Chissà cosa avrà pensato, da lassù, dal pantheon dei miti e degli eroi serbi dove siede inscalfito da oltre sei secoli, il principe Lazar Hrebeljanović osservando le ultime imprese del suo irrequieto connazionale Novak “Nole” Djoković.  Chissà se al campione della cristianità medievale morto combattendo contro i turchi sul sacro suolo del Kosovo, nel cuore profondo dei Balcani, avrà fatto piacere vedere accostata la sua epica sconfitta nel lontano 1389 alla recente e meno titanica disfatta subita a tavolino dal campione mondiale di tennis. Al tramonto sugli ostili campi da gioco, forse, ma con ottime prospettive – a quanto si vocifera –  nel campo, incline al cabaret, della politica in Serbia.

E chissà come, dalla sua imperturbabile trascendenza, questa icona di un passato glorioso avrà visto la drammatica situazione in cui, alla fine del Novecento, versava e s’agitava il Paese per i cui destini sacrificò sé stesso e il proprio esercito. Mai immaginando di venire resuscitato una prima volta, a distanza di seicento anni, da un grigio burocrate jugoslavo diventato presidente, di nome Slobodan Milosević. Il comunista pentito che, dotato di un fiuto eccezionale nel capire da che parte spirava il vento della Storia e come stavano mutando rapidamente gli umori della gente, fece riesumare le ossa dell’eroico comandante dal monastero ortodosso di Ravanica per offrirle alla devozione popolare in un lungo pellegrinaggio fra villaggi e chiese della profonda provincia serba. Era convinto che, in tal modo, avrebbe scongelato un sentimento identitario ibernato sotto mezzo secolo di socialismo reale ateo e sovrannazionale. Scommessa vinta. Seguita, con folgorante intuizione, dall’adunata oceanica alla Piana dei Merli (Kosovo Polje) del 28 giugno 1989, nel punto preciso in cui, esattamente seicento anni e un minuto prima, l’indomito Lazar venne consacrato dal martirio di una impari lotta contro l’invasore islamico con il titolo di “eroe” della fede cristiana e della serbitudine.

Quale migliore benedizione preventiva, dal basso, delle guerre che di lì a poco la Volpe dei Balcani avrebbe provocato, per realizzare il sogno secolare di una Grande Serbia etnicamente “pura”, a spese delle confinanti Croazia e Bosnia-Erzegovina? Spada e crocefisso, politica e religione, l’una al servizio dell’altra, in un patto diabolico di mutua utilità. La formula consumata dei più pericolosi nazionalismi d’ogni epoca e latitudine, abbinati inevitabilmente all’esautoramento della democrazia. Sembra acqua passata e invece la goccia del risentimento votato alla rivincita continua a scavare silenziosa. A corrodere l’animo dei forzati della pace (quella siglata a Dayton).

Ora, con il “caso Novak-Novax”, la storia si ripete. La storia mitologica della nazione negletta viene evocata per la seconda volta in trentacinque anni, per nobilitare le gesta indifendibili di un capriccioso miliardario mago della racchetta e apprendista delle più grossolane teorie negazioniste del Covid. Personalmente dubito che l’integerrimo Lazar esulterebbe nello scoprire di avere come fervente epigono l’opulente Narciso di Belgrado. Diventato – a furor di popolo e di stampa – un formidabile simbolo planetario della vasta nebulosa (più che limpida galassia) degli irriducibili nemici dei vaccini anti-virus.

La metafora lazariana può finire qui. Serve a richiamare, decodificandolo, un vizio o una caratteristica antica di questo Paese che un tempo veniva considerato il Piemonte dei Balcani: l’intramontabile vittimismo nazionale. Persiste, infatti, intatta, inquietante, la ripetitiva attitudine all’auto-commiserazione di una parte ancora considerevole del popolo serbo. Irrazionale. Innata. Difficilmente spiegabile se non con il mai sopito bisogno di rincuorare l’orgoglio collettivo ferito tramutando le sconfitte reali in vittorie immaginarie dello spirito.

