Ti sei avvicinato alla scrittura come giornalista, quanto di ha aiutato questo mestiere per la stesura del tuo primo romanzo?

Sicuramente molto, è un mestiere che stimola la voglia di narrare, è così che sono arrivato a questo mio romanzo, che è stato anticipato da: “ISTRIANIeri. Storie di esilio” (Liberedizioni 2006) una prima raccolta di racconti brevi, in cui narro di spaccati di vita degli istriani e dei dalmati, narrando storie vere con personaggi e nomi reali. Con il romano è realizzato un passaggio importante che è anche una sfida con onori ed oneri.

Come definiresti la tua scrittura?

Diciamo che ho cercato di dare una mia forma espressiva ad un genere, peraltro molto frequentato, come il romanzo storico dove è normale mescolare invenzione, eventi storici e attualità, in modo, spero di esserci riuscito, di offrire al lettore una chiave di lettura diversa, rispetto a quello che si sa sulla vicenda.  Quanto alla scrittura in sé, più che il mio giudizio conta quello del lettore.

Da dove nasce la tua passione per il mondo del’ Ex Juguslavia e dell’Est in genere.

Non nasce da radici particolari, ma da un modo di percepire questa realtà, che comunque ho sempre avuto modo di respirare essendo vissuto   a Treviso, ma con Trieste e la frontiera vicine. Il fatto che poi mi sia trasferito per motivi di lavoro a Brescia, dove ho lavorato come giornalista per il locale “Giornale” non ha fatto che accentuare questa passione, per una terra dalla quale sono stato sempre affascinato: perché la loro natura multietnica mi ha fatto conoscere prima ancora che il conflitto la diversità delle culture, luoghi in cui cambiare strada equivale a cambiare luogo, forse continente un po’ come la Trieste di Umberto Saba. La differenza culturale però implica sempre dei conflitti che possono andare oltre la vitalità, ed è questo che mi ha colpito di più e che mi ha portato e mi porta a ricercare le cause che inducono a far sì che le differenze etniche, che potrebbero essere una ricchezza, si trasformino invece in dramma e in conflitti sanguinari.

Veniamo al tuo romanzo ai suoi personaggio Tu giochi con la narrazione a ritroso.

Si l’espediente narrativo del ragazzo che trova un manoscritto, per quanto canonico, è importante per entrare nelle vicende narrate.

A partire dalla figura del protagonista Antonio “Toncia” Fabris.

Assolutamente questo professore di lettere in pensione, che torna in patria per occuparsi della sua famiglia è fondamentale, perché la scoperta che qualcuno che… ha aiutato in passato, sino al punto di comprargli le medicine, di fatto era un Killer, che agiva per conto di chi lo considerava, per lo più a sua insaputa, un “pericoloso nemico”.

Era inevitabile visto lo sfondo narrativo buttarla sul giallo e il noir?

Direi di sì, anche se fino ad un certo punto, perché di fatto nel romanzo ci sono molte alte cose, a partire dal fatto che la violenza che fa da sfondo alla storia, si sublima nei personaggi di Ivan e Mirna, nella loro contrastata storia d’ amore, che, come è dato vedere, è strettamente connessa alla vicenda del professore che ha rischiato inconsapevolmente di essere ucciso da chi non se lo sarebbe mai aspettato.  Diciamo che ho sentito la necessità di creare un equilibrio tra le diverse situazione e sentimenti e l’amore contrapposto ovviamente e in questo motivatamente alla morte, mi sembrava la sola via d’ uscita in funzione della speranza e della soluzione della vicenda. Il resto è nel romanzo.

Un romanzo storico è fatto di documentazione e sul mondo della ex Jugoslavia è stato scritto tanto, ci dici qualcosa sulle tue fonti diciamo di ispirazione, senza perdere di vista il fatto che il romanzo come genere sul tema è per certi versi una novità?

Forse Dasa Drndic[1] ma  ancor più Paolo Rumiz[2], non so  potrei citarne  molti altri senza nessuna difficoltà, diciamo tutti perchè mi hanno portato a mettere in risalto il pericoloso senso dell’ identità nazionale, che come è stato terribile in Bosnia in Croazia e in tutti  i territori di   questo mondo “ ex”, corre il rischio di diventare un modello politico esportabile e forse, in parte già esportato  a prescindere dalla veste politica  con cui ci viene presentato.

La pericolosa parabola degli “Stati morenti”, che vengono sempre “salvati” da qualcuno, per allungarne di fatto l’agonia?

