Si dice spesso che stiamo vivendo un’epoca di profondi cambiamenti. La mia generazione, quella nata negli anni ‘80, è forse l’ultima che ha vissuto il passaggio dal mondo analogico a quello digitale: siamo cresciuti da bambini con il telefono fisso in casa e ora ci ritroviamo con uno smartphone che usiamo solo marginalmente per chiamare. Il nostro vivere ci appare un costante fluire: solo fermandoci e volgendo uno sguardo al passato riusciamo a percepire quanto sono mutate le nostre abitudini. Eppure, non serve andare indietro di decenni.

La pandemia ha impresso un’accelerazione al cambiamento digitale. A mio avviso, però, il fenomeno riguarda maggiormente le fasce di popolazione meno giovani (genitori e nonni) che pre-Covid, per ritrosia o pigrizia, malvolentieri accettavano un diverso modo di intendere il sistema sociale e i processi che lo governano. Le nuove generazioni, invece, avevano già largamente abbracciato gli indiscussi benefici delle nuove tecnologie, anche se forse non hanno ancora colto i loro limiti e svantaggi.

Dapprima venne Facebook a cambiare il concetto di amico, che non fu più inteso come la persona con cui piacevolmente trascorrere il tempo libero, ma anche quello presente nella rete contatti, con cui magari non abbiamo mai scambiato una parola. Per i nostri temi di interesse, dai forum ci siamo spostati ai gruppi Facebook: decisamente una maggior comodità poter gestire una molteplicità di discussioni con un unico profilo, ma si interagisce in uno spazio meno autorevole e specifico.

Ricordo poi l’arrivo di Amazon, prima come libreria digitale, poi come padrone indiscusso dell’e-commerce: inutile spostarsi quando puoi scaricare dal divano centinaia di libri sul Kindle o ordinare oggetti difficilmente reperibili nel negozio di quartiere. Ma è talmente comodo che ci si può fare direttamente la spesa. Con Ebay, Subito, Vinted, inoltre, possiamo essere noi stessi venditori, anche perché fondamentalmente le nostre case abbondano di roba inutilizzata.

Dagli SMS ci siamo trasferiti alle app di messaggistica (MSN, Messenger, Whatsapp, Telegram) perché gratuite e senza limiti di carattere. Utilizzando questi canali si può trasmettere un messaggio a migliaia di persone contemporaneamente, indipendentemente che si tratti di bufale o informazioni verificate. È bastata una fotocamera (ad oggi anche 5) sui nostri telefoni e subito Instagram ha raccolto la voglia di condivisione di immagini: siano scatti sommari o ricercati non serve più centellinare la pellicola del rullino. Le nuove “stories” e i video di TikTok alimentano un intrattenimento di pochi secondi.

Le banche hanno introdotto metodi più snelli ed efficienti: bonifici, bollette, rateizzazioni, tutto viene gestito in automatico con l’home banking, senza più file e frustrazioni. Gli sportelli bancomat stanno scomparendo perché la carta contac-less ci permette di pagare in cassa in pochi secondi; anzi a volte anche senza carta con i portafogli digitali installati nei nostri telefoni e orologi (forse occhiali in futuro?), oppure senza nemmeno passare in cassa (si inquadra il QR Code e arriva l’ordine).

Alla televisione si è affiancato YouTube con contenuti più freschi e adatti ad un pubblico giovane, tanto che alcuni di questi sono diventati loro stessi presentatori. Netflix da semplice piattaforma di serie tv, documentari e film è passato alla produzione, competendo dal divano con le stesse sale e case cinematografiche. Su Spotify, oltre ad accedere ad una libreria musicale sconfinata, vengono promossi nuovi singoli e album prima ancora di poterli ascoltare dal vivo. Le sezioni podcast stanno velocemente sostituendo la lettura degli articoli.

