Lo scrittore Valerio Aiolli

Ci sono dei libri, che vanno oltre l’idea molto minimalista e approssimativa che quando si parla di un drammatico evento di cronaca, “i fatti sono quelli e basta”, e che per il resto si può soltanto più o meno ipotizzare e di conseguenza fantasticare o illazionare su come siano andate. Con la  ricorrenza  di oggi  sono passati cinquantadue anni dal 1969 dalla tragica vicenda della strage di Piazza Fontana, e quello che si percepisce, anche prima del difficile  momento legato all’ attuale pandemia è che quella che viene definita “la madre di tutte le stragi”[1], tende ad assumere specie agli occhi delle nuove generazioni delle caratteristiche, se non  distopiche, sicuramente sempre più conformi a quella che viene definito il principio di sopraffazione del presente sulla memoria storica, e della sua conseguente  trasfigurazione. Tra i tanti romanzi sull’ argomento, “Nero ananas” di Valerio Aiolli[2],  può essere sicuramente utile alla memoria del tragico evento per due motivi: il primo è sicuramente quello di non dimenticare, per chi c’era, l’altra di creare la giusta attenzione per chi, nato nelle generazioni successive, possa venire a conoscenza delle dinamiche di  uno dei più feroci e drammatici “ delitti italiani”[3]

Pubblicato nel non troppo lontano 2019 presso le Edizioni “Voland” di Roma e candidato nello stesso anno al premio “Strega” il romanzo di Aiolli ha il pregio di condurre il lettore nel vivo degli anni ‘70, anni in cui la morte era atrocemente funzionale alla fede politica, e allo schieramento politico a cui le vittime appartenevano. Lungo questo filo conduttore Aiolli ci porta in un clima, che di pagina in pagina ripropone intatta l’atmosfera di scontri, indagini, sospetti, propria di quegli anni, ma non di meno, degli ambienti in cui i protagonisti da lui descritti di muovono, cantine: osterie, appartamenti o ville, che proprio perché al di sopra di ogni sospetto, infondono nel lettore una tensione narrativa molto forte, a dirla in breve, sulfurea e a tinte fosche.

Il “botto” di Piazza Fontana è però all’interno del romanzo l’input narrativo che consente al lettore di attraversare un arco temporale di quattro anni che vedono alternarsi sulla scena vari personaggi, da un bambino che vede scappare dalla sua famiglia medio borghese sua sorella, che non condivide le idee dei genitori sulla strage di Piazza Fontana, ad una serie di figure e figuri, dietro i cui nomi:  il Pio, il “Samurai”,  lo  zio  Otto,  “Falstaff”, sono, più o meno riconoscibili, per chi ha una più o meno buona memoria delle vicenda, Incluso un non meglio identificato anarchico giramondo e conoscitore di galere più o meno patrie.

Aiolli gioca abilmente e con grande abilità con cronaca, personaggi e finzione narrativa, senza mai perdere di vista i drammatici presupposti da cui il suo romanzo prende le mosse: “Sento l’odore della città ferita- ci dice non a caso a inizio- romanzo – appena sceso dall’ auto blu, nonostante abbia ancora un po’ di febbre, la tosse, il naso chiuso. È un odore di dicembre, di nebbia, di fiati. Di persiane serrate, di bandiere listate a lutto”. Di silenzio. Di mandorle amare. Di polvere. Di sangue.

Tre giorni prima, metà pomeriggio di venerdì 12, mentre era ancora a letto con la febbre alta assistito da sua sorella, gli era stata comunicata la notizia. Una bomba. No più bombe. In diverse città. Alcune inesplose. Altre esplose senza far danni. Ma una sì. Bilancio che sale di minuto in minuto. Strage. Aveva provato una specie di schianto in mezzo al petto. Un buco da cui l’energia vitale aveva cominciato a scorrergli via come acqua”.

E’ qui evidente come l’autore crei un parallelo tra l’allucinata metafora delle città ferita e la ferità interiore della coscienza individuale, che non sa se riuscirà a resistere al dramma, perché combattuta tra l’angoscia del sentire dal profondo il dolore per l’ eccidio  collettivo, al quale non riesce a dare  sino in fondo il giusto valore, e il bisogno di andare oltre, per non farsi coinvolgere in un vortice che potrebbe essere senza via di uscita.

