Medz yeghern, “il grande crimine”, così gli Armeni definiscono i massacri avvenuti in Turchia tra il 1915 e il 1916 della popolazione armena.

Il governo dell’Impero Ottomano prima, quello dei Giovani Turchi poi, stermina centinaia di migliaia di armeni, una strage di dimensioni enormi, per decenni coperta dall’oblio.

Le uccisioni cominciarono nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915: vengono eseguiti i primi arresti tra l’élite armena di Costantinopoli.

In un mese più di mille intellettuali armeni, tra cui giornalisti, scrittori, poeti e parlamentari furono deportati verso l’interno dell’Anatolia.

I maschi furono chiamati a prestare servizio militare, poi fucilati, contemporaneamente avvenivano massacri e violenze sulla popolazione. I superstiti, depredati dei loro beni, furono costretti a una marcia verso il deserto, in cui moltissimi persero la vita.

Il primo episodio nel xx secolo in cui uno stato ha pianificato ed eseguito sistematicamente lo sterminio di un popolo.  Le fonti armene parlano di 2 milioni e 500 mila di vittime, gli storici di 1 milioni e 200 mila.

Il romanzo “La masseria delle allodole” di Antonia Arslan racconta la vicenda attraverso la storia di una famiglia armena.

Antonia Arslan di origini armene, scrittrice, traduttrice, accademica, ha insegnato Letteratura italiana moderna e contemporanea all’università di Padova, città in cui vive.

“Ho scritto un romanzo sul momento del sangue, La masseria delle allodole, ma non volevo scrivere una memoria, non sono una testimone diretta. A me semmai come terza generazione spetta di aiutare a ricordare, di mettere in fila le storie, di integrare le singole memorie che possono essere incomplete. Nel secondo, La strada per Smirne, ho raccontato la seconda fase del genocidio, quando dopo la deportazione gli armeni venivano ricercati e uccisi a uno a uno dai giovani turchi che volevano crearsi una patria.” A. Arslan.

Dal libro i fratelli Taviani hanno tratto il film dal titolo omonimo

Intervista ad Antonia Arslan