Il quartiere di Wannsee si trova nell’angolo più sud-occidentale di Berlino, contiguo con la periferia di Potsdam. Il 20 gennaio 1942, in una lussuosa villa costruita nella seconda metà dell’Ottocento sulle sponde del lago Grosser Wannsee, si riunirono quindici personalità di rilievo della galassia nazista. La villa era stata acquistata nel 1940 dalla fondazione Nordhav-Siftung creata da l’Obergruppenfuhrer delle SS Reinhard Heydrich, capo dell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich per assegnare case di vacanze agli uomini delle SS e alle loro famiglie. Questa volta però l’elegante edificio immerso nel verde avrebbe fatto da sfondo alla più tragica delle riunioni: il coordinamento delle azioni per raggiungere l’obiettivo che il nazismo si era posto fin dalle sue origini, cioè la Soluzione Finale della cosiddetta “questione ebraica”. In pratica Wannsee segnò il passaggio da un proposito di annientamento ancora a livello generico ad un programma di sterminio concreto e accurato. E tanto per chiarire chi fosse il padrone di casa, insieme all’invito a partecipare Heydrich allegò una copia dell’autorizzazione, risalente al 31 luglio 1941 e firmata da Hermann Goering, che lo nominava “plenipotenziario per la preparazione della soluzione finale della questione ebraica in Europa”. Scopo della riunione, spiegò, era di coordinare il lavoro della Cancelleria di Hitler, dell’Ufficio delle SS per la Razza e la Ricollocazione, del Ministero per i Territori Orientali Occupati, dei Ministeri degli Interni, della Giustizia, degli Esteri e di altri uffici governativi. Erano stati invitati alla riunione anche i vertici del Piano Quadriennale Tedesco responsabili della gestione delle proprietà degli ebrei oltre a Heinrich Muller, comandante della Gestapo, e il tenente colonnello Adolf Eichmann, responsabile della sezione affari ebraici della Gestapo, organizzatore pratico della riunione e redattore dei protocolli operativi. Heydrich dichiarò ai presenti che per realizzare la Soluzione Finale l’Europa avrebbe dovuto essere rastrellata da palmo a palmo da est a ovest e a tal fine venne distribuita la famigerata lista (della quale è sopravvissuta alla guerra solo una copia) nella quale Eichmann con precisione teutonica indicava per ogni paese europeo l’entità della presenza ebraica. La parte A della lista indicava i paesi in quel momento sotto il controllo diretto tedesco, la parte B tutti gli altri.

L’Italia appare nell’elenco B accreditata di 58.000 ebrei che naturalmente Eichmann non aveva minimamente considerato come cittadini di un paese ancora alleato ma semplicemente come una quota da eliminare. Il totale di questa terribile lista arrivava a oltre 11 milioni!  Va precisato che a Wannsee non nacque il concetto di Soluzione Finale (come spesso erroneamente viene affermato) ma venne deciso in via definitiva il quando, il come e il dove sarebbe stata attuata: tutti gli ebrei d’Europa andavano concentrati in Polonia ed eliminati ancora prima della fine della guerra, ricorrendo alle camere a gas che consentivano volumi di esecuzioni decisamente maggiori delle fucilazioni avvenute fino a quel momento. A marzo del 1942 cominciarono le deportazioni dal distretto di Lublino e dalla Galizia al campo di sterminio di Belzec mentre a maggio le deportazioni furono estese ai restanti territori occupati della Polonia e furono aperti i campi di sterminio di Sobibor e Treblinka. Nella stessa estate fu completato il grande campo di Maidanek e, sempre a partire da maggio/giugno, gli ebrei tedeschi e slovacchi deportati nei ghetti furono trasferiti direttamente nei campi di sterminio mentre gli ebrei dell’Europa centrale, precedentemente deportati nei ghetti dell’Europa orientale come Lodz e Minsk, vennero fucilati o gasati. L’azione di sterminio fu condotta dalle SS come una vera e propria operazione di guerra che venne denominata Operazione Reinhardt in onore di Reinhardt Heydrich, ucciso in giugno a Praga dalla resistenza cecoslovacca. In luglio Himmler ispezionò personalmente i campi di sterminio per assicurarsi sulle loro possibilità di rendere la Polonia occupata “judenfrei” cioè libera dagli ebrei e fissò in una direttiva la data del 31 dicembre 1942 come ultimo termine per l’attuazione del piano. A luglio ebbero inizio anche le deportazioni dall’Europa occidentale verso Auschwitz dove i deportati erano sottoposti ad una selezione già sulla rampa di arrivo dei treni in seguito alla quale quelli inabili al lavoro (anziani, bambini, donne con figli) venivano spediti direttamente nelle camere a gas. Entro l’estate del 1942 l’ingranaggio dello sterminio, ormai esteso a tutto il continente europeo, si era dunque messo pienamente in moto. Ma, rispetto ad altre uccisioni di massa della storia, lo sterminio degli ebrei fu qualcosa di diverso: si trattò di omicidio sistematico e industriale, finalizzato ad essere totale e a non lasciare in vita un solo esponente della cosiddetta “razza inferiore”. Metterlo in pratica richiese una struttura burocratica altamente sviluppata grazie ad un ampio organico di funzionari interdipendenti, molti dei quali non si conoscevano personalmente, ma agivano di concerto per raggiungere lo scopo comune.  È utile ricordare – scrive lo storico Laurence Rees autore di un fondamentale saggio su Auschwitz – che gli individui seduti al tavolo della Conferenza di Wannsee erano funzionari stipendiati di una delle grandi nazioni europee e non ignoti terroristi, anche se i loro crimini sarebbero stati peggiori di qualsiasi atto criminale compiuto nella storia del mondo. Ugualmente istruttivo, visto che ancora oggi alcuni parlano di un “sottoproletariato criminale” privo di istruzione, è il fatto che delle quindici persone sedute intorno a quel tavolo ben otto avessero un titolo di dottorato universitario”. Quella che Hannah Arendt definì la “banalità del male” appare oggi, alla luce degli studi storici più recenti, una suggestiva ma riduttiva definizione: i burocrati della morte non erano oscuri funzionari che agivano senza capire o preoccuparsi di ciò che stavano facendo ma si trattava invece di uomini intelligenti e istruiti che mettevano in pratica con consapevolezza una ideologia che avevano scelto intenzionalmente di seguire. E questo rende la tragedia dell’Olocausto ebraico ancora più drammatica e inaccettabile.

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Renzo De Zottis é nato a Treviso il 9 settembre 1954 e da qualche anno ha lasciato l'insegnamento nella scuola media. Collabora da lungo tempo con svariati mensili occupandosi prevalentemente di argomenti di carattere storico. Ha inoltre al suo attivo diversi servizi fotografici per le maggiori testate nazionali di automobilismo storico ed é stato addetto stampa in diverse manifestazioni internazionali del settore. Fa parte del direttivo dell'Unitre Mogliano Veneto e da almeno un ventennio svolge conferenze per questa associazione e per l'Alliance Française di Treviso.