Nelle pagine de Il Diarioonline si era già trattato, in due articoli, della grave situazione umanitaria, progressivamente peggiorata nell’auto proclamata Repubblica del Nagorno Karabakh o Artsakh, (enclave armena in Azerbaigian), a seguito della chiusura da parte delle forze militari azere dell’unica, vitale via di collegamento tra codesta enclave e la Repubblica d’Armenia. Parliamo del corridoio di Lacin: lungo questa strada transitavano, sin prima del dicembre 2022, generi di prima necessità inviati dall’Armenia agli abitanti del Nagorno Karabakh, rimasti privi di carburante, medicine, generi alimentari a seguito di una breve, ma devastante guerra scatenata dall’Azerbaigian del 2020. Da allora a tutt’oggi il blocco ha anche impedito il transito delle persone, e agli armeni karabachi di usufruire di cure mediche possibili solo in Armenia.

            Nelle scorse settimane è però iniziata una precipitosa fuga di centinaia di abitanti del Nagorno Karabakh alla volta della limitrofa Armenia, via aereo o con altri mezzi di fortuna. Questa è la conseguenza di un attacco militare sferrato il 19 settembre – durato solo 24 ore – da parte delle forze azere che hanno definito tale intervento “azione antiterroristica”, e con il quale si è inteso annichilire definitivamente le istanze indipendentiste dell’enclave armena, che erano state avanzate sin dal 1988 e reiterate nei primi anni ’90 del secolo scorso.

            Trasmissioni radio-televisive e diverse testate giornalistiche hanno dato notizia di tali recenti eventi, esprimendo una sostanziale solidarietà nei confronti dei civili che si apprestano a un esodo massiccio, spinti da fondati timori di subire massacri. Questi abitanti dell’Artsakh sono stati genericamente definiti “separatisti”. La questione è però oltremodo complicata.

Presupponendo che questa vicenda, in cui entra pesantemente in gioco anche la Russia, non sia del tutto nota a molti lettori, viene qui fornito un quadro storico in tre puntate, il più possibile sintetico, nella speranza che esso risulti utile per comprendere meglio cosa sta avvenendo in questo sperduto angolo di Caucaso.  Con un po’ di pazienza, ma è forse bene partire da lontano.

Il territorio generalmente noto come Nagorno Karabakh (lett. Giardino nero di montagna), era abitato da popolazioni armene sin dal Regno del sovrano armeno Tigran il Grande (95-55 a. C.). Dopo il 301 d.C. anche gli armeni del Karabakh abbracciano il cristianesimo e attribuiscono al territorio il nome di Artsakh. Vi vengono costruiti importanti monasteri e centri studi.  Nell’ VIII sec. l’Artsakh finisce sotto il dominio arabo e successivamente, cadrà sotto quello dei turchi selgiuchidi; da allora assume la denominazione di Karabakh. Nagorno, (dal russo “gora”, “monte”) indica la parte montagnosa del Karabakh.

Nel 1750 viene istituito il khanato del Karabakh, sotto il dominio persiano safavide. In tutto questo ampio lasso di tempo, nonostante le diverse dominazioni che si sono succedute, ampie comunità armene hanno continuato a vivere nel medesimo territorio, costruendo relazioni sostanzialmente buone con le altre etnie politicamente dominanti.

Dopo la Rivoluzione bolscevica, nel 1918 nasce la Federazione Transcaucasica, formata da Armenia, Georgia e Azerbaigian. Nell’Impero zarista vivevano già da tempo comunità armene e georgiane e riconosciute in quanto tali. Gli attuali azeri erano allora denominati genericamente “tatari” e con questo termine venivano accomunate tutte le genti di etnia turca e fede islamica. Circa l’Armenia, è necessario precisare che, a fine primo conflitto mondiale, un gruppo di politici armeni sopravvissuti al genocidio perpetrato dal Governo ottomano principalmente nel 1915, decise di fondare la prima Repubblica Armena indipendente con capitale Erevan. Un minuscolo fragile stato, concretizzazione di un sogno lungamente nutrito sin dal 1376, quando crollò l’ultimo regno armeno. Ma questa entità statale rimase indipendente per meno di due anni, quando si trovò costretta a confluire nella possente Unione Sovietica, per non venir distrutta dalla nuova Turchia retta da Mustafa Kemal.

