“La storia non è prodotta da chi la pensa e neppure, da chi l’ignora//. La storia non si fa strada, si ostina, detesta il poco a poco, // non procede né recede, si sposta di binario// e la sua direzione non è nell’orario//”.

Non  è forse questa la frase più  indicata  per uscire da una conferenza  dedicata ai grandi drammi dei conflitti  del  900’, ma sicuramente la presentazione del libro di Prof. Filippo Focardi, docente di Storia contemporanea presso l’Università di Padova, e relatore dell’ultimo incontro tenutosi il 12 Aprile sul tema: “Passato per il presente” (Mogliano incontra la storia) promosso dalla locale “Associazione Omega aps”, non può rievocarci anche questi versi dell’omonima e celebre poesia di Montale. Infatti, il libro di Focardi: “Nel cantiere della memoria” ha il grande pregio di produrre sia letto che presentato degli effetti tanto coinvolgenti, quanto spiazzanti sul nostro modo di essere parte di un popolo la cui condotta viene genericamente sintetizzata con il proverbiale detto: “Italiani brava gente”.

Il docente, dinanzi ad un più che partecipe pubblico, ha sottolineato da subito un fondamentale ed erroneo aspetto con cui è stato presentato a fine guerra il Fascismo alla nostra coscienza collettiva, quello che fa convenzionalmente riferimento allo stereotipo del “bravo italiano”, che in quanto soldato fascista era “violento ma non troppo”, contrapposto a quello del “cattivo tedesco”, utilizzato in modo assolutamente efficace per far sì che l’Italia fosse scagionata con buona pace di tutti da ogni crimine di guerra.

Argomenti che Focardi aveva già trattato in alcuni dei suoi precedenti libri, “La guerra della memoria” e “Il cattivo tedesco e il bravo italiano” (entrambi editi da Laterza nel 2013), ma che in sede di conferenza sono stati trattati in modo molto più esteso e sulla base di una ben più approfondita documentazione, che ha affondato il bisturi su problematiche tuttora difficili da riconoscere e da assimilare.

Frutto di una raffigurazione che, a fine guerra, ha visto i nostri diplomatici, da Badoglio a De Gasperi contravvenire, in fase di negoziazione per il trattato di pace, alle richieste avanzate dagli stati invasi dall’Italia fascista (Albania, Francia, Jugoslavia, Grecia, Unione Sovietica), che volevano imporci decurtazioni territoriali, l’indennizzo dei danni subiti e la consegna dei criminali di guerra. Con l’esito, previa opera del coevo martellamento massmediatico e della disponibilità da parte degli Stati Uniti ad ascoltare le istanze dei nostri politici, di imporre al popolo il modello del soldato italiano come autentico e incondizionato difensore degli oppressi. Cosa che ha trovato terreno facile sul piano della  nostrana cultura antifascista nella visione che avevano filosofi ed intellettuali  del calibro di Benedetto Croce, che da romantico post-hegeliano quale era, non aveva esitato a liquidare la tragedia della dittatura mussoliniana come “una parentesi della ragione”, con l’esito di conferire al fenomeno del fascismo un vernissage ben più “carnevalesco” e bonario rispetto al nazifascismo tedesco, autentica “rivelazione” di un’identità nazionale rigida, chiusa e profondamente incline alla statolatria e alla rivendicazione di un’identità fondata sull’ideale della stirpe e del territorio (Blut und Boden).

– Filippo Focardi, Nel cantiere della memoria. Fascismo, Resistenza, Shoah, Foibe, Viella, Roma 2020.

Argomenti decisamente scottanti, che non mancano di fare pensare anche a chi negli anni 80- 90, si è prodigato, anche a sinistra, a diffondere l’immagine di Mussolini, come fautore di un razzismo paternalistico, in definitiva non malevolo nei confronti degli ebrei, per i quali, a parte le leggi razziali del 1938, si sarebbe riservato, stando a quanto ancora si dice, di punirli, con un po’ di carcere, qualche nerbata e due o tre dosi di purga.  Se le cose siano andate effettivamente così non lo sappiamo, salvo che una volta ratificate le leggi, non avrebbe mai potuto più opporsi a Hitler, salvo dichiarargli guerra. Cosa ovviamente ridicola vista l’inferiorità totale della nostra nazione rispetto alla Germania. Cosa che però ha contribuito a creare l’immagine del Mussolini, ingenuo se non schiavo, oltre che di sé stesso e delle sue manie di grandezza, di Hitler, dal quale era stato irretito per via del suo profondo desiderio di fare della nostra bell’Italia una nazione e non di meno una patria.

