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Dopo la Masseria delle Allodole e La Srada di Smirne, credevamo ormai di aver conosciuti tutti i componenti della sfortunata famiglia Arslanian di Kharapert, coloro che abitarono nella ormai famosa Masseria, nella Piccola Città. Invece, inaspettatamente, nel corso di un recente viaggio negli Stati Uniti,  Antonia Arslan incontra un cugino che le mostra una vecchia foto degli Arslanian d’Anatolia, ed ecco la scoperta. C’è un’altra componente della famiglia, che era stata fatalmente dimenticata, complice lo strisciante, ineluttabile incalzare degli eventi. Si tratta di una giovane donna, Aghavnì, sorella minore di Sempad, e quindi anche di Yerwant.

Antonia naturalmente, indaga, compie ricerche, si interroga, immagina, fantastica con oculata consapevolezza della realtà storica. Ed anche la misconosciuta Aghavnì, al pari della restante parte della famiglia, “chiede di essere ricordata”. Di qui questo breve prezioso romanzo.

Assieme al marito Alfred e ai loro due bambini, Garò, un maschietto di sei anni, e Zabel, una bimba di due, un giorno spariscono nel nulla, dopo essersi allontanati di poco dalla loro casa, che si trova nella Piccola Città. Sono i primi giorni in cui la plumbea nuvola di sordide minacce si addensa senza tregua sulle teste degli armeni; le voci di uccisioni, torture, violenze atroci divengono sempre più insistenti. I familiari svolgono, fin che possono, tante ricerche: emerge un’ipotesi di rapimento, poiché nessuno ha trovato dei cadaveri, lungo la via. Poi il nulla, e sappiamo perché.

Di fatto la giovane famigliola è stata rapita dai fedelissimi scagnozzi di Osman, indiscusso, autoritario e autorevole capo di una vasta, rude comunità di montanari, che vive in un impervio villaggio, una sorta di nido d’aquile quasi inaccessibile. Si tratta di una popolazione che esprime una elementare aderenza all’Islam, soprattutto attraverso il disprezzo verso i cristiani, ma che è del tutto priva di una benché minima cultura religiosa. Per Osman è motivo di tracotante orgoglio l’avere al proprio servizio, ridotta in schiavitù, una famiglia armena dalle origini illustri. Infatti non solo i due genitori, ma anche il piccolo Garò, devono lavorare indefessamente  per il loro dispotico padrone, sin dal primo giorno.

Aghavnì diviene subito consapevole di essere piombata in un vortice dal quale è impossibile uscire e, con intelligenza e forza interiore, lo affronta. Non si ribella – sarebbe motivo di morbosa violenza verso di lei e i suoi cari – lavora in silenzio, e gradualmente si conquista la simpatia e la solidarietà delle donne della comunità, povere suddite di uomini brutali.

Garò diventa un pastorello e instaura spontaneamente un rapporto di empatia con gli animali che gli vengono assegnati, i quali obbediscono magicamente al piccolo armeno.

Anche la piccola Zabel si ricava una sua nicchia, quasi confortevole, grazie all’amicizia dimostratale, sin dal primo giorno, dalla figlioletta del grande capo.

L’unico che non sa accettare la sua nuova situazione è Alfred, e questa fragilità gli sarà fatale.

Esaminandone la vicenda, potremmo dire che Aghavnì appartiene a quella lunga schiera di “armene nascoste”, altrimenti note come “i resti della spada”. Donne che si volle turchizzare e islamizzare, ma che conservarono nell’intimo una decisa libertà interiore.

La nostra fiera e saggia protagonista riesce, all’approssimarsi del Natale, a creare con piccole cose raccolte con cura e amore, e con l’aiuto del fabbro Selim/Tokom un presepio. La cosa non passa inosservata, ma, miracolosamente, viene lasciata libera di procedere nei lunghi preparativi. Non solo, ad un certo punto, alcune donne l’aiutano, pur non comprendendo appieno il significato di questo gesto. Ma sanno, in cuor loro, che è cosa buona. Perfino il grande temutissimo capo Osman lascia fare: complice l’Angelo Muto, che non abbandona Aghavnì e i suoi figli, in questo nuovo duro mondo, estraneo e straniero.

  In una intervista di alcuni anni fa, Carlo Arslan, ebbe a dire che per gli armeni, ovunque si trovino, è prioritario costruire una chiesa e una scuola, con discrezione, senza imporsi.

  A suo modo, anche Aghavnì si trovava in un mondo nuovo e straniero, ma riuscì, attraverso il suo Presepio, a esprimere la propria fede e identità armena, lanciando un messaggio di pace.

Sandra Fabbro
Sandra Fabbro è nata a Treviso nel 1955. Laureata in Lingue e Letterature straniere (russo e inglese), ha insegnato lingua russa in corsi serali per adulti fino al 1989 e lingua inglese nelle scuole secondarie di primo grado fino al 2015. Ha collaborato alla stesura di unità didattiche finalizzate all’Educazione ai Diritti Umani, quale membro di Amnesty International. Dagli anni 2000 fa parte dell’Associazione Italiarmenia, con sede a Padova, collaborando all’organizzazione delle diverse iniziative di questa. Per il sito dell’Associazione redige recensioni sui libri di carattere armenistico che vengono pubblicati in Italia e queste vengono inserite sotto la voce “Novità librarie”. Ha tradotto dall’inglese “Surviviors. Il genocidio armeno raccontato da chi allora era bambino” di Donald Miller e Lorna Touryan Miller, Guerini e Associati, 2007. Fa parte del Comitato Scientifico per il Giardino dei Giusti del Mondo di Padova

2 COMMENTS

  1. per costruire un mondo in pace occorre prima cambiare i cuori, le menti l l’educazione, le relazioni… anche questo libro può contribuire, vista la storia. almeno lo spero, non avendolo letto

  2. Treviso 27 02 2023 – L’Articolo e ed il calore della voce della lettrice mi stimolano a leggere il libro, consapevole anch’io che è necessario aprire le menti ed i cuori. Forse solo la cultura con i suoi tempi lunghi potrà fare…

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