Nel 1922 Stalin viene inviato quale plenipotenziario per la Transcaucasia a tracciare i confini tra le tre repubbliche di Armenia, Georgia e Azerbaigian. In questa operazione, secondo una logica prettamente sovietica e dittatoriale (che il politico georgiano avrebbe perfezionato una volta salito al potere), Stalin fa in modo che nazionalità ed etnie vengano spezzettate. Il Nagorno Karabakh e il Nachičevan, due territori abitati storicamente da armeni, vengono attribuiti all’Azerbaigian. Risultato: il primo diventa un’enclave armena in terra azera e il secondo un’exclave azera, confinante con l’Armenia. Di qui un trasferimento massiccio, pressoché totale degli armeni del Nachičevan alla volta dell’Armenia. Diversamente, quelli del Nagorno Karabakh restano in ampio numero nella loro terra di nascita, costituendo sempre la maggioranza della popolazione. In Nachičevan, conseguentemente vanno a vivere ingenti comunità di azeri.

Fin tanto che l’Unione Sovietica era stata quel noto colosso plurietnico, formato da una federazione di 15 repubbliche sostanzialmente soggette ai dettami di un potere centrale, tutti erano costretti, volenti o nolenti, a convivere nella reciproca tolleranza.

Si deve qui ricordare che, per ragioni di lavoro, erano molto comuni gli spostamenti di cittadini sovietici da una repubblica all’altra e frequenti erano anche i matrimoni misti, specie tra coloro che erano convintamente atei. Oltre alle singole repubbliche, esistevano anche delle regioni (oblast) che avevano lo statuto di autonomia. Il Nagorno Karabakh era una di queste. Le varie repubbliche e regioni autonome avevano un proprio Soviet, che poteva deliberare per proprio conto in alcuni settori, come quello economico o scolastico, ma che doveva comunque sottostare al Soviet Supremo di Mosca, per decisioni di carattere politico.

A partire dal 1988, sull’onda delle riforme avviate da Michail Gorbačëv, il Soviet del Nagorno Karabakh chiede l’annessione alla Repubblica Sovietica d’Armenia, con ovvio appoggio del Soviet armeno. Gorbačëv non può però dare la propria approvazione, consapevole che questa avrebbe creato un effetto domino non più gestibile politicamente in quel momento.

Gli azeri, dal canto loro, nonostante il diniego di Mosca, reagiscono brutalmente alle istanze dei cittadini del Nagorno Karabakh e vengono compiuti massacri di armeni residenti in Azerbaigian, nelle città di Sumgait, alle porte di Baku, e quindi nella stessa capitale azera. A Sumgait l’esercito interviene con vergognoso e sospetto ritardo per ripristinare l’ordine. Diversamente a Baku si registrano molte vittime, per mano dell’Armata Rossa, anche tra i civili azeri coinvolti nei disordini, che a tutt’oggi vengono commemorati come martiri.

Nel 1990, a pochi giorni di distanza, sia la Repubblica Sovietica d’Armenia che la Repubblica Sovietica d’Azerbaigian proclamano la propria indipendenza.Il 26 dicembre 1991 l’Unione Sovietica cessa di esistere. (1 – CONTINUA)

Sandra Fabbro
Sandra Fabbro è nata a Treviso nel 1955. Laureata in Lingue e Letterature straniere (russo e inglese), ha insegnato lingua russa in corsi serali per adulti fino al 1989 e lingua inglese nelle scuole secondarie di primo grado fino al 2015. Ha collaborato alla stesura di unità didattiche finalizzate all’Educazione ai Diritti Umani, quale membro di Amnesty International. Dagli anni 2000 fa parte dell’Associazione Italiarmenia, con sede a Padova, collaborando all’organizzazione delle diverse iniziative di questa. Per il sito dell’Associazione redige recensioni sui libri di carattere armenistico che vengono pubblicati in Italia e queste vengono inserite sotto la voce “Novità librarie”. Ha tradotto dall’inglese “Surviviors. Il genocidio armeno raccontato da chi allora era bambino” di Donald Miller e Lorna Touryan Miller, Guerini e Associati, 2007. Fa parte del Comitato Scientifico per il Giardino dei Giusti del Mondo di Padova

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here