e alzare sempre più  la tensione fra armeni e azeri. Infatti la situazione precipita il 27 settembre 2020 con un attacco su ampia scala dell’Azerbaigian, che colpisce obiettivi precisi, sia militari che civili, compresi antichi monasteri, utilizzando i nuovi droni e le armi di nuova generazione di cui questo stato si è abbondantemente dotato.

L’obiettivo non è solo quello di riappropriarsi dei distretti perduti nel 1994, ma anche di conquistare una zona che consenta di collegare tra loro Azerbaigian e Nachičevan. In 44 giorni di combattimenti, nel corso dei quali gli armeni possono disporre solo di armamenti molto obsoleti, l’Azerbaigian mette in ginocchio l’avversario, avendo usufruito anche dell’appoggio della Turchia e di mercenari jiadisti, pagati per terrorizzare la popolazione e compiere massacri.

Il 9 novembre 2020 il Presidente russo Putin si pone come mediatore tra le parti e stabilisce che il Primo Ministro armeno Nikol Pashinian e il Presidente azero Ilhan Alijev firmino, assieme allo stesso Putin un accordo trilaterale di tregua. La Russia si impegna a presidiare con forze di peacekeeping, fino al 2025, i territori contesi e occupati dagli azeri, con l’auspicio che entro tale termine si riesca a raggiungere un definitivo accordo di pace. La popolazione armena reagisce con accese proteste e disordini nella capitale, sentendosi tradita, sia dallo stesso Pashinian (che era stato eletto ad amplissima maggioranza pochi anni prima), sia dalla Russia, storico alleato sul cui appoggio contava senza ombra di dubbio. La Russia, a quanto pare, in questa situazione, è partita dal presupposto che, non avendo mai riconosciuto ufficialmente il Nagorno Karabakh quale stato indipendente, non era tenuta a intervenire direttamente in sua difesa. Inoltre ha sempre mantenuto buone relazioni anche con l’Azerbaigian, per intuibili ragioni di tipo economico. Quindi, si spiega la parte di mediatore interpretata da Vladimir Putin.

Di grave disinteresse, se vogliamo di tradimento, si può invece parlare, per quanto concerne la tiepida reazione della Russia, a seguito dell’aggressione armata da parte azera delle città in territorio armeno di Goris, Jermuk, Vardenis, Kapan e Sotk che, essendo abbastanza vicine al confine sono state colpite, il 13 e 14 settembre 2022, da missili lanciati dal territorio azero. Gli azeri hanno giustificato l’azione come una risposta a provocazioni armene, ma tale versione è stata considerata da osservatori esterni come poco pertinente. In tal caso è stato aggredito un paese sovrano riconosciuto internazionalmente. L’Armenia è membro dell’OTSC (Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva), cui fanno parte anche Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghisistan e Tagikistan. Putin ha intimato a Baku di cessare il fuoco, solo dopo esser stato preceduto dalle proteste ufficiali della speaker della Camera statunitense Nancy Pelosi, che si era precipitata a Erevan appena avvenuto il fatto.

Arriviamo quindi ai giorni nostri. La situazione è estremamente incerta e tragica per tanti civili inermi i quali, nonostante le assicurazioni ufficiali di Aliyev, che garantisce loro rispetto e incolumità, temono di subire violenze e soprusi. Del resto è difficile credere a un dittatore che calpesta i diritti umani anche dei propri cittadini, stando ai rapporti di un organismo al di sopra delle parti come Amnesty International. Nel frattempo, a Erevan, gli armeni chiedono a gran voce, sotto il palazzo del governo, le dimissioni di Pashinian, mettendo in luce una pericolosa spaccatura politica interna, che ci si augura venga risanata al più presto. Le conseguenze di questa fragilità sono facilmente intuibili se si rammenta che Aliyev ed Erdogan, nel 2020, tronfi per la vittoria, dichiararono pubblicamente e impunemente di voler portare a termine quel genocidio del popolo armeno iniziato dai padri del panturchismo oltre un secolo fa e non ancora completato.

Gli armeni hanno molti buoni motivi per avere paura. Non si tratta di psicosi collettiva, ma di dati concreti, sapendo che l’Armenia per l’Europa e le grandi potenze è solo un insignificante francobollo inglobato nel Caucaso, senza nessun potere economico e politico. L’Armenia è altresì ricca di un’arte e cultura millenarie, molto più antiche di quelle delle nazioni che la guardano impassibili, e per le quali sono prioritari gli affari e i compromessi con leder politici molto abili nell’arte del ricatto.

“Non lasciateci soli. È in corso una pulizia etnica e culturale nell’indifferenza di tutti. Se gli azeri non vengono fermati o sanzionati, dopo il Nagorno Karabakh sarà la volta dell’Armenia”. Questo è quanto ha dichiarato in questi giorni padre Hamazasp Keshishian, armeno di Siria, che da qualche anno è il giovane validissimo segretario generale e abate della Congregazione Mechitarista di San Lazzaro degli Armeni a Venezia. Uomo saggio, colto ed equilibrato (3 – FINE. LE PUNTATE PRECEDENTI SONO STATE PUBBLICATE IL 2 ottobre E IL 3 ottobre)

Sandra Fabbro
Sandra Fabbro è nata a Treviso nel 1955. Laureata in Lingue e Letterature straniere (russo e inglese), ha insegnato lingua russa in corsi serali per adulti fino al 1989 e lingua inglese nelle scuole secondarie di primo grado fino al 2015. Ha collaborato alla stesura di unità didattiche finalizzate all’Educazione ai Diritti Umani, quale membro di Amnesty International. Dagli anni 2000 fa parte dell’Associazione Italiarmenia, con sede a Padova, collaborando all’organizzazione delle diverse iniziative di questa. Per il sito dell’Associazione redige recensioni sui libri di carattere armenistico che vengono pubblicati in Italia e queste vengono inserite sotto la voce “Novità librarie”. Ha tradotto dall’inglese “Surviviors. Il genocidio armeno raccontato da chi allora era bambino” di Donald Miller e Lorna Touryan Miller, Guerini e Associati, 2007. Fa parte del Comitato Scientifico per il Giardino dei Giusti del Mondo di Padova

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