“Giunto più che a mezzo del cammino/ bramisci con gli alci/ a lode del signore/ solo sei sempre stato/ e matto una metà”. Non sono certo questi i più bei versi del poeta Giovanni Turra, ma sicuramente quelli che meglio rendono l’ambivalenza della sua tensione lirica, in bilico tra un lucido e ludico senso della concretezza, che rimanda però al tempo stesso alla percezione di una spiritualità che, poco incline alla retorica della contemplazione, risulta densa di risonanze giocate tra la concretezza e l’astrazione delle parole e delle polisemie, che la sua arte poetica sembra a tratti censurare e scarnificare, per espanderle di fatto nella profondità delle percezioni e delle personificazioni che, pur non inclini al mascheramento, proiettano il lettore in una resonance a tinte forti, sicuramente conforme alla parola latina persona, che prima di significare maschera, (derivando dal verbo per- sono) vuol dire “suono attraverso” da cui l’apparente semplicità delle parole. Come ci conferma di seguito in questa intervista.

Quando hai cominciato a scrivere?

Attraverso la musica, grazie al disco dei Beatles: “Sgt Pepper”, sulla cui indimenticabile copertina c’erano i volti di molti scrittori, Lewis Carroll, Arthur Rimbaud, Edgar Allan Poe, Dylan Thomas e molti altri…stavo finendo le scuole medie e dopo essermi chiesto chi fossero, ho cominciato a comprare i loro libri. Prima di allora consideravo la poesia molto noiosa. Diciamo che l’ho conosciuta e approfondita, credo come altri giovani, a rimorchio del Rock. Anche se poi ho preferito i versi e le rime. In tal senso devo dire grazie anche alla scuola, che nonostante le robe che ci comminava, mi ha trasmesso l’amore per i classici latini e greci e per Dante ed altri autori più attuali. Il resto, tra la laurea in Lettere e prima, il dottorato e poi l’insegnamento è venuto da sé. Nel senso che tra i diciotto e i vent’anni ho iniziato a intraprendere un percorso creativo, che mi ha poi portato ad esprimermi in un modo abbastanza personale e consapevole e a pubblicare.

Torniamo alla musica, quali altri generi oltre al Rock sono importanti per la tua scrittura?

Sicuramente il jazz e il blues, ma anche altro. Dovrei farti dei nomi, ma preferisco parlare delle emozioni che la musica, il suono in sé trasmette, per arrivare alla parola e di conseguenza al verso e alle rime, attraverso le quali ho sempre cercato di esprimere una mia visione del mondo. Niente di filosofico, per carità. Ma sicuramente legato al mio modo di essere.

E al mito americano dei Ginsberg dei Kerouac o dei Ferlinghetti?

Beh, fai dei nomi tanto importanti quanto distanti dal mio modo di sentire la poesia, senza nulla togliere all’importanza che la Beat Generation e la Psichedelia ha pur avuto nell’ambito dell’evoluzione letteraria del ‘900 e oltre. No, personalmente ho una visione più intimista e distante da questa dimensione.

Con fatica dire fame. Poesie 1998-2013 – editore La Vita Felice -2014

In effetti con il tuo modo di scrivere scarno essenziale, ma al tempo stesso pieno di ombre ed echi, fai pensare di più a Raymond Carver…

Sì, lo sento assolutamente e incondizionatamente più vicino a me e al mio modo di sentire le cose, come beninteso mi sento vicini Pascoli, Montale degli “Ossi”, Saba e molti altri. Poi ovviamente ho preso una mia strada, nel momento in cui mi sono reso conto che questi ed altri poeti mi avevano dato tutto quello che potevano darmi. Carver è stato un autore che mi ha permesso di reagire a certe oltranze dei Beatnik, diciamo pure che è stato un prezioso contravveleno, sì, l’ho letto e metabolizzato molto, anche in lingua originale, pur essendo tutt’ altro che un anglofono particolarmente dotato.