Al suo rientro in patria, Mago Djioković è stato portato in trionfo da falangi osannanti di sostenitori, che lo attendevano all’aeroporto Nikola Tesla di Belgrado, compatti nel gridare alla “congiura internazionale” contro i serbi “ingiustamente discriminati”. Noi e tu Novak, come sempre, soli contro tutti. Lui ha abbozzato, sornione, compiaciuto. Tutt’altro che disposto ad ascoltare il consiglio spassionato di una leggenda del tennis femminile come Martina Navratilova. “Il mio parere è che a volte le tue convinzioni personali devono essere accantonate in nome dell’interesse collettivo. Tante persone erano dubbiose su questi vaccini e temevano che avrebbero avuto ripercussioni negative sul loro corpo, ma lo hanno fatto. Tutto il mondo si sta dirigendo in quella direzione. Le opzioni sono due per Nole: vaccinarsi o porre fine alla sua carriera”.

Qui termina anche la “querelle” relativa agli Australian Open, orfani di un grandissimo giocatore, campione da qualche tempo anche di boomerang clamorosi – ma solo al di fuori del teatro domestico – per la sua immagine. Si prenda la vicenda, questa sì veramente inquietante, della fotografia di Djioković ritratto al ristorante con un conclamato criminale di guerra. Era solo pochi mesi fa, a settembre. La star del tennis, in vacanza in Bosnia-Erzegovina, pensò bene di farsi vedere a pranzo con tale Milan Jolović, più noto come ex leader dei “Lupi della Drina”, una formazione paramilitare distintasi per l’attiva partecipazione al genocidio di Srebrenica, nel luglio del 1995, in cui furono massacrati più di ottomila musulmani bosniaci. Il principale responsabile dell’eccidio, il generale serbo-bosniaco Ratko Mladić, sta scontando l’ergastolo per tale crimine. Ma tanti personaggi minori, collaterali, eppure efficienti assassini, girano ancora indisturbati per il martoriato Paese diviso in due entità autonome ma non separate dagli accordi di Dayton. Come il signor Jolović.

Valeva davvero la pena, per l’ineffabile “Nole”, compromettere la propria reputazione con un calice elevato in cattiva compagnia? Domanda ingenua, deformata dall’esigente occhio occidentale. Non la vedono così in Bosnia-Erzegovina, dove il tintinnio di sciabole affilate torna a fare da sottofondo alle posizioni sempre più secessioniste assunte dai leader serbi locali. Non la vede così la madrepatria Serbia del nazionalista presidente Vucić. Non se ne cura lui, il viziato racchetta d’oro, che già nel 2008 – acerbo ventenne – ebbe a dire: “Il Kosovo fa parte della Serbia e sempre sarà così”.

Non che l’età gli abbia portato consiglio, se appena due anni fa, all’Atp Cup di Sidney, Novak-Novax cantava a squarciagola con i compagni di squadra un inno folk dal titolo illuminante: “Vidovdan”, uguale “giorno di San Vito, uguale 28 giugno, uguale data della battaglia di “Kosovo Polje” nel 1389, uguale data dell’assassinio a Sarajevo dell’arciduca austriaco Francesco Ferdinando e consorte nel 1914, scintilla della Prima guerra mondiale. E via di questo passo con altre non casuali ricorrenze di inizio estate nella melodrammatica storia serba. “Nessuno può strappare il Kosovo dalla mia anima”, intonava nell’infida terra australiana (sempre lì!) uno dei più grandi tennisti della storia. Il nazionalismo serbo e pan-serbo, gravido di aspiranti autocrati senza scrupoli ma orfano di leader carismatici, ha trovato forse su chi investire la propria speranza di riscatto nei due anelli deboli dell’ex Jugoslavia: Bosnia-Erzegovina e Kosovo. Attendendo l’esito del lungo tie-break che “Nole” sta giocando con sé stesso.

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Valerio Di Donato, giornalista e scrittore. Ha lavorato a lungo al "Giornale di Brescia", occupandosi di politica interna e estera approfondendo in particolare le vicende dell'area balcanica. Ha pubblicato due libri: "ISTRIANIeri. Storie di esilio", uscito nel 2006 con "Liberedizioni" di Gavardo, una serie di racconti di vita vissuta concernenti la storia degli esuli giuliano-dalmati e non solo. Nel 2021 ha esordito nel romanzo storico con "Le fiamme dei Balcani", per i tipi di "Oltre edizioni" di Sestri Levante.