Da ragazzino non ho mai avuto il coraggio di affrontare e “caeenee”, una giostra che per me era troppo rischiosa, al massimo “gli autoscontri” ma anche qua con prudenza. Mi piaceva però guardare le ragazze che andavano sulle “caeenee”. Chissà perché.

Alla sagra di Campocroce ho visto subito la giostra proibita, bella celeste e tentatrice. Ma non ero lì per i suoi giri vorticosi ma per sentire l’aria che tira. Voglio parlare con un paio di persone e studiare un po’ come funziona una sagra, questa incredibile ed imperitura festa popolare. Campocroce è il posto ideale. Perché?

Perché qui la festa è veramente vissuta da tutta la comunità, è ancora l’annuale ritrovo dell’intera frazione. Tutte le famiglie partecipano, tutti si salutano, tutti si danno da fare. Sì ci sono le giostre ma meno di una volta, c’è un grande tendone che diventa un’osteria rumorosa e conviviale e c’è perfino la tradizione gastronomica particolare: l’ànara! Anzi le pappardelle co l’ànara.

Ma questo non deve distrarmi. Solo anziani in cerca di tradizione? No, vedo un gruppo compatto di giovanissime e giovanissimi con la maglietta bianca preparare il tutto e muoversi velocissime tra i tavoli, vedo le cucine stantuffare e odorare di buono, vedo qualche alpino aggirarsi davanti alla loro sede proprio nel cuore della sagra. Chiedo.

Hanno fatto una mostra molto interessante, e una volta tanto bisogna usare anche il termine “toccante”. Ne parlo con Mauro Sartorel, il motore bianco di questa iniziativa. Mauro ha trasformato il semplice monumento ai caduti della prima guerra mondiale in un quaderno vivo di persone, di visi, di immagini. Ha realizzato un pannello per ognuno dei trentadue caduti, dove li vediamo in divisa, ne leggiamo l’interrotta biografia, li ritroviamo in foto prestate dalle famiglie.

Quei nomi incisi nel marmo diventano umani, tornano ad essere quei poveri giovani di vent’anni partiti da Campocroce per combattere la loro ultima battaglia. Mauro ha fatto un lavoro paziente, certosino per tutti e trentadue i ragazzi. Gli faccio i complimenti, magari questa ricerca l’avessero fatta tutti i paesi, sarebbe stata una memoria preziosa che già adesso con le nuove generazioni si sta perdendo. Un appello: perché non trasformare il lavoro di Mauro in una bella pubblicazione a disposizione di tutte le famiglie di Campocroce?

Ne conviene anche Renzo De Zottis che presenta la mostra e illustra la Mogliano con le sue frazioni durante i quattro anni di belligeranza. Le ville erano comandi, la scuola e la filanda erano stati trasformati in ospedali, perfino il timido campanile aveva la sua funzione militare come “torre di avvistamento” degli aerei nemici già golosi di bombardamenti sui civili.

Si avvicina un signore che ci dà qualche informazione sul monumento ai caduti. Si presenta, è Gino Pesce e sa tutto su Campocroce. Ci racconta che là vicino, in filanda, un reggimento di passaggio abbandonò un soldato, senza sepoltura e senza piastrina. Un milite ignoto. E c’è un altro soldato che nel ’18 durante un momento di svago andò a nuotare nello Zero. Annegò. Una specie di beffa per chi era sfuggito alle trincee, a Caporetto e chissà a cos’altro.

Il signor Pesce ci dice che possiede una raccolta di ben 130 cartoline di Campocroce. Subito mi auto propongo per ammirarle. Diffidenza. Gli dico che mio nonno materno era di Campocroce. Si spiana un sorriso.

Otello Bison scrive a tempo pieno dividendosi tra narrativa e divulgazione storica. Collabora al “ILDIARIOONLINE.IT” su temi ambientali e locali.

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