La tua poesia esprime un profondo desiderio di materializzazione e oggettivazione delle emozioni?

Assolutamente sì, io ho sempre avuto paura delle fumisterie e dei mascheramenti verbali delle Avanguardie, vado sempre alla ricerca di un ancoraggio basso, che però tende alla ricerca di un varco proteso verso l’oltre, di una tensione metafisica, che è al tempo stesso laica e legata alla concretezza. È una dimensione che in me percepisco in modo fortemente dialettico, ma non contraddittorio. O meglio anche, ma senza lacerazioni di rilievo. È una sorta di ansia metafisica, in parte, volendo, anche montaliana, ma c’è chiaramente dell’altro. Diciamo che c’ è una tensione verso un altrove, ma è un altrove che non ha i connotati del bambino al catechismo. Una visionarietà che parte sicuramente da letture remote, dai surrealisti, Aragon soprattutto, ma che non ha niente a che fare con le immagini caramellose alla Dalì. Diciamo che mi piace che ci sia in quello che scrivo sempre un oggetto fuori posto. Mi piace la concretezza ma con delle sfumature abbacinanti. Un po’ alla Mark Strand, che ho avuto l’onore di conoscere: per quanto ho potuto mi ci sono rispecchiato.

Mark Strand?  Il poeta canadese, che nel ‘ 2007 è stato premiato con te e Valerio Magrelli nel corso della seconda edizione: “Cetonaverde”, nel senese.

Sì, lui ha avuto il Premio internazionale alla carriera, io quello per la sezione giovani, conoscerlo è stato per me importantissimo. Quanto al Premio, mi sono reso conto più tardi del suo valore. Quando sei giovane non sempre riesci a dare il giusto peso a certe cose. Forse mi sono anche un po’ lasciato spaventare da questa visibilità improvvisa. Sino ad allora godevo di quella riservatezza che è comunque importante, laddove non indispensabile, per chi scrive poesie.

Tu sei un insegnante.  Quanta poesia pensi ci sia nei giovani?

Fondamentalmente la stessa che poteva esserci negli adolescenti della nostra generazione. Vedo una certa trascuratezza riguardo alle emozioni e credo che la scuola abbia da questo punto di vista delle grosse responsabilità. Le ultime generazioni soffrono di un analfabetismo emozionale: non farli avvicinare ad autori più vicini a loro nel tempo, non li aiuta. In tal senso la scuola dovrebbe fare di più. I codici linguistici da essa proposti sono troppo lontani. È una sfida improba, ma è proprio per questo che dovremmo raccoglierla. La rete offre delle occasioni straordinarie, che noi ci sognavamo. Ma tra i giovani e la rete ci sono delle programmazioni didattiche che vanno fatte sì, ma che dovrebbero essere concepite in modo molto più elastico. Va benissimo leggere Dante Petrarca ecc… Se i ragazzi si impratichissero, che so, con la poesia di Umberto Fiori, un poeta del ‘49, più o meno dell’età dei nonni dei nostri studenti, penso che forse potremmo cavarne qualcosa.  Parlo sulla base dei laboratori da me tenuti in passato tra le province di Treviso e Venezia. Roba che richiede alla scuola un impegno e un orientamento tutto da inventare. Perché manca quella laboratorialità che i ragazzi invece vivono tramite la rete. Se sai mediare e gestire la rete e la tradizione letteraria, è possibile uscire o quanto meno alleggerire determinate e pur necessarie incombenze scolastiche, altresì mortificate dal marketing e dalla parcellizzazione delle conoscenze.

Torniamo alla poesia. Pensi davvero che sia ancora una “non merce”, come diceva Montale?