Si,  nella ex Jugoslavia , il conflitto è esploso dopo dieci anni  dalla morte del maresciallo  Tito, che era riuscito e tenere bene il coperchio,  e qui  mi avvalgo  della metafora della  pentola di Nicole Janigro[3], tutte le difformità e i profondi conflitti che sommessamente ribollivano all’ interno del suo sistema. Ma al collante ideologico dell’ex regime è subentrato quello non meno preoccupante della guerra, del bisogno di doversi cerare per forza un nemico in funzione della presunta superiorità della razza e del sangue. Si pensi allo stupro delle donne bosniache da parte delle milizie serbe. Dal canto mio ho cercato di mettere insieme le tessere di dieci anni di guerre e conflitti, la cui caratteristica risale ai tempi della Seconda guerra mondiale, e via a ritroso alla prima, alla crisi dell’Impero ottomano e via discorrendo.

Veniamo alla più o meno involontaria colonna sonora del romanzo:  Loosing my religion[4] dei R.E.M, tu sei anche un musicista se non sbaglio…

E qui metto le mani avanti, perché ci tengo a mantenere la musica, come solo hobby, che però al tempo stesso è anche fonte di ispirazione creativa, per quanto riguarda la canzone dei R.E.M. è stata canzone dell’anno nell’ ottobre del ‘91, proprio nel momento più duro e drammatico della guerra croato- serba, e sappiamo quanto la religione abbia pesato nei conflitti della ex Jugoslavia. Non poteva che essere lei la colonna sonora dell’incontro dell’amore tra i due ragazzi, di diversa etnia e cultura. In ogni modo la musica è un punto di riferimento fondamentale, che mi dà sempre tanta gioia suono in un gruppo di Treviso, ma questa è un’altra storia.

Altri progetti?

Per ora godermi la gioia della promozione del libro!

 

 

 

[1]  D. Drndic (Zagabria, 10 agosto 1946 – Fiume, 5 giugno 2018) : Trieste: un romanzo documentario, traduzione di Ljiljana Avirović, Milano, Bompiani, 2016.
[2] P. Rumiz (Trieste, 20 dicembre 1947) è un giornalista, scrittore e viaggiatore italiano. Inviato speciale del Piccolo di Trieste, si candidò senza successo nel capoluogo giuliano per L’Ulivo alla Camera dei Deputati nel 1996. In seguito divenne editorialista di La Repubblica. Dal 1986 si è occupato degli eventi dell’ area balcanica e danubiana; negli anni Novanta, durante la dissoluzione della Jugoslavia, fu corrispondente in Croazia e Bosnia-Erzegovina. Nel novembre 2001 fu inviato ad Islamabad, e successivamente a Kabul, per documentare l’attacco degli Stati Uniti d’America all’Afghanistan talebano. Molti dei suoi reportage narrano i viaggi compiuti, sia per lavoro che per diletto, attraverso l’ Italia e l’Europa. Tra le sue opere sulla Ex Jugoslavia vanno almeno lette: Danubio. Storie di una nuova Europa, Collana Saggi e documenti, Milano, Studio Tesi, 1990; La linea dei mirtilli. Storie dentro la storia di un paese che non c’è più, Prefazione di Demetrio Volcic Roma, Editori Riuniti, 1993. – Nuova edizione riveduta, Editori Riuniti, 1997, Vento di terra. Istria e Fiume, appunti di viaggio tra i Balcani e il Mediterraneo, a cura di C. Giovanella, Trieste, Mgs Press, 1994; Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia, Introduzione di Claudio Magris Roma, Editori Riuniti, 1996-1999. – Con una nuova prefazione dell’Autore, Feltrinelli, Milano, 2011.
[3] N. Janigro: L’ esplosione delle nazioni, Milano, Feltrinelli, 1991 e 1999);
[4] Loosing my Religion, dall’ Album: “Out of the time”, 1991
Docente di Lettere presso il Liceo G. Berto di Mogliano. Ha pubblicato alcuni libri di Poesie: “Emermesi” (Pescara, Tracce, 1986), “Breviari, Taccuini e Baedekers” ( Bologna, Andomeda, 1992), “Rimario d’ Oltremura” (Chieti, Noubs, 1997) e vinto qualche Premio, l’ ultimo è stato quello conferitogli dall’ “Istituto Italiano di Cultura di Napoli.” (2019) Ricercatore sonoro (rumori, parole e musica) è istruttore di Hata Yoga e tiene Workshop di scrittura creativa con i Tarocchi.