Considerazioni assolutamente riconducibili alle tesi di  Renzo De Felice, che  dalla fine  degli anni  ’70 hanno contribuito anche a ragione a mettere in risalto le tendenze modernizzanti del regime, finalizzato a creare consensi tra propaganda e fenomeni di costume (vedi Il Futurismo o gli studi di Claudia Salaris[1], sull’impresa di D’Annunzio a Fiume, come un’azione volta a creare una comunità beat ante litteram), ma dall’altra senza uscire dal paradigma, ha osservato ancora Focardi, del “demone dell’analogia”, in base al quale il fascismo italiano era comunque una versione edulcorata del sanguinario e radicale nazifascismo.

Tutto questo, come ha ancora  messo in risalto Focardi, ha acceso un dibattito  nell’ambito delle coscienza collettiva italiana che ha avuto riflessi molto interessanti nel corso degli anni ‘90 in mostre come: “La menzogna della razza” organizzata dal Centro Furio Jesi,  in libri  come: “La parola Ebreo” di Rosetta Loy, o il film “La vita è bella”, ma questo ovviamente non è  bastato, sempre per Focardi, a creare una vera e propria linea antinegazionista, come si è verificato in Francia, o scandagliare sul piano dell’inconscio collettivo le responsabilità dei crimini di guerra, come accaduto non di meno in Germania  in fase post bellica.

Non meno interessanti sono risultate in sede di conferenza i riferimenti all’ operato del presidente Carlo Azeglio Ciampi volto a creare una difesa del significato patriottico della resistenza e in contrapposizione alla nuova vulgata revisionista, ha più volte parlato di una guerra di popolo a della visione di una “Resistenza allargata”, volta a coinvolgere il popolo su tre piani. Ovvero: quello della resistenza attiva, cioè di chi prese da vari fronti le armi, quella silenziosa, di chi portò i soccorsi, e soprattutto quella dolorosa di chi nei campi di concentramento si rifiutò di collaborare. Senza tralasciare le vittime più inermi: donne, vecchi e bambini, colpevoli di sostenere chi si batteva per la libertà.

Non meno interessanti sono stati poi i riferimenti al dramma dei caduti di Cefalonia, che costituisce tuttora un argomento poco conosciuto e relegato ad una stretta cerchia di specialisti, anche se opere come quella di Alessandro Natta: “L’altra resistenza. I militari italiani internati in Germania”  (del ’97) e  non di meno il romanzo di Louis De Bernieres “Captain’s Corellis Mandolin”, poi pubblicato nel 2000  da Longanesi con il Titolo: “Una vita in debito”, e nel 2001 con il titolo originario da Guanda, con annesso film interpretato da Nicholas Cage e Penelope Cruz (sempre del 2001), che al di là della rappresentazione dei soldati italiani della “Acqui”, tutti maccheroni e mandolino, ha avuto sicuramente il merito di riaccendere i riflettori sul massacro dei nostri soldati da parte dell’esercito tedesco.

Tragedia che ha avuto non di meno un riconoscimento istituzionale nel 1999, grazie all’operato del Presidente Ciampi e del Ministro Carlo Scognamiglio. Al di là di questo (e non è poco) la conferenza di Focardi, si è conclusa in modo fedele al titolo del libro presentato, nella misura in cui, gli argomenti trattati e funzionali al tema della memoria appartengono ad un cantiere in cui i lavori sono pienamente in corso. E che ci sono molte cose da rimettere al loro posto. Magari senza ristrutturazioni forzate o perimetrazioni di comodo. Perché, citando ancora in chiusura Montale: “La storia non è poi la devastante ruspa che si dice. / Lascia sottopassaggi, cripte, buche e nascondigli. // (Ma soprattutto, nd.r.) C’è chi sopravvive”.

[1]C. Salaris Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, Bologna, Il Mulino, 2022.

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Docente di Lettere presso il Liceo G. Berto di Mogliano. Ha pubblicato alcuni libri di Poesie: “Emermesi” (Pescara, Tracce, 1986), “Breviari, Taccuini e Baedekers” ( Bologna, Andomeda, 1992), “Rimario d’ Oltremura” (Chieti, Noubs, 1997) e vinto qualche Premio, l’ ultimo è stato quello conferitogli dall’ “Istituto Italiano di Cultura di Napoli.” (2019) Ricercatore sonoro (rumori, parole e musica) è istruttore di Hata Yoga e tiene Workshop di scrittura creativa con i Tarocchi.