Magari! In realtà anche il mondo della poesia è fatto di parrocchie e consorterie, sono sempre gli stessi autori a vincere i premi più importanti, perché, diciamo, ci sanno fare. Anche lì dunque, purtroppo, siamo in zona merce di scambio, diciamo che però, rispetto ad altri ambiti o settori la poesia ancora si salva. Forse anche per l’esiguo numero di lettori, che in Italia sono a farla grossa duemila persone. E tra queste quanti scrivono? Non saprei…  Diciamo che al momento quella dei poeti è una comunità autoreferenziale.

A quando il tuo prossimo libro?

Al momento non scrivo più versi, e se la cosa non costituisce per me un cruccio, figuriamoci per gli altri. Ovviamente però non ho lasciato la poesia perché con Sebastiano Gatto e Maddalena Lotter dirigo la collana “A 27” delle Edizioni Amos di Venezia, che dal 2017 sino ad oggi ha ottenuto, una più che buona visibilità, con la soddisfazione di avere una bella collana, con nomi di grosso calibro: Villalta, Pusterla, Riccardi, Raimondi, Rusconi, tanto per citarne alcuni. I libri del 2022 “Hotel Aster” di Maria Giorgia Ulbar e “Campo Aperto” di Bernardo De Luca, sono in uscita e verranno presentati nell’ambito della Prossima Edizione di “Pordenone Legge”.

Sì, ma lo sai che la poesia non ti molla tanto facilmente?!?

Certo, credo che tra me e la poesia ci siano state delle incomprensioni. Forse sono stato anche sgarbato con lei, avrei dovuto chiederle scusa. Forse lo farò (ride), forse si ripresenterà lei prima che lo faccia io. Credo che sia solo una questione di tempo. E della capacità di attendere senza star lì a farle a posta!

Non è che tendi a proteggerla in qualche modo dall’inquinamento del pianeta?

Non credo. Forse più dai “rimputtanamenti della parola” che il filosofo georgiano Gurdjeff attribuiva a certa letteratura.

Superfici [2]
Non c’è sguardo che fissi la mia nuca
ma un’altra nuca ancora,
seduti come siamo,
lo sconosciuto e io,
dentro il gazebo che fa vela
a Treviso, in piazza Pola.

Impareremo a decifrare,
immobili entrambi e premurosi,
l’orografia dei corpi,
le superfici vaste,
le nostre schiene
come tabulae incisae.

Insetti ermafroditi a pelo d’acqua
che si toccano da dietro.

[1] Giovanni Turra è nato a Mestre nel 1973 e risiede a Mogliano Veneto. Insegna letteratura al liceo. Ha vinto l’edizione 2007 del Premio Cetonaverde Poesia e ha pubblicato le raccolte Planimetrie (Book 1998) e Condòmini e figure, in «Poesia contemporanea. Nono quaderno italiano» (Marcos y Marcos 2007). È stato incluso nei volumi antologici L’Opera Comune (Atelier 1999) e Transiti (Amos 2001).  Suoi testi sono apparsi su riviste specializzate italiane e estere, cartacee e telematiche. Su tutte «Poesia», «In Forma di Parole», «Journal of italian translations» ecc. Sua la curatela de Le vie della città di Emilio Cecchi (Amos 2004) e del Colloquio con Francesco Biamonti (in F. Biamonti, Scritti e parlati, Einaudi 2008).

[2]  Lirica vincitrice del Primo Premio   della seconda edizione del Premio “Cetonaverde”, “Categoria Giovani” poi inclusa in questa raccolta.

Stefano Stringini
Docente di Lettere presso il Liceo G. Berto di Mogliano. Ha pubblicato alcuni libri di Poesie: “Emermesi” (Pescara, Tracce, 1986), “Breviari, Taccuini e Baedekers” ( Bologna, Andomeda, 1992), “Rimario d’ Oltremura” (Chieti, Noubs, 1997) e vinto qualche Premio, l’ ultimo è stato quello conferitogli dall’ “Istituto Italiano di Cultura di Napoli.” (2019) Ricercatore sonoro (rumori, parole e musica) è istruttore di Hata Yoga e tiene Workshop di scrittura creativa con i Tarocchi.

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