27 October, 2021
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Seconda tappa: Pigafetta

Dopo l’avventuroso e torbido tunnel sotto la ferrovia (vedi foto) e lo scavalco del periglioso Terraglio la “circumarginazione” continua. La via Macello segue bordeggiando il fiume, bella e comoda come Dio comanda.

Dopo l’avventuroso e torbido tunnel sotto la ferrovia (vedi foto) e lo scavalco del periglioso Terraglio la “circumarginazione” continua.

La via Macello segue bordeggiando il fiume, bella e comoda come Dio comanda. Il solito doppio paesaggio, a destra la cittadina quasi sempre rispettosa, a sinistra una lineare campagna con qualche ciuffo di un parco di ville seminascoste.
Una brutta sorpresa proprio dopo l’ex macello restaurato, una fila di casette a ridosso, un paio di metri, dello Zero. Che fare? Forse c’è un viottolino, un mezzo metro di margine. Propongo a Davide che faccia lui l’esploratore, fa un gesto strano con il braccio e all’unanimità decidiamo di aggirare l’ostacolo con la via banale che sta di fronte, duecento metri di vigliaccheria. Mi viene in mente, mentre transitiamo, che di case ad un piano ce ne sono rimaste poche, le chiamavano case di riviera e un motivo ci sarà… Lo dico a Davide e lui, diploma geometra, sibila “te tasarà na Sc/ianta…”.
Riprendiamo il viottolo nell’erba, altra deviazione per dei lavori in corso e comincia una sorta di alternanza ciclabile. Mi spiego. Si alternano tratti di passeggiata pedonale, con tanto di panchine, a tratti di riva erbosa con un piccolo “troso“ battuto. Inutile che vi dica a quale dei due vanno le nostre simpatie ma devo ammettere però che in prossimità del centro urbano la stradina ha un suo senso. Vedo carrozzine, coppie non giovani, noi due, insomma è un bel vedere civile e gradevole.
Parto con una filippica contro le piste ciclabili di resina (o che cavolo è) a ridosso dei fiumi che snaturano il paesaggio, cercano di addomesticarlo e ci mettono, questi geni, pure le staccionate modello sentiero di montagna. Cito quello che hanno fatto sul Dese, mi infervoro, divento volgarotto, poi mi fermo. Bocca spalancata. Vedo la grande bellezza: una quercia enorme, maestosa, curata in un prato curatissimo. “Greta Tuborg cosa ghe ze?“ Non parlo, smanetto con la macchina fotografica. Vorrei abitare là, parlarci ogni mattina, li capisco sti cimbri (?) che la consideravano sacra. Mi riprometto di schedare tutti questi alberi monumentali che abbiamo visto in questi (controllo) 8 km. Perfino Davide non ribatte e tira fuori la borraccia. Non so, ogni volta che fa questo gesto sento come un odore pungente nell’aria, un profumo, forse qualcosa di vagamente alcolico…
Ripartiamo con l’anima ricomposta ma ci aspetta subito, sulla sinistra stavolta, una fabbrica tutta scassata con avanzi vari sulla riva. E sì, perché, fino a poco tempo fa, il lato brutto dell’abitazione era quello verso il fiume e quindi il posto ideale dove mettere reti scassate, ruggini varie e così via. Esattamente il contrario di quello che facevano i veneziani, il lato del fiume era quello dell’approdo elegante. Davide è sfibrato da tanta storia e sospira quando arriviamo al grande ponte della strada Zermanesa. C’è un salvifico attraversamento a richiesta. Passiamo dall’altra parte per l’ultimo tratto del percorso.
Finito il tratto urbano, adesso tocca al suggestivo terzo atto fino alle lande sconosciute di Marcon.
Appena oltre la strada sull’argine ci accolgono inquietanti cartelli “divieto di qua, divieto di là…” e un’ erbac-

cia alta mezzo metro. Davide smarona e borbotta “E adesso Pigafetta cossa fasemo?”

Continua (forse).