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Babatunde, Brahima, Teow e tutti quelli che ho conosciuto

Qualche giorno fa un’imbarcazione con circa 130 persone a bordo è naufragata al largo delle coste libiche. Altri 130 morti che si sommano ai circa 25.000 dal 2014 ad oggi. Un

Qualche giorno fa un’imbarcazione con circa 130 persone a bordo è naufragata al largo delle coste libiche. Altri 130 morti che si sommano ai circa 25.000 dal 2014 ad oggi. Un numero impressionante, a cui però ci siamo abituati. Le nostre coscienze sono addormentate, e ormai pochi fanno caso a questa Tragedia.

Ogni volta che leggo un titolo a proposito di naufragi nel Mediterraneo, non posso fare a meno di pensare ai migranti che ho conosciuto io, provenienti tutti o quasi, dalla Libia, il cui viaggio verso l’Europa è iniziato da altri luoghi più lontani.

 Ho avuto la fortuna di coordinare un progetto di accoglienza diffusa nella provincia di Treviso da novembre 2015 a maggio 2019. Avevamo 7 appartamenti distribuiti in 3 comuni diversi e abbiamo accolto circa 60 persone assistendole nella loro richiesta di protezione internazionale. Babatunde, Teow, Paul, Amir, Karim, Djanko, Brahima e molti altri hanno fatto un pezzo di strada con me e mi hanno raccontato la loro storia. Ho ascoltato molto dolore, ho visto con i miei occhi i segni delle torture subite e ho sentito paure e traumi.

Arrivati qui, hanno vissuto sulla loro pelle ogni genere di pregiudizio ma nonostante questo hanno continuato il loro percorso. Io grazie a loro, ho fatto i conti con i miei di pregiudizi e stereotipi, e con le mie paure del Diverso.

Insieme a me altri educatori hanno lavorato nel progetto di accoglienza e uno dei nostri obiettivi è sempre stato quello di “fare comunità”.  Ogni volta all’apertura di un nuovo appartamento siamo stati accolti da diffidenza se non addirittura da palese opposizione da parte dei cittadini e, in alcuni casi, anche dalle amministrazioni comunali. Quindi ci siamo concentrati molto sul creare una cultura diversa, dedicandoci alla tessitura di relazioni con i vicini di casa, con i negozianti, con le forze di polizia, con i possibili datori di lavoro, con le parrocchie.  Tutto questo allo scopo di far conoscere Babatunde e Brahima, in quanto persone, mettendo da parte l’etichetta di migranti o rifugiati. Questo ha portato nel nostro piccolo a qualche significativo cambiamento e, laddove questi giovani uomini si sono sentiti davvero accolti, hanno concluso in modo positivo il percorso nel progetto. Babatunde ad es. ora è iscritto all’Università e Brahima lavora con un contratto a tempo indeterminato e vive in affitto in un appartamento.

Chiudo questo mio breve articolo con una citazione, perché credo davvero che l’unico modo per evitare altri naufragi e di conseguenza ulteriori morti sia un netto e significativo cambiamento culturale.

Il migrare è un archetipo umano. E’ evento storico e, contemporaneamente, simbolo della condizione esistenziale umana. I migranti, gli esuli, i perseguitati politici e i forestieri sono necessari nella costruzione sociale perché parlano, con la loro stessa condizione, della precarietà della vita e delle imperfette costruzioni sociali che attiviamo. I popoli crescono nella misura in cui sanno far posto agli stranieri, ai nuovi, a coloro che si muovono nella vita guidati da strutture culturali e sociali diverse. Una società immobile, chiusa e timorosa ha già iniziato la sua decadenza e la discesa verso la morte sociale. La vita viene e cresce nella coraggiosa integrazione del nuovo, nell’accoglienza, nel dialogo che progredisce con l’ascolto reciproco. Per vivere è indispensabile confrontarsi ed integrare il diverso da noi. (cit.)