Ci sono diverse “partite” che vengono giocate in queste elezioni.

E si svolgono contemporaneamente, sotto lo stesso cielo.

E se la Destra e’ data vincente dalla maggior parte degli analisti elettorali è anche vero che al suo interno è evidente la sconfitta dei moderati.

Berlusconi infatti sacrifica il sogno di una vita e di un partito di ispirazione liberal di fronte alla prospettiva concreta del governo “qui ed oggi” anche a prezzo di importanti defezioni.

Lo fa scientemente, capisce che questa è la sua ultima personale occasione per tornare ad essere “vivo” nelle Istituzioni Repubblicane.

La Lega di governo, con Zaia, Giorgetti e Fedriga, si annulla in un colpo solo nascondendosi quasi dietro la faccia di un Segretario, Salvini, che mantiene le redini del Partito (fino a quando?) ed ha però perso il feeling con il Paese.

Ma i colonnelli della Lega sanno che è troppo tardi, viste le scadenze del voto settembrino, cercare di mettere il vecchio capo in parcheggio.

E sono certo consci della difficoltà di cambiare in una fase di crollo vertiginoso dei consensi.

La leadership è altrove, nelle mani di Giorgia Meloni.

Il pericolo che evoca questo Partito, Fratelli d’Italia, è ben diverso dal solo possibile ed eventuale rigurgito di fascismo.

È quello piuttosto dell’imbocco, per il nostro Paese, di una strada che modifica il valore che abbiamo dato al senso della “democrazia” in questi anni.

Se si guarda infatti alle scelte prospettate dalla Destra italiana ci si accorge che pare ritornare la vecchia idea del Presidenzialismo.

Ed essa non avrebbe più come riferimento un partito di Centro Destra moderato come Forza Italia.

La prospettiva è quindi quella di un governo corporativo, sovranista, lontano dal valore dei diritti e del più generale significato progressivo che abbiamo dato alla parola civiltà.

Non a caso i principali alleati di Meloni e Salvini stanno in Ungheria e Polonia.

Ma non va però dimenticato perché si e’ giunti a questo punto.

In questi anni, va ammesso e lo ricordava recentemente anche Cacciari, la Destra si e’ esposta raccogliendo le istanze delle aree più smarrite e scontente nel nostro Paese.

Cioè e’ stata più vicina a chi materialmente o spiritualmente si sentiva tagliato fuori, ai margini rispetto allo sviluppo.

La Destra si e’ cioè “sporcata le mani” accettando confronti che spesso la Sinistra ed il Centro Sinistra hanno evitato rappresentando (ed e’ certamente più facile e gratificante) sempre di più mondi “tranquilli” e con contraddizioni in qualche modo gestibili.

Infine nella Destra, con saggezza devo dire, il possibile regolamento dei conti viene affidato alla fase successiva alle urne.

Nel Centro Sinistra il panorama è più complesso ed articolato.

Intanto una premessa.

Ho definito l’altro campo “Destra” non “Centro Destra”.

Qui invece il titolo è diverso: Centro Sinistra.

Non vi è stata infatti una scelta di leadership politica definitiva e non si e’ quasi nemmeno cercata, forse memori del passato e degli episodi che lo hanno contraddistinto nelle vicissitudini prodiane.

Tutti, o quasi, appaiono quasi sullo stesso piano.

Già alcuni partiti come il PD sono in effetti la risultante non di “una” parte (la Sinistra) ma di “due” (il Centro e la Sinistra).

E poi la ricchezza e la quantità delle espressioni di rappresentanza politica a sinistra sconfinano spesso nella confusione e nella vittoria delle differenze.

E tutto ciò non accade con una legge elettorale proporzionale con sbarramento significativo ma con una legge che affida alla sua parte maggioritaria la definizione finale dei risultati e l’assegnazione della vittoria.

Le stesse importanti trattative che hanno portato al certamente utile accordo tra Azione, +Europa e PD testimoniano la fatica di questa conquista e rammentano poi come altri “soci” della cordata potrebbero aversene a male.

Il Centro Sinistra quindi non solo compete alle elezioni ma compete dentro se stesso alla ricerca di una leadership determinante che spesso rischia di non esservi.

E questo perché?

Perché forse per parte del Centro Sinistra il governo è un obbiettivo importante ma certo non unico.

L’altro “fronte” per alcune espressioni del Centro Sinistra infatti è giocarsi la “propria” vittoria e incentivare – in ogni caso – la forza della propria struttura organizzata.

L’esempio dei 5 stelle, in questo quadro, e’ evidente.

Se fossero entrati in lista con il PD avrebbero chiuso ogni possibilità di allargamento al Centro e viceversa com’e’ accaduto.

Ma c’è di più, come sottolinea Roberto Weber.

Gli antagonismi al Centro Sinistra non sono solo tra gli eletti ma anche tra gli elettori.

Pare quindi impensabile una alleanza diretta PD – 5 stelle proprio perché gli elettori dei due partiti non sono facilmente sommabili.

Sorridendo si può aggiungere come la “pancia” conti più del “cervello” visto che il sistema delle alleanze questa volta non e’ dettato dalla politica ma dalla tecnica elettorale.

In passato si diceva, e va ricordato, che anche l’opposizione ha un importantissimo “potere” nel governo delle Istituzioni e del Paese.

Questo forse fa meglio capire come a volte alcune forze del Centro Sinistra possano non avere un interesse totale per la vittoria.

Questo è il “gioco” della politica che poi deve e vuole esprimersi anche con contenuti e proposte.

Ma questi contenuti e queste proposte sono nei fatti spesso problematici se usati per sancire gli accordi o incentivare le differenze.

E ciò accade in particolare nel Centro Sinistra perché la Destra ha rinviato al dopo elezioni questa definizione.

Non credo sia solo arguzia e buon senso, quello della Destra.

Leggo infatti negli accordi e nella strategia che manifesta una forte presenza dell’ideologia.

Si pensi al no all’immigrazione, a quello contro il riconoscimento della cittadinanza, alla pena di morte e così via.

Questi dati ideologici sono divenuti, negli anni, la base per la coalizione.

Trovo che la ricchezza delle posizioni e delle idee che si manifesta invece nel campo del Centro Sinistra sia di straordinario significato ma abbia un ovvio contraltare: le divisioni, i distinguo e le contraddittorietà.

A volte ingenuità e senso di appartenenza ai “valori” probabilmente si uniscono insieme in questo modo faticoso ed improbo di costruire politica ed obbiettivi.

Il risultato di queste contraddizioni genera quel dato sulla disaffezione alle urne che ben conosciamo.

Parte corposa della gente non ce la fa più a “riconoscersi” nella lotta politica italiana.

E la distanza dal voler dire la propria opinione con il voto è evidente per chi non abbia immediati o mediati interessi di potere.

Ed il rischio, ormai divenuto spesso certezza, è che sia più comodo di fronte a tutto ciò stare “di lato“.

Ma è un rischio che non si può accettare e va combattuto.

Pena l’estromissione da ogni opportunità di cambiamento e di innovazione.

Veneziano, funzionario del PCI per 20 anni tra il 1969 ed il 1990. Assessore al Comune di Venezia per quasi 10 anni è poi divenuto imprenditore della Cultura ed è oggi consulente della Società che ha fondato: Villaggio Globale International. È anche Segretario Generale di Ermitage Italia.

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