Negli ultimi anni è aumentata l’offerta online di corsi di formazione, di lingua, addirittura di laurea e master. L’apprendimento avviene in streaming o con lezioni preregistrate, a volte potendo scegliere gli insegnanti in base al punteggio e al prezzo praticato. L’importante è implementare il CV, o piuttosto il proprio profilo LinkedIn, con l’aggiunta di un attestato o titolo per poter meglio posizionarsi nella competizione professionale; poco importa quanto profondo sia stato l’apprendimento maturato.

Airbnb, nato per offrire un’esperienza di viaggio più genuina, pratica una concorrenza sleale con le strutture alberghiere riconosciute (tasse pagate all’estero e alloggi spesso illegali). Anche Ryanair ha contribuito ad abbassare i costi delle vacanze, ma solo recentemente raccogliamo gli effetti negativi del turismo di massa e della conseguente desertificazione dei nostri centri storici.

Le recensioni su TripAdvisor o Google Maps sono utili per scegliere tra diverse proposte ristorative e non, ma quelle reali sono indistinguibili da quelle commissionate. Ci affidiamo all’opinione della persona qualunque, che ha la stessa rilevanza dell’amico intenditore o di un esperto in materia.

Deliveroo, Just Eat, Glovo durante la pandemia hanno incrementato esponenzialmente i loro affari: oggi può arrivare a casa non solo il cibo d’asporto, ma qualunque tipo di commissione. Al pari di freelance e partite iva imposte, questi nuovi lavoratori spesso non sono inquadrati in contratti di categoria, per cui alla flessibilità richiesta (e ricercata) non corrispondono più le tutele e i diritti conquistati nel secondo scorso.

Nello scrivere mi vengono in mente ulteriori considerazioni, ma è meglio fermarsi qui.

Ho presentato una carrellata di esempi, non esaustivi e non necessariamente negativi in sé, anche se alle indiscutibili utilità possono corrispondere parallelamente cause ed effetti sociali su cui non sempre ci soffermiamo. Le applicazioni digitali sono mezzi in nostro possesso che forniscono sostegno e beneficio. Il problema è che nessuno ci ha messo in allerta sugli effetti collaterali del loro abuso: paradossalmente tramite questi strumenti possiamo rimanere ininterrottamente a casa, limitando al massimo le relazioni con gli altri.

Possiamo scegliere di restare a casa per mangiare al ristorante, acquistare un vestito, chiacchierare di persona, andare al lavoro, al cinema, ad un concerto. Oppure possiamo uscire ed affidarci solamente alle app digitali per recensioni, mete turistiche, esperienze culinarie che filtrano per noi le nostre scelte. In entrambi i casi ridimensioniamo fortemente la nostra conoscenza del mondo, trasponendo nella dimensione digitale una proiezione semplificata e fittiziamente edulcorata della realtà.

In sostanza rischiamo di rinchiuderci in una bolla, che impedisce comprensione e comunicazione con tutto ciò che è esterno e non filtrato dai nostri confortevoli strumenti digitali. Digitale deriva dall’inglese “digit” che significa cifra numerica: l’esemplificazione di una società come somma di singoli individui, senza alcun collante, senza alcun confronto.

Quale conclusione alla fine di questa lunga disamina? Probabilmente basterebbe un po’ di consapevolezza e riflessione sulle nostre abitudini, per non lasciarci sopraffare dal lato nocivo della modernità.

Forse possiamo prendere spunto dall’antico proverbio “in media stat virtus”.
Già, ma chi ci insegna cos’è la moderazione?

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Cresciuto a Preganziol, si laurea in giurisprudenza a Trieste con una tesi su matrimonio e coppie di fatto in diritto romano; consegue poi un Master in Marketing e Management. Un anno in Australia come essenziale esperienza di vita. Interessi concernenti storia e geopolitica, divulgazione scientifica, arte. Attualmente lavora all'Università IUAV di Venezia, è attivista Slow Food e consigliere comunale a Preganziol.