Ma è proprio la lacerazione che il ragazzino fiorentino prova, speculare alla vicenda della tragedia di stato a rendere originale un romanzo, che “sublima”, con tutta la limitatezza ascrivibile nel contesto in questo verbo, la pesante materia storica descritta, in un romanzo di formazione nel senso più alto della parola. Nella misura in cui il bambino va oltre la sospensione dell’incredulità derivatagli dalle cronache della televisione e dei giornali e acquisisce la consapevolezza che l’accaduto non è relegabile alla dimensione del film, ma è proprio di una realtà che sta cambiando la vita delle persone che gli sono vicine. E, anche se non riesce ancora ad averne le esatte proporzioni anche la sua.

Il Romanzo

Una presa di coscienza che avviene una narrazione sincopata, strutturata in capitoli verticali, dove si sviluppa l’interiorità dei personaggi, ed orizzontali dove invece si porta avanti la storia diciamo con la S maiuscola, quella dove la vicenda di un’Italia fatta di trame occulte, di violenza politica e di  stragi fasciste, con o senza servizi segreti. E ancora di rossi, di neri, cani sciolti e burattinai più o meno “venerabili”.

Il risultato è quello di una coralità narrativa che forte dei diversi e cangianti ritmi che la rendono questo romanzo sugli anni di piombo e assolutamente credibile e magnetico. Non di meno nella parte finale, dedicata al non meno drammatico attentato del ‘73 alla Questura di Milano in Via Fatebenefratelli.  Per concludere un’opera indispensabile per qualsiasi tipo di memoria storica, corta, lunga o in via di sviluppo che sia.

[1] La strage di piazza Fontana fu conseguenza di un grave attentato terroristico compiuto il 12 dicembre 1969 nel centro di Milano presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura e che causò 17 morti e 88 feriti. Considerata «la madre di tutte le stragi», il «primo e più dirompente atto terroristico dal dopoguerra», «il momento più incandescente della strategia della tensione» e da alcuni ritenuto l’inizio del periodo passato alla storia in Italia come anni di piombo.
[2] Valerio Aiolli è nato nel 1961 a Firenze, dove vive. Dopo l’esordio nel 1995 con la raccolta di racconti Male ai piedi (Cesati), pubblica nel 1999 il suo primo romanzo per le Edizioni E/O, Io e mio fratello, con cui vince il Premio Fiesole per narratori under 40 ed è tra i 12 candidati finalisti al Premio Strega. Il romanzo viene successivamente tradotto in Germania e Ungheria. Con lo stesso editore escono nel 2001 Luce profuga e nel 2002 A rotta di collo, con cui si aggiudica il Premio Giusti (speciale della giuria). Seguono Fuori tempo (Rizzoli, 2004), Ali di sabbia (Alet, 2007), Il sonnambulo (Gaffi, 2014), Il ragazzo che vi guarda – Un racconto di Santo Spirito (Firenze Leonardo Edizioni, 2016), Lo stesso vento (Voland, 2016), Il carteggio Bellosguardo – Henry James e Constance F. Woolson: frammenti di una storia (Italo Svevo Edizioni, 2017), Nero ananas (Voland, 2019), tra i 12 candidati finalisti al Premio Strega.
[3] La definizione che ha preso piede a partire dal libro  poi film di M. Tullio Giordana: “Pasolini un delitto italiano”,  (1995)  , è diventato sinonimo, di quei delitti  in cui l’ evidenza passa dal  “si dice” al “non so”. Sempre dello stesso regista si consiglia sull’argomento il film: “ Romanzo di una Strage”, ( 2012).
Docente di Lettere presso il Liceo G. Berto di Mogliano. Ha pubblicato alcuni libri di Poesie: “Emermesi” (Pescara, Tracce, 1986), “Breviari, Taccuini e Baedekers” ( Bologna, Andomeda, 1992), “Rimario d’ Oltremura” (Chieti, Noubs, 1997) e vinto qualche Premio, l’ ultimo è stato quello conferitogli dall’ “Istituto Italiano di Cultura di Napoli.” (2019) Ricercatore sonoro (rumori, parole e musica) è istruttore di Hata Yoga e tiene Workshop di scrittura creativa con i Tarocchi.