29 September, 2021
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Lo sviluppo sostenibile può essere una fregatura?

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opera di Pawel Kuczynski

 

In queste settimane di importanti decisioni politiche, nazionali ma soprattutto internazionali (dal G20 al green deal europeo) due preoccupazioni ricevono particolare attenzione: prima di tutto, la paura di una recessione economica causata dal covid-19, e in secondo luogo l’imminenza della crisi climatica, più volte annunciata dai recenti eventi meteo estremi. Queste due preoccupazioni vengono affrontate e solo apparentemente conciliate con il paradigma politico dello “sviluppo sostenibile”.

Dobbiamo notare, prima di tutto, che quando si parla di “sostenibilità” molto spesso non si tratta esclusivamente di sostenibilità ambientale, ma anche di sostenibilità sociale ed economica. Questi tre ambiti (ambiente, società ed economia) non sempre sono concordi: ad esempio, la crescita economica può non essere socialmente sostenibile se non argina povertà e diseguaglianze; oppure, la sostenibilità ambientale confligge con quella sociale se le politiche volte a ridurre le emissioni di gas serra colpissero in modo sproporzionato le fasce più povere rispetto quelle ricche. Come ci spiega il professor Francesco Gonella, quando parliamo di sostenibilità capita spesso di commettere l’errore di considerarla come un compromesso ambiente-società-economia quando in realtà, rispetto la sostenibilità ambientale c’è ben poco margine di “contrattazione”: quando si superano sistematicamente i limiti posti dal Pianeta, società ed economia sono destinati, prima o poi, a collassare. Perché società ed economia non sono semplicemente in contatto con l’ambiente, ma sono costruite sull’ambiente, vi poggiano le loro fondamenta essenziali.

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Come osserva Jared Diamond in “Collasso” o, più recentemente, Roberto de Vogli in “Progress or collapse” la nostra civiltà rischia di incorrere nel collasso proprio per il suo sfruttamento indiscriminato delle risorse del Pianeta, in modo del tutto simile ad altre civiltà della Storia.

Per scongiurare il collasso, come attivisti non possiamo concentrarci solamente su politiche climatiche circoscritte (come transizione energetica, riforestazione ecc., per quanto importanti possano essere) ma dobbiamo anche mirare all’obiettivo, tanto arduo quanto necessario, di uscire dal paradigma politico-economico della “crescita per la crescita”. E’ un compito arduo, certo, ma in alternativa al modello della crescita non c’è, come molti fanno credere,  il vuoto di un idealismo estremo. Un grandissimo contributo a colmare lo spazio dell’economia “alternativa” è stato dato da Kate Raworth, un’economista inglese. Per Raworth, un economista del ventunesimo secolo non dovrebbe perseguire il fine di una crescita infinita dei profitti, bensì il raggiungimento di uno stato di equilibrio tra il limite superiore posto dal Pianeta (rigenerazione degli ecosistemi, clima, risorse idriche…) e il limite inferiore al di sotto del quale saremmo in uno stato di deprivazione (mancanza di cibo o di alloggio o di istruzione o di parità di genere…). Questo equilibrio tra carenza ed eccesso, viene rappresentato graficamente come una ciambella: nel suo libro Raworth indaga quale sia lo stato attuale rispetto questi “limiti di sicurezza” e, com’è prevedibile, trova che stiamo sforando entrambi: da un lato stiamo forzando i limiti planetari nel nostro sfruttamento del suolo, degli oceani e alterando il clima; dall’altro milioni di persone sono denutrite (numero addirittura in aumento negli ultimi anni !), vivono in condizioni sanitarie precarie, sono costrette a migrare…

Dopo questa breve digressione sul rischio di “collasso” posso accennare una risposta alla questione iniziale. Quando parlare di sviluppo sostenibile è ingannevole?

Quando per “sviluppo” si intende la crescita per la crescita,  e “sostenibile” è un semplice orpello per farci sentire a posto con la nostra coscienza.

Quindi quasi sempre.