29 September, 2021
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Canto, incanto e disincanto

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La solida nave rapidamente arrivò all’Isola delle sirene … e intonarono un limpido canto:
“vieni, celebre Odisseo, Grande Gloria degli Achei, e ferma la nave, Perché di noi due si possa udire la voce.
Nessuno mai è passato di qui … senza ascoltare dalla nostra bocca il suono del miele, ma egli va dopo averne goduto e sapendo più cose.
Così dissero, cantando con bella voce: e il mio cuore voleva ascoltare …”
OMERO, Odissea “Le Sirene”

 

Incantare è composto dalla particella in e il verbo cantare, metaforicamente prende il significato di “guadagnare l’animo di alcuno”, in senso figurato, “sorprendere, sbalordire per la meraviglia”.

Nella mia esperienza di cantante ho imparato col tempo a conoscere il potere del canto: quando si è in sintonia, sbalorditivo è l’effetto sia su chi canta che su chi ascolta.

Chi di noi non è mai stato rapito da una canzone, trasportato attraverso un singolare “viaggio”, in una dimensione fantastica? Il canto ci seduce, ci rapisce!

Il detto “Canta che ti passa” non è semplicemente un modo di dire.

La nostra prima esperienza con il canto, con la melodia è la ninna nanna o nenia che nostra madre ha cantato per noi da bambini. Questo fenomeno è comune in ogni cultura: il bambino riconosce la voce della propria madre, stabilisce un contatto, avverte le sue emozioni e ne subisce l’influenza positiva o negativa che sia.

Ma non è tutto!

Ci si ritrova a cantare in ogni occasione: a scuola, in chiesa, per strada, in macchina, sotto la doccia.  Cantano gli scout, i tifosi allo stadio, i militari quando marciano; si canta per goliardia o per impegno, in ogni comunità laica o religiosa.

Un tempo c’erano i cantastorie, il vate Omero cantò le gesta di Ulisse nell’Odissea, I versi di Dante si chiamano canti e, in un’epoca non lontana i trovadori declamavano con versi cantati le gesta dei cavalieri o i drammi d’amore, mentre altri seducevano con le serenate. Quando un bambino è spaventato, la mamma canta per rassicurarlo … e così via …

Esistono infine dei “motivi” musicali che abbiamo associato a episodi della nostra vita, vissuti come piacevoli o spiacevoli e, quando ci capita di riascoltarli, automaticamente veniamo riportati alle emozioni vissute in quel tempo, così come la colonna sonora ci porta a rivivere stati d’animo suscitati dalle immagini di un film.

Qualunque stato emotivo viviamo influenza la qualità del suono della nostra voce. Dal punto di vista fisiologico questo ha una ragione d’essere: il respiro sollecita le corde vocali, le fa vibrare e, utilizzando come “cassa armonica “il petto (il famoso Do di petto) e la testa (voce di testa) produce la fonazione e il canto.

Ma il respiro cambia con il mutare degli stati emotivi: eccitazione, depressione, dolore, paura, gioia, imbarazzo e altro, producono timbriche nettamente diverse tra loro, che un attento ascoltatore può facilmente distinguere.

Le diverse qualità timbriche, con le loro vibrazioni (armoniche o disarmoniche), veicolano le nostre emozioni all’esterno e quasi sempre, riescono ad influenzare lo stato emotivo di chi ascolta: se mettiamo vicino due corde che producono la stessa nota (di uguale altezza tonale), e ne suoniamo solo una, l’altra vibrerà e suonerà allo stesso modo, pur non essendo stata sollecitata (Risonanza acustica). Esattamente come avviene a livello di vibrazione emotiva.

Tutti coloro che  parlano, che cantano, che si esprimono, inevitabilmente portano fuori il loro stato emotivo, di conseguenza lo trasmettono. Quando veniamo a contatto con delle voci sgraziate, disarmoniche e stridenti, veniamo investiti da onde sonore negative che cambiano il nostro umore.

Sant’Agostino diceva: “Chi canta prega due volte!“. Sicuramente cantare ci conduce verso un viaggio interiore che, mitigando la fatica del vivere, ci permette una visione più chiara. Il detto “Canta che ti passa” in fondo, ci esorta a cantare per andare oltre e superare un’impasse.

Al termine di queste mie riflessioni, mi fa eco la terzina del primo canto della Divina Commedia di Dante Alighieri: “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita”.

La vita è un bellissimo cammino, ma non sempre facile. Dante, in un periodo particolare della sua vita è attraversato da una profonda crisi esistenziale. La lotta interiore tra l’istinto e la ragione, tra il Sé e il tutto, genera in lui una profonda confusione, creando una sorta di blackout: si ritrova al buio, un buio interiore e si incammina attraverso i suoi canti, alla ricerca della “Luce “.

E così come la bellissima Shahrazàd, nelle “mille e una notte”, salvò la propria vita cantando storie senza fine, così mi piace pensare che il canto dell’anima possa salvarci dall’inquietudine dell’esistenza, aiutandoci a ritrovare sempre il nostro Sé smarrito e riportarci nella “